Storia · Lezione
Il fascismo arriva in Sardegna con lo squadrismo e con il prefetto Gandolfo, che porta molti sardisti nel partito di Mussolini. Il regime promette sviluppo, fonda Carbonia, Mussolinia e Fertilia e bonifica alcune terre, ma l’isola resta povera e il consenso è tiepido. Nel 1943 Cagliari viene distrutta dai bombardamenti; dopo la guerra si apre il dibattito sull’autonomia.
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Dal 1848 al 1913 a votare è solo una piccola minoranza, scelta per censo e istruzione; le riforme del 1882 e del 1913 allargano il voto, fino al suffragio universale maschile. Due tabelle mettono a confronto la partecipazione in Sardegna e in Italia.
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Dal movimento degli ex combattenti nasce nel 1921 il Partito Sardo d’Azione, il primo partito di massa dell’isola, che chiede l’autonomia e combatte il clientelismo; fra i suoi capi Emilio Lussu e Camillo Bellieni, per il quale bisognava «riconoscersi sardi per essere veramente italiani».
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Con Giolitti arrivano le prime leggi speciali per la Sardegna e le grandi opere sul Tirso. Nella prima guerra mondiale i soldati sardi, quasi tutti contadini e pastori, combattono nella Brigata Sassari e pagano un prezzo altissimo; tornano a casa cambiati, decisi a ottenere la terra che era stata loro promessa.
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Nell’Iglesiente le miniere di piombo e zinco creano il primo nucleo di classe operaia sarda, sfruttata e combattiva: lo sciopero di Buggerru del 1904 costa la vita a tre minatori. Intanto la cultura isolana cresce, fra lo scandalo delle false Carte d’Arborea, Grazia Deledda e i nuovi giornali; ma nelle campagne la scuola resta un corpo estraneo.
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Fra il 1873 e il 1878 lo Stato espropria per tasse non pagate migliaia di piccoli proprietari: la tabella mostra che la Sardegna, da sola, subisce il 58,3% di tutti gli espropri del Regno.
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Una tabella con il numero di ovini, caprini, bovini, equini e suini allevati in Sardegna dal 1864 al 1985: le pecore passano da circa mezzo milione a quasi quattro milioni.
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Dopo il 1848 la Sardegna manda i suoi deputati a Torino e poi a Roma: una classe politica spesso debole, ma con figure di rilievo come il federalista Giovanni Battista Tuveri, il democratico Giorgio Asproni e il liberale Francesco Cocco-Ortu.
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Dopo l’Unità la Sardegna resta ai margini del nuovo Stato: le inchieste parlamentari ne documentano la miseria, la guerra doganale con la Francia colpisce l’agricoltura e l’allevamento, le tasse portano all’esproprio migliaia di piccoli proprietari. Esplode il banditismo, a cui lo Stato risponde con la repressione, come nella grande retata di Nuoro del 1899.
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Nell’Ottocento i Savoia cambiano a fondo la Sardegna: l’Editto delle chiudende del 1820 crea la proprietà privata della terra, Carlo Alberto abolisce il feudalesimo nel 1836-39 e nel 1847 la «fusione perfetta» unisce l’isola al Piemonte. Le riforme però pesano sui contadini e sui pastori e lasciano un diffuso senso di delusione.
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Il 28 aprile è la festa del popolo sardo: ricorda il 1794, quando i Cagliaritani costrinsero i funzionari piemontesi a imbarcarsi per il continente. La scelta della data è stata discussa, ma celebra la capacità dei Sardi di opporsi a una dominazione esterna.
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Negli anni Novanta del Settecento la Sardegna vive il suo momento rivoluzionario: respinto lo sbarco francese del 1793, i Sardi chiedono più autonomia e il 28 aprile 1794 cacciano da Cagliari i funzionari piemontesi. Le campagne insorgono contro i feudatari; Giovanni Maria Angioy guida il movimento antifeudale, ma nel 1796 è sconfitto e muore esule in Francia.
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Nelle imprecazioni sarde ricorre «su bugginu»: forse il ricordo del severo ministro Bogino, identificato con il boia, forse invece una parola di origine spagnola, come pensava il linguista Max Leopold Wagner.
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Per sostenere i contadini, nel 1767 i Savoia riorganizzano i Monti frumentari, che prestano il grano per la semina da restituire dopo il raccolto. Fioriscono per alcuni decenni, poi entrano in crisi; il problema della proprietà della terra, denunciato da Francesco Gemelli, resta irrisolto.
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Con la guerra di successione spagnola la Sardegna passa agli Asburgo e poi, nel 1720, ai Savoia, che diventano «re di Sardegna». Il nuovo governo reprime con durezza il banditismo; dalla metà del secolo il ministro Bogino avvia riforme prudenti nell’amministrazione, nell’istruzione e nell’agricoltura, senza però toccare il feudalesimo.
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Con gli Aragonesi e gli Spagnoli si riorganizzano le diocesi e arriva un clero spesso straniero; dopo il Concilio di Trento i Gesuiti aprono scuole e collegi, mentre l’Inquisizione spagnola perseguita gli eretici, come il giurista cagliaritano Sigismondo Arquer, arso vivo nel 1571.
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La peste del 1652-56 e la carestia del 1680-81 sconvolgono la Sardegna: i censimenti registrano un crollo della popolazione, che colpisce prima le città e poi le campagne.
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Nel Seicento la Spagna in crisi chiede alla Sardegna sempre più tributi; le tensioni sfociano nel 1668 nell’uccisione del marchese di Laconi e del viceré Camarassa. Peste e carestie spopolano l’isola, l’economia ristagna; intanto il castigliano si affianca al catalano e nascono le università di Cagliari e Sassari.
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Per secoli i pirati barbareschi del Nordafrica assaltano le coste sarde, saccheggiano i villaggi e catturano schiavi. Le popolazioni si ritirano nell’interno, e la Corona costruisce una catena di torri di avvistamento lungo le coste.
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Il Parlamento del Regno, diviso nei tre Stamenti militare, ecclesiastico e reale, votava i tributi chiesti dal sovrano, il «donativo», e in cambio presentava le sue richieste, che approvate diventavano legge. I suoi Atti, a partire dal 1355, sono una fonte preziosa per la storia dell’isola.
Storia · Lezione
Con l’unione di Aragona e Castiglia la Sardegna diventa spagnola. Sotto Carlo V, impegnato altrove, i baroni rafforzano i loro privilegi; l’isola è base delle spedizioni contro Tunisi e Algeri e si difende dai pirati barbareschi. Con Filippo II cresce il peso dei funzionari laureati, il ceto togato.
Storia · Approfondimento
Figlia di Mariano IV, Eleonora governa l’Arborea alla fine del Trecento e guida la lotta contro gli Aragonesi fino a controllare quasi tutta l’isola: è diventata il simbolo dell’antica libertà dei Sardi.
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Nel 1297 il papa infeuda la Sardegna al re d’Aragona; la conquista comincia nel 1323 e incontra per quasi un secolo la resistenza dell’Arborea, piegata solo nel 1409 a Sanluri e definitivamente nel 1478 a Macomer. Il nuovo Regnum Sardiniae, governato da un viceré, introduce il feudalesimo, che segnerà l’isola per secoli.
Storia · Approfondimento · Arte e cinema
Fra l’XI e il XIII secolo i monaci benedettini e le maestranze pisane e lombarde riempiono la Sardegna di chiese romaniche, spesso isolate nella campagna: dalla Santissima Trinità di Saccargia a Santa Giusta.