Soglia
Perché questa lezione merita attenzione
Nell’Ottocento i Savoia cambiano a fondo la Sardegna: l’Editto delle chiudende del 1820 crea la proprietà privata della terra, Carlo Alberto abolisce il feudalesimo nel 1836-39 e nel 1847 la «fusione perfetta» unisce l’isola al Piemonte. Le riforme però pesano sui contadini e sui pastori e lasciano un diffuso senso di delusione.
Le riforme dell’Ottocento migliorarono la vita dei Sardi?
Lezione
Il problema della terra
Nel primo quindicennio del XIX secolo, mentre il resto d’Italia, sotto il dominio francese, andava modificandosi profondamente nelle sue strutture politiche e sociali, la Sardegna restò sotto il dominio piemontese, garantito e difeso dalla presenza della flotta inglese nel Mediterraneo.
Dopo la ventata rivoluzionaria degli anni Novanta, si era nuovamente consolidato il potere baronale sulle campagne, in una situazione aggravata da una generalizzata crisi economica determinata da diversi fattori: la contrazione dei raccolti cerealicoli per le frequenti carestie (particolarmente pesanti quelle del 1802, 1806, 1810, 1812 e 1816), la precarietà degli scambi commerciali, ostacolati dalla guerra in atto in Europa, l’aumento dei carichi fiscali imposti dalla presenza in Sardegna della Corte che, in mancanza degli introiti del Piemonte, doveva far fronte alle sue necessità con le entrate derivanti dai contribuenti sardi.
In questa situazione di perdurante crisi economica, legata in particolare alle condizioni di arretratezza dell’agricoltura isolana, il governo piemontese decise che era necessario affrontare e risolvere alcuni problemi di fondo relativi proprio all’agricoltura: in particolare che fosse giunto il momento di incoraggiare, con un atto legislativo, quel processo di formazione della proprietà della terra, già in atto dal Settecento ma non ancora sufficientemente diffuso e non ancora riconosciuto sul piano giuridico.
Lo fu nel 1820, sotto il regno di Vittorio Emanuele I, con l’emanazione di un Editto sopra le chiudende, che autorizzava la chiusura, con siepi e con muri, dei terreni su cui i privati godevano di qualche diritto, liberandoli dall’uso collettivo e autorizzando i proprietari ad ogni tipo di coltivazione. Si cercò, in tal modo, di stimolare ulteriormente la formazione di una classe di piccoli e medi proprietari terrieri, in grado di migliorare i sistemi produttivi e, nel contempo, in grado di opporsi alla forza e agli abusi dei feudatari.
In realtà, in molte parti dell’isola le chiusure erano già avvenute: ma dove esistevano ancora ampi spazi aperti di proprietà comune, come in molte zone interne, le operazioni di chiusura, autorizzate dall’Editto, avvennero in modo affrettato e spesso illegale, a danno dei piccoli contadini che non avevano i mezzi per costruire siepi o muri di divisione, e dovettero quindi subire gli abusi dei più grossi proprietari, i prinzipales, che si affannarono a chiudere non solo le loro proprietà ma anche quelle degli altri.
Un’altra conseguenza negativa di questo Editto fu la reazione che suscitò nei pastori, seriamente danneggiati da questo sistema di chiusure, poiché videro notevolmente limitati gli spazi aperti e destinati tradizionalmente al pascolo.
Nel complesso, se il decreto sulle “chiudende” diede qualche risultato nel favorire la formazione della proprietà privata, tuttavia, per i modi in cui fu applicato, suscitò molte insoddisfazioni nel mondo dei contadini e dei pastori più poveri, provocando anche numerose sollevazioni popolari, soprattutto nelle zone interne a prevalente economia pastorale.
L’abolizione del feudalesimo e la “fusione”
Qualche anno più tardi, nel 1836-39, sotto il regno di Carlo Alberto, si procedette all’abolizione del feudalesimo: così, dopo tanti secoli di servitù feudale, anche il mondo rurale sardo si trovò liberato da un vincolo che quasi tutti i paesi europei avevano da tempo eliminato.
Ma nel prendere finalmente questa importante iniziativa, Carlo Alberto agì con molta cautela, non volendo scontentare la nobiltà feudale: decise infatti che i nobili, privati delle loro rendite feudali, fossero ripagati di questa perdita con il sistema del “riscatto”, cioè con un compenso finanziario che risultò, in molti casi, anche superiore ai loro diritti e che fu addebitato alle comunità rurali, che dovettero quindi pagare a caro prezzo la loro conquistata libertà.
Risolti, in qualche modo, i due grandi problemi della proprietà della terra e del feudalesimo, nel corso degli anni Quaranta, sempre sotto il regno di Carlo Alberto, furono prese ulteriori iniziative dirette a modernizzare la società e l’economia isolana. Furono emanate nuove norme in materia di commercio, per rendere più liberi i traffici tra l’isola, la Liguria e il Piemonte e furono migliorate le comunicazioni con Genova, con l’introduzione di alcune navi a vapore (per quanto riguarda le comunicazioni interne, già sotto il regno di Carlo Felice era stata progettata e costruita, tra il 1822 e il 1829, la strada Cagliari-Porto Torres, che prese appunto il nome di “Carlo Felice”). Si operò per rilanciare l’attività mineraria nell’Iglesiente, favorendo lo sviluppo delle miniere di Monteponi e di Montevecchio; fu introdotto un nuovo regime monetario e adottato il sistema metrico decimale nei pesi e nelle misure, applicando in tal modo anche in Sardegna i sistemi in uso negli altri stati della penisola. Alcune di queste iniziative, pur se positive, crearono tuttavia qualche scompenso, suscitando incertezze e disagi, soprattutto nei ceti popolari.
Si pensi, ad esempio, alle nuove monete e ai nuovi modi di misurazione e di peso: il loro uso, imposto nel giro di pochi mesi, portò, soprattutto nei modesti rapporti commerciali, notevoli elementi di confusione in una popolazione abituata da sempre all’uso della lira sarda (una lira era uguale a 20 soldi, un soldo a 12 denari) o di sistemi di misura e di peso anch’essi di esistenza plurisecolare. Di conseguenza le popolazioni continuarono, nelle loro abitudini quotidiane, ad adottare i tradizionali sistemi, ignorando quasi del tutto queste innovazioni.
L’ultimo momento del processo di allineamento della Sardegna al Piemonte fu la cosiddetta “fusione perfetta”, che avvenne nel 1847 e consisté nella decisione, presa da Carlo Alberto ma su richiesta delle classi dirigenti sarde, di unificare Sardegna e Piemonte sotto un’unica legislazione. In tal modo l’isola rinunciava all’autonomia del Regnum Sardiniae e ai suoi tradizionali organismi amministrativi (peraltro già cancellati di fatto da molti decenni) e doveva accettare leggi e modi di amministrazione del tutto diversi da quelli che avevano regolato per secoli la sua vita.
La “fusione perfetta” segnava una tappa importante nella storia della Sardegna, poiché questa, da “Regnum”, diventava una semplice provincia dello Stato piemontese: tuttavia essa si realizzò in maniera silenziosa, senza drammi e nell’indifferenza della maggior parte della popolazione sarda, ormai abituata ad assistere a decisioni prese senza la sua partecipazione e sulle quali non aveva alcuna possibilità di intervento.
Con la “fusione”, comunque, la Sardegna ebbe modo di sperimentare, prima di altre regioni italiane, le conseguenze — nel bene e nel male — dell’unificazione con una entità politica più forte, in grado di imporre leggi, istituti e modelli economici nuovi rispetto alla tradizione regionale.
L’estensione alla Sardegna della legislazione piemontese portò, infatti, immediate conseguenze, non del tutto positive. Forti elementi di disagio portò, ad esempio, la legge del 1848 che prevedeva il servizio militare obbligatorio: un’istituzione che i Sardi non conoscevano e che costrinse, da quel momento, tutti i giovani ad allontanarsi per alcuni anni dalla loro famiglia e dal loro lavoro per mettersi al servizio dello Stato.
Ma le conseguenze più negative si ebbero sul piano fiscale, soprattutto per le popolazioni rurali. Abolite tutte le precedenti forme di tributo, fu esteso alla Sardegna il sistema dell’imposta fondiaria, gravante sui proprietari di fondi rustici e di fabbricati non rurali, che corrispondeva al dieci per cento del reddito: un’aliquota già di per sé molto alta, ma che appariva anche ingiusta se paragonata alle aliquote imposte alla maggior parte delle zone del Piemonte, assai più ricche della Sardegna, che pagavano mediamente il sei per cento. Questa imposta risultava poi ancora più gravosa per i piccoli proprietari, a causa dei costi di esazione, delle eventuali spese previste in caso di ritardo nel pagamento, per i termini di scadenza, fissati in date lontane dai periodi di raccolta, quando cioè il contadino non aveva denaro contante ed era pertanto costretto ad impegnare il futuro raccolto con gli usurai locali, a tassi di interesse altissimi, per far fronte ai suoi obblighi fiscali.
La crisi dei Monti frumentari, a cui abbiamo già accennato, non era stata sanata e perciò, nella maggior parte dei villaggi, il mondo dei contadini restava in balia di quei pochi prinzipales che avevano sufficienti risorse per prestare denaro o sementi, ad interessi tali da rovinare chi, per pagare le imposte o per seminare, era costretto a ricorrervi. La scarsa efficienza dei Monti frumentari e la mancanza di istituti bancari operanti nei villaggi e capaci di sostituire la tradizionale opera degli usurai, costituivano quindi importanti fattori delle permanenti difficoltà che affliggevano il mondo dei piccoli coltivatori, in Sardegna come in tutto il Meridione d’Italia.
Si spiega anche in questo modo il passaggio di molte piccole proprietà nelle mani di grossi proprietari terrieri, che aumentavano la loro ricchezza costringendo legalmente i debitori che non erano in grado di pagare a cedere i loro beni. Un fenomeno molto diffuso, che darà luogo, in tanti casi, ad una spirale di odi e di vendette locali.
Nel corso degli anni Cinquanta, sotto il governo di Cavour, l’ulteriore sviluppo economico del Piemonte contribuì ad accentuare il contrasto con la povertà della Sardegna. D’altronde, l’opera di rafforzamento economico e militare dello Stato piemontese, oltre ai difficili impegni internazionali che dovettero essere affrontati nel periodo, assorbirono del tutto l’attenzione di Cavour, che ben poco si curò degli interessi dell’isola. A parte la creazione a Cagliari di una succursale della Banca nazionale, che ebbe esiti fortunati, i suoi interventi in Sardegna non furono molti, e comunque non furono tali da procurargli le simpatie dei Sardi.
Verso l’unificazione nazionale
Con questi caratteri andò realizzandosi, nella prima metà dell’Ottocento, la politica sabauda di trasformazione della Sardegna, attraverso l’incremento della proprietà privata della terra, l’abolizione del feudalesimo, la “fusione” e altre misure di modernizzazione.
Si trattò di iniziative di grande importanza, con cui si tentava di mutare secolari modi di vita e di lavoro, nella speranza che si creassero nuove abitudini, valori culturali più moderni, nuove mentalità, soprattutto nel mondo rurale, e più equilibrati rapporti sociali. Ma in realtà le condizioni di vita delle popolazioni rurali non mutarono molto: il meccanismo di formazione della proprietà privata della terra favorì, come abbiamo detto, soltanto alcune categorie di proprietari, e le tassazioni imposte dal governo, in seguito all’abolizione del feudalesimo e alla “fusione”, penalizzarono fortemente il mondo rurale. Perciò non si realizzò neppure la speranza del governo sabaudo di conquistare la fiducia e il consenso delle popolazioni: le contraddizioni e gli squilibri provocati dalle iniziative governative favorivano anzi un diffuso atteggiamento di sospetto e di rancore nei confronti dello Stato, destinato ad aggravarsi nei decenni successivi.
In realtà, il senso di delusione per i risultati della “fusione” e per la rinuncia del governo piemontese a venire incontro alle difficoltà economiche delle popolazioni contribuiva a rendere sempre più acuta la coscienza del distacco insanabile tra la Sardegna e il Piemonte, del contrasto di interessi, cioè, che divideva due mondi diversi e sostanzialmente estranei.
A questi aspetti negativi si contrapponeva, peraltro, un effetto positivo non secondario, tale comunque da alimentare qualche speranza: con la concessione dello Statuto da parte di Carlo Alberto, nel 1848, e la formazione del Parlamento subalpino, anche la Sardegna faceva il suo ingresso in una nuova vita politica e sperimentava il clima del liberalismo, con la partecipazione di una parte, sia pure modesta, della popolazione alle elezioni e con l’inserimento dei suoi deputati nell’attività parlamentare.
Tutto questo, se non interessava la maggioranza dei Sardi, assenti dalla vita politica, costituiva tuttavia un elemento positivo per la parte più colta della classe dirigente e suggeriva motivi di speranza, viste le novità politiche che maturavano in Italia, dove si andavano facendo sempre più concrete le ipotesi di soluzione del problema nazionale. Sembrava, insomma, che anche per la Sardegna si aprissero nuove e interessanti prospettive di cambiamento.
Per andare oltre
Approfondimenti
- Tancas serradas a muru
La quartina popolare, forse di Melchiorre Murenu o di Gavino Achena, contro le recinzioni nate dall’Editto delle chiudende: se il Cielo fosse stato in terra, avrebbero chiuso anche lui.
