Soglia
Perché questa lezione merita attenzione
Negli anni Novanta del Settecento la Sardegna vive il suo momento rivoluzionario: respinto lo sbarco francese del 1793, i Sardi chiedono più autonomia e il 28 aprile 1794 cacciano da Cagliari i funzionari piemontesi. Le campagne insorgono contro i feudatari; Giovanni Maria Angioy guida il movimento antifeudale, ma nel 1796 è sconfitto e muore esule in Francia.
Perché alla fine del Settecento la Sardegna si ribellò?
Lezione
In questa situazione, caratterizzata dalla perdurante povertà nelle campagne, maturò un movimento di rivolta che investì l’intera isola nel corso degli anni Ottanta e Novanta: per la prima volta, dopo tanti secoli di passiva acquiescenza alle forze politiche e sociali dominanti, le popolazioni rurali e urbane furono scosse dal desiderio di liberarsi della loro situazione di subalternità e dalla volontà di lottare per conquistare migliori condizioni di vita.
Per questo gli anni Novanta rappresentano, per la storia della Sardegna moderna, un momento nodale, uno di quei momenti di cui non si spegne facilmente il ricordo, non solo perché costituiscono un punto di riferimento obbligato per gli storici, ma anche perché diventano patrimonio di una memoria collettiva regionale e tendono a riemergere continuamente nelle varie espressioni della cultura “dotta” e dell’immaginario popolare.
In realtà si trattò di un periodo particolarmente movimentato, denso di eventi e di bruschi colpi di scena quali non è dato ritrovare in altri periodi della storia sarda in età moderna; un periodo ricco di vicende che scossero profondamente buona parte dell’isola e segnarono importanti mutamenti nei comportamenti delle popolazioni rurali e urbane, delle classi dirigenti come delle masse popolari.
I primi segni di questo movimento si ebbero con alcuni episodi circoscritti di rivolta popolare. Nel 1780, a Sassari, una sollevazione contro l’aumento del prezzo del pane fu facilmente repressa, ma, alcuni anni più tardi, nel 1789, la protesta si estese alle campagne. Numerosi villaggi, infatti, insorsero, rifiutandosi di pagare i tributi feudali e costringendo le autorità ad intervenire con la forza per riportare l’ordine e per difendere gli interessi dei feudatari. Tuttavia, la tensione popolare non si allentò e il movimento di protesta continuò negli anni Novanta, anche per effetto della situazione internazionale.
La rivoluzione in Francia, iniziata nel 1789, aveva portato, nel 1792, alla caduta della monarchia e la giovane Repubblica francese si trovò, da quel momento, impegnata in una dura guerra con gli altri paesi europei, nel tentativo di estendere quei principi rivoluzionari che avevano trovato attuazione nel paese. Anche il Piemonte, alleato delle nazioni antirivoluzionarie, dovette affrontare l’attacco francese e, per conseguenza, la Sardegna si trovò coinvolta nella guerra.
Nel gennaio del 1793, infatti, un’armata francese, imbarcata su una flotta, tentò di impadronirsi dell’isola, occupando dapprima Carloforte e Sant’Antioco e, successivamente, attaccando il porto di Cagliari.
La paura fu grande, specialmente tra gli aristocratici e gli ecclesiastici che si diedero affannosamente ad organizzare la resistenza, allarmati per il pericolo che l’arrivo dei Francesi provocasse la perdita delle loro posizioni privilegiate e delle loro rendite. Con una campagna propagandistica ben organizzata, convinsero le popolazioni di Cagliari e dell’entroterra della pericolosità della situazione, spargendo la voce che i Francesi, nemici di ogni religione e violenti, avrebbero distrutto le chiese, saccheggiato città e villaggi, ridotto in schiavitù le popolazioni.
La propaganda risultò efficace, tanto che si riuscì ad organizzare una milizia popolare, attingendo volontari dai diversi quartieri urbani e dai villaggi vicini. La difesa della città, da parte di questi improvvisati contingenti militari, diede comunque buoni esiti: il tentativo di sbarco delle truppe francesi, sulla spiaggia di Margine Rosso, vicino a Cagliari, venne respinto e la flotta costretta ad allontanarsi dal golfo. Anche Carloforte e Sant’Antioco furono liberati dopo pochi mesi da una flotta spagnola.
Questo episodio di resistenza all’attacco francese suscitò l’entusiasmo della popolazione cagliaritana, destando la speranza che il governo piemontese avrebbe premiato l’atto di fedeltà alla Corona. Pertanto, fu inviata a Torino una delegazione, incaricata di presentare al re cinque precise richieste: la riconvocazione del Parlamento, la conferma dei privilegi di cui godeva l’isola sotto gli Spagnoli, la riserva degli impieghi civili e militari ai Sardi, la costituzione di un Ministero per gli affari di Sardegna e la creazione di un Consiglio di Stato da affiancare al viceré. Si trattava, insomma, di richieste tese ad accrescere le possibilità, per le classi dirigenti sarde, di una gestione più autonoma dell’isola.
La risposta del governo piemontese a queste richieste fu sostanzialmente negativa e questo suscitò il malumore e la protesta degli strati popolari e della borghesia cittadina, provocando una serie di reazioni violente. Nel 1794, infatti, in seguito ad una sollevazione popolare diretta a liberare due avvocati cagliaritani fatti arrestare ingiustamente dal viceré, si decise di allontanare dalla città tutti i Piemontesi — compreso lo stesso viceré — che nel maggio, a furor di popolo, furono imbarcati su alcune navi e rimandati in Piemonte. L’esempio cagliaritano fu seguito poco dopo dalle città di Alghero e di Sassari.
Da quel momento, la rivolta delle popolazioni urbane si intrecciò con le sollevazioni antifeudali delle campagne: tutta l’isola fu così investita da un vero e proprio movimento rivoluzionario che si protrarrà sino al giugno del 1796, caratterizzato da numerosi episodi di violenza nelle città e dalla diffusa agitazione armata del mondo contadino e pastorale, sempre più deciso a pretendere l’abolizione del regime feudale.
Giovanni Maria Angioy
Fu in questa situazione che emerse la personalità di uno dei protagonisti più noti dell’intera storia della Sardegna: Giovanni Maria Angioy. Nativo del paese di Bono, egli esercitava la sua professione di avvocato a Cagliari, dove si rivelò, negli anni delle sommosse cittadine, l’esponente più importante all’interno di quel gruppo di intellettuali e borghesi che lottavano per l’ottenimento di riforme da parte del governo piemontese.
Nel corso del 1795 Angioy, guardato con sospetto dalle autorità cagliaritane per le sue posizioni antifeudali, di ispirazione “giacobina”, fu inviato a Sassari, come alternos del viceré, col compito di mettere ordine nella città: ma, probabilmente, dietro questo incarico c’era anche l’interesse ad allontanarlo da Cagliari, dove egli godeva di vasta popolarità e di prestigio, per impedirgli di esercitare la sua funzione di guida del movimento riformatore. Tuttavia, il suo viaggio verso la parte settentrionale dell’isola si trasformò in una sorta di marcia trionfale, poiché molte popolazioni dell’interno si sollevarono al suo passaggio e si armarono, vedendo in lui quasi un liberatore e ponendosi al suo servizio.
La missione di Angioy a Sassari si risolse positivamente, e ciò contribuì ad aumentare il suo prestigio e la sua fama di riformatore e di guida nella lotta contro il feudalesimo: ma proprio le simpatie popolari di cui godeva misero in allarme le autorità governative e la stessa borghesia cagliaritana, che non voleva che il movimento che essa stessa aveva suscitato, diretto ad ottenere qualche riforma da parte del governo, si trasformasse in una vera e propria rivoluzione antifeudale e antipiemontese.
Per questo, quando nel giugno del 1796 Angioy decise di tornare a Cagliari e vi si avviò con un piccolo esercito al seguito, fu fermato ad Oristano da truppe inviate dalle autorità cagliaritane. Nello scontro armato che ne seguì, Angioy fu sconfitto e costretto a tornare verso Sassari. Imbarcatosi a Porto Torres per la Corsica, allo scopo di evitare l’arresto, raggiunse più tardi la Francia, dove morì esule nel 1808.
La sconfitta di Angioy segnò la fine della fase più acuta del movimento di rivolta, ma in numerosi villaggi continuarono a verificarsi episodi di sollevazione contro i feudatari, a dimostrazione che la volontà del mondo rurale di abbattere i vincoli feudali non era stata annullata. La repressione di questi movimenti da parte del governo piemontese fu estremamente dura e sanguinosa: i villaggi di Thiesi, Bono, Tissi, Osilo, Bessude, Banari, Usini, Santulussurgiu furono tra quelli più colpiti dall’intervento repressivo delle truppe e più severamente puniti per la loro tensione antifeudale. Molti furono i morti negli scontri, molte le condanne capitali, moltissimi gli arresti.
Una fase importante nella crisi di tutto il movimento antifeudale si ebbe nel 1799, quando re Carlo Emanuele IV, costretto a lasciare il Piemonte per l’arrivo in Italia degli eserciti di Napoleone, si rifugiò a Cagliari con la sua corte. Da quel momento poté dirsi restaurato l’ordine e il completo controllo della situazione isolana da parte del governo piemontese. I suoi rapporti con le forze conservatrici dell’isola risultarono rafforzati e l’intera borghesia sarda fu costretta a rinunciare ad ogni volontà riformatrice e ad accettare una completa subordinazione alle linee della politica sabauda.
Qualche ulteriore, coraggioso tentativo di lotta, nei primi anni dell’Ottocento, e alcune forme di dissenso da parte della borghesia cittadina, a Cagliari e a Sassari, furono soffocati con durezza, a dimostrazione della volontà dei Savoia di stroncare definitivamente ogni iniziativa che potesse mettere in discussione l’autorità del governo piemontese e l’ordine ricostituito. La parentesi rivoluzionaria sarda era ormai chiusa.
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