Soglia
Perché questa lezione merita attenzione
Nel Seicento la Spagna in crisi chiede alla Sardegna sempre più tributi; le tensioni sfociano nel 1668 nell’uccisione del marchese di Laconi e del viceré Camarassa. Peste e carestie spopolano l’isola, l’economia ristagna; intanto il castigliano si affianca al catalano e nascono le università di Cagliari e Sassari.
Perché il Seicento fu per la Sardegna un secolo di crisi?
Lezione
Fiscalità e tensioni politiche
Nel corso del XVII secolo, la situazione dell’intera Europa subì importanti mutamenti, determinati da complesse vicende che coinvolsero l’intero continente, interessato da una situazione di pesante crisi economica, da carestie e tragiche pestilenze, da una diffusa caduta demografica, da rivolte sociali, da conflitti religiosi e da una drammatica guerra (la guerra dei Trent’anni, 1618-48), seguita da una serie di altre logoranti contese. Tutto questo incise fortemente sulle strutture economiche e sociali dell’Europa e sconvolse anche gli equilibri politici generali, avviando la Francia verso una posizione di predominio sul continente e portando la Spagna ad una graduale decadenza.
Anche la Sardegna, oltre a risentire delle vicende internazionali che interessavano la Spagna, ebbe a soffrire per suo conto momenti di grave crisi economica e sociale, che ne intaccarono le strutture produttive e il tessuto demografico: ma, per l’isola, non tutto fu negativo in questo secolo tormentato, poiché essa riuscì a superare questa crisi, pur con gravi perdite umane, e maturò al suo interno processi di trasformazione economica e di assestamento sociale che produrranno positivi effetti nel Settecento.
Un aspetto significativo dei contraccolpi negativi della crisi della Spagna fu l’aumento della pressione fiscale che la Sardegna dovette subire in coincidenza con la guerra dei Trent’anni e con le crescenti difficoltà finanziarie della Corona, impegnata militarmente in questa guerra logorante che si rivelerà drammatica. Sotto i regni di Filippo III (1598-1621) e di Filippo IV (1621-65), l’isola fu infatti investita da una serie di richieste di contributi finanziari molto pesanti, assai più di quanto essa potesse sopportare. Un solo esempio: mentre sino ai primi decenni del Seicento la quota annuale del donativo — che, come abbiamo detto, era il tributo finanziario richiesto dalla Corona, ripartito tra villaggi e città — si aggirava intorno ai 15.000 scudi, a partire dal 1627 fu portata ad oltre 90.000, e solo nella seconda metà del secolo fu ridotta a circa 70.000.
Questa forte pressione fiscale fu solo in parte compensata da qualche iniziativa in favore dell’isola, come l’istituzione di una piccola flotta di galee per la difesa delle coste o l’istituzione di due Università, a Cagliari (1626) e a Sassari (1634), che contribuirono notevolmente allo sviluppo culturale complessivo e alla crescita qualitativa delle classi dirigenti locali, in particolare di quel ceto togato di cui abbiamo già parlato.
In realtà la pressione fiscale, unitamente ad una serie di disastrosi eventi di ordine economico e demografico, creò nell’isola una situazione di grave disagio tra le popolazioni rurali e cittadine, che si ripercosse anche sulle discussioni parlamentari. Già abbiamo detto che il Parlamento era solito accettare le richieste della Corte, limitandosi ad avanzare, a sua volta, richieste che restavano spesso inascoltate. Ma, nel corso del Seicento, i lavori parlamentari divennero sempre più vivaci e improntati alla difesa degli interessi dell’isola — e in particolare degli interessi dei ceti privilegiati — contro l’assolutismo monarchico, cioè contro una politica della Corte diretta a controllare rigidamente le forze locali e in pari tempo a pretendere dall’isola il massimo sforzo finanziario.
Le proteste contro l’eccessiva tassazione, la rivendicazione del diritto del Parlamento a vedere soddisfatte le sue richieste, l’esigenza che le cariche pubbliche venissero assegnate ai Sardi, sono tutti motivi ricorrenti nelle discussioni parlamentari del secolo e sono un segno evidente della tensione esistente tra i ceti dominanti locali e la Corona.
Questa tensione diede luogo anche a sviluppi drammatici, esplodendo in modo spettacolare e sanguinoso nel 1668, sotto il regno di Carlo II (1665-1700), con una serie di eventi che videro come protagonisti il viceré e alcuni grossi rappresentanti dell’aristocrazia locale. In quell’anno, infatti, il 20 giugno, venne ucciso a Cagliari con alcune fucilate un importante feudatario, don Agostino di Castelvì, marchese di Laconi, che negli anni precedenti era entrato in conflitto col viceré e aveva creato all’interno dell’aristocrazia sarda un movimento che si era battuto per ottenere una maggiore autorità del Parlamento e il soddisfacimento delle richieste avanzate dagli Stamenti. Del delitto fu sospettato lo stesso viceré, il marchese di Camarassa, che dopo un mese venne a sua volta ucciso in circostanze analoghe.
Di fronte a questi episodi di violenza, la reazione della Corte fu molto dura, poiché si intravide il pericolo di una generale rivolta antispagnola: venne inviato nell’isola un nuovo viceré, il duca di San Germano, che represse nel sangue tutto il movimento, facendo arrestare e mandando al patibolo alcuni amici e parenti del marchese di Laconi, sospettati di complicità. Le loro teste furono esposte per anni sulla Torre dell’Elefante di Cagliari, a dimostrazione dell’autorità del sovrano e come ammonimento all’aristocrazia sarda perché si guardasse bene in futuro dal mettere in discussione la volontà della Corte. E in effetti da quel momento non ci sarà più, da parte della nobiltà locale, alcun tentativo di resistenza all’autorità della Corona spagnola.
Economia e società
La vita economica e sociale dell’isola era caratterizzata, come abbiamo detto, da una «persistente carenza di uomini, che si accompagnava alla sovrabbondanza di terre incolte» e dalla «terribile povertà delle classi rurali», come dice un attento studioso della storia sarda, l’americano John Day. Soprattutto il mondo rurale versava in condizioni molto precarie, sia per l’arretratezza generale dell’agricoltura e della pastorizia, sia per i pesanti tributi che gravavano sui contadini e sui pastori.
Le grandi crisi epidemiche e gli sconvolgimenti avvenuti nel corso del Trecento avevano ridotto drasticamente la popolazione dell’isola e provocato il diffuso abbandono dei piccoli villaggi. La popolazione, prima sparsa nelle campagne, si era andata concentrando in comunità più grandi e nelle città. Gli abitanti dell’isola, ridotti, secondo le stime dei demografi, a poco più di 100.000 nel Quattrocento, andarono aumentando progressivamente nel corso dei due secoli successivi, grazie alla situazione di stabilità politica determinata dal consolidamento del dominio aragonese e spagnolo ed anche grazie ad un certo sviluppo generale dell’economia isolana. Tuttavia, se nei primi decenni del Seicento la popolazione è calcolabile intorno ai 300.000 abitanti, nel corso del secolo le due grandi crisi, di pestilenza (1652-56) e di carestia (1680-81), provocarono pesanti crolli demografici, per cui, alla fine del Seicento, la popolazione isolana è ridotta a poco più di 260.000 abitanti.
La vita degli abitanti delle campagne era legata ad un’agricoltura povera, scarsamente redditizia, fondata quasi esclusivamente sulla coltivazione cerealicola (grano e orzo), particolarmente esposta alle condizioni climatiche e quindi soggetta spesso a forti cali di produzione. La siccità, le inondazioni o le invasioni di cavallette erano sempre in agguato e frequentemente determinavano gravi carestie, talvolta estese a tutta l’isola, talaltra limitate ad alcune zone, ma sempre apportatrici di miseria, di fame e, spesso, di morte: la scarsità delle vie di comunicazione interne non permetteva, infatti, un sufficiente e tempestivo trasferimento di beni da una zona all’altra e quindi limitava le possibilità per le zone colpite dalla carestia di approvvigionarsi dalle zone più fortunate. La prevalenza della monocoltura cerealicola, d’altronde, rendeva oltremodo difficile alle popolazioni, in caso di scarso raccolto, attingere ad altre fonti alimentari: l’erba dei campi era talvolta l’unica alternativa alla fame e alla morte.
Anche l’organizzazione delle comunità di villaggio e il sistema di gestione della terra contribuivano a limitare la produttività dell’agricoltura. Come abbiamo visto, la terra di pertinenza del villaggio apparteneva alla comunità, non era recintata e veniva assegnata annualmente in piccoli lotti ai singoli contadini per la coltivazione dei cereali. Questo sistema di proprietà comunitaria, che prevedeva la divisione annuale delle terre coltivabili in due parti (vidazzone e paberile), già esistente nei secoli precedenti, reso obbligatorio all’inizio del Seicento, non favoriva alcuno sviluppo dell’agricoltura, né sul piano delle tecniche di coltivazione, né sul piano delle innovazioni delle colture, tradizionalmente limitate ai cereali. Il contadino, infatti, non aveva interesse a modificare e migliorare un terreno che poteva utilizzare per un solo anno.
La pastorizia — altro importante settore dell’economia isolana — era più redditizia, ma era anch’essa soggetta ad analoghe crisi, determinate dalla presenza di fattori ambientali e climatici a cui gli uomini non sapevano opporre sufficienti rimedi. Praticata soprattutto nelle zone di montagna scarsamente coltivabili, era una pastorizia brada e transumante, che costringeva i pastori e le greggi a lunghi e faticosi trasferimenti stagionali, dalla montagna alla pianura e viceversa, alla ricerca di pascoli. Trasferimenti non sempre pacifici, poiché queste continue migrazioni di bestiame, ovino o bovino, da una zona all’altra, comportavano spesso il passaggio attraverso aree coltivate, con gravi danni per l’agricoltura e con conseguenti reazioni, talvolta violente, dei contadini. Da qui un continuo conflitto tra pastori e contadini, solo in parte limitato dalla legislazione del tempo, dalle consuetudini e dall’organizzazione delle comunità di villaggio.
A queste cause naturali della povertà contadina e pastorale si aggiungevano altri fattori, legati ai rapporti tra le diverse classi sociali, alla struttura feudale e ai rapporti con le città. Infatti, come abbiamo già visto, tutto il mondo rurale era soggetto a pesanti tributi da parte dei feudatari: ma era anche costretto al pagamento di tributi alla Chiesa, a cui doveva cedere annualmente la decima, cioè la decima parte del raccolto. In più, il mondo contadino era anche soggetto al dominio delle città, che non producevano beni alimentari e che, per legge, avevano il diritto di approvvigionarsi nel loro entroterra rurale. Era infatti previsto che, per i suoi fabbisogni, ogni città potesse fare incetta di grano presso i villaggi (il cosiddetto insierro), acquistandolo ad un prezzo stabilito anno per anno dalle autorità, e avesse per di più il diritto di farlo trasportare gratuitamente dai contadini produttori sino al mercato cittadino.
Ad aggravare ulteriormente le condizioni di vita e ad aumentare i tassi di mortalità degli uomini del tempo, si aggiungevano poi le frequenti epidemie, favorite dalla sottoalimentazione, oltre che dalle precarie condizioni igieniche in cui versavano le popolazioni.
Carestie, pestilenze, forti pesi fiscali, gravosi impegni nei confronti delle città, costituivano quindi i fattori costanti della povertà del mondo rurale isolano che, nelle normali annate agrarie, a mala pena riusciva a raggranellare risorse sufficienti per la sua sopravvivenza, ma che, nelle annate poco favorevoli o di carestia, si trovava privo, oltre che di beni alimentari, anche delle sementi per lavorare e preparare il raccolto successivo. In tali casi era frequente il ricorso ai benestanti locali (nobili o grandi proprietari) che prestavano al contadino le sementi, che dovevano però essere restituite al momento del raccolto ad interessi altissimi: in questo modo si alimentava il prestito ad usura, che rappresentava e rappresenterà per secoli un ulteriore fattore di impoverimento delle condizioni di vita e di lavoro del mondo contadino isolano.
Lingua e cultura
Nel corso dei secoli XV e XVI la lingua e la cultura sarda conobbero importanti mutamenti per la forte influenza esercitata dal mondo catalano e castigliano.
In un panorama generale caratterizzato dall’analfabetismo pressoché totale delle popolazioni, le città, dove risiedeva la borghesia degli affari e dell’amministrazione, l’alto clero e buona parte dell’aristocrazia, erano i centri dove si svolgeva una certa attività culturale, dove circolavano libri provenienti da molte parti d’Europa, dove si leggeva, dove si scrivevano e si stampavano opere di vario genere in latino, in italiano, in sardo, in catalano.
La produzione culturale scritta — letteraria, religiosa, scientifica, giuridica — di cui abbiamo pochi esempi per i secoli anteriori, si andò arricchendo lungo l’arco del Cinquecento, in coincidenza con una maggiore integrazione della Sardegna nei circuiti politici, economici e culturali mediterranei e in particolare con l’intensificarsi dei rapporti tra gli intellettuali sardi e il mondo culturale spagnolo.
La lingua catalana si affermò come strumento di espressione colta tra gli intellettuali, la burocrazia, l’aristocrazia e il mondo ecclesiastico, per essere poi lentamente sostituita, lungo il Seicento, dalla lingua castigliana. Ma non mancarono tentativi di valorizzare la lingua sarda, come quello di Gerolamo Araolla, che, nella seconda metà del Cinquecento, scrisse alcune opere in lingua sarda logudorese, col preciso proposito di dare dignità letteraria a questa lingua, sempre più trascurata dai letterati sardi, fornendo modelli di lingua e di stile che vennero poi adottati dalla poesia popolare.
Nel complesso, emerge un quadro culturale abbastanza vivo, segnato dalla presenza di alcune grosse personalità di intellettuali, tra cui il letterato Antonio Lo Frasso, autore di alcune opere in lingua spagnola che ebbero successo anche fuori dell’isola; Nicolò Canelles, che creò a Cagliari la prima tipografia nel 1566; il bibliofilo Monserrato Rosselló, «la cui biblioteca, con i suoi cinquemila pezzi, gareggiava con quelle, fra le private, più fornite d’Europa, e nell’interesse per la storia e la cultura dell’isola, che vi appare, rivela un curatore partecipe del lavoro di ricostruzione di un’identità storica sarda condotto da altri intellettuali isolani» (Giovanni Pirodda).
Nel campo della storia e del diritto, di particolare importanza le figure di Sigismondo Arquer, di Francesco Bellit e di Giovanni Francesco Fara, giurista e storico scrupoloso, autore di due opere, De chorographia Sardiniae (una descrizione dei luoghi e delle genti della Sardegna) e De rebus sardois (intorno alle vicende storiche dei Sardi), che lo collocano tra i padri della storiografia isolana.
Nel Seicento, il processo di “ispanizzazione” della Sardegna si fece più intenso. Un elemento significativo di questo processo fu la sempre maggiore diffusione della lingua castigliana, sia nell’uso orale delle classi dirigenti, sia negli atti amministrativi, sia nella produzione culturale scritta. Diminuì tra gli intellettuali l’interesse a valorizzare il sardo come lingua letteraria scritta, anche se la lingua sarda, nelle sue diverse varianti locali e con ricchi innesti catalani e castigliani, restava la lingua viva delle popolazioni isolane. Ad incoraggiare la conservazione del sardo fu anche l’uso che continuò a farne il clero, sia nella predicazione, sia negli scritti di divulgazione religiosa.
Tra gli intellettuali di maggiore spicco possono ricordarsi il poeta Giuseppe Delitala e il romanziere Giuseppe Zatrilla, ma soprattutto gli storici e giuristi Francesco Vico e Giovanni Dexart, autori di alcune raccolte di leggi che restano ancora oggi fondamentali per la conoscenza degli ordinamenti giuridici del tempo.
L’istituzione delle due università di Cagliari (1626) e di Sassari (1634) permise a molti giovani sardi di perfezionare i loro studi senza la necessità di allontanarsi dall’isola, e diede quindi un contributo allo sviluppo e alla diffusione della cultura: ma fu un impulso di breve durata, poiché le due università entrarono in crisi nel corso del secolo, per riprendere la loro piena attività soltanto nella seconda metà del Settecento.
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