Soglia
Perché questa lezione merita attenzione
Il fascismo arriva in Sardegna con lo squadrismo e con il prefetto Gandolfo, che porta molti sardisti nel partito di Mussolini. Il regime promette sviluppo, fonda Carbonia, Mussolinia e Fertilia e bonifica alcune terre, ma l’isola resta povera e il consenso è tiepido. Nel 1943 Cagliari viene distrutta dai bombardamenti; dopo la guerra si apre il dibattito sull’autonomia.
Che cosa significarono per la Sardegna il fascismo e la guerra?
Lezione
Il primo fascismo in Sardegna
Nel corso degli anni 1919-22, la situazione politica nazionale fu sconvolta da una serie di eventi e di processi importanti, legati alle conseguenze che la guerra aveva determinato nel paese: la nascita del Partito Popolare cattolico, per iniziativa di don Luigi Sturzo; lo sviluppo del movimento operaio e delle organizzazioni dei lavoratori; le agitazioni nelle campagne e gli scioperi operai, che culminarono nell’occupazione delle fabbriche (settembre 1920); la crisi delle confederazioni sindacali; le divisioni all’interno del Partito Comunista d’Italia (gennaio 1921); la nascita e lo sviluppo del movimento fascista e l’azione violenta delle sue “squadre” contro le organizzazioni sindacali, le sezioni socialiste e del Partito Popolare. Tutto questo in un clima generalizzato di incertezza e di crisi delle forze politiche, del Parlamento e delle stesse strutture dello Stato liberale.
Anche la Sardegna fu investita da questa crisi generale ed anche in Sardegna nacquero ed entrarono in azione le squadre fasciste. Sorsero nel 1921, con qualche ritardo rispetto ad altre regioni, ed operarono nelle città e soprattutto nell’Iglesiente, dove maggiore era la presenza delle organizzazioni socialiste ed operaie: scarsissima fu invece la loro diffusione nelle campagne.
Con l’ascesa al governo di Mussolini, dopo la “marcia su Roma” (ottobre 1922), le squadre fasciste si moltiplicarono, anche nell’isola, e la loro azione violenta si fece più intensa, dando luogo a numerosi scontri e a spedizioni punitive contro i loro avversari politici, socialisti, popolari e, in alcuni casi, sardisti.
I fascisti sardi non erano molti (si calcola che nel 1922 fossero in tutta l’isola appena due-tremila), ma usavano con molta determinazione la violenza come strumento di lotta politica e, soprattutto, godevano della protezione delle autorità, prefetti e forze dell’ordine, e dell’appoggio di una parte della borghesia urbana e rurale, che vedeva nei fascisti uno strumento utile per combattere il socialismo. Anche i due maggiori giornali dell’isola, ma soprattutto L’Unione Sarda, avevano assunto un indirizzo di aperta adesione all’azione squadristica. Nel dicembre del 1922, Mussolini, consapevole della forza del Partito Sardo e della posizione antifascista della maggioranza dei suoi dirigenti, inviò in Sardegna, in qualità di Prefetto, il generale Asclepia Gandolfo, con la precisa missione di «fascistizzare» l’isola. L’opera di Gandolfo fu intensa e diretta, in modo particolare, a convincere i sardisti ad aderire alle linee politiche del fascismo che, secondo una vaga promessa di Mussolini, avrebbe rispettato i loro ideali autonomistici. Questa opera non fu priva di risultati, poiché, nel corso degli anni successivi, molti sardisti, incoraggiati anche dalla promessa del governo di una concreta politica di aiuti economici per la Sardegna, confluirono nel Partito Fascista.
Anche se indebolito da questa fuga di iscritti — che però interessò soprattutto Cagliari — il Partito Sardo mantenne comunque una sua organizzazione ed una base solida nelle campagne, anche per l’intransigenza antifascista di dirigenti di prestigio come Lussu, Bellieni, Fancello, Mastino: tanto che nelle elezioni del 1924, che in tutta Italia, ed anche in Sardegna, consacrarono la vittoria del “listone” fascista, il sardismo — malgrado le violenze esercitate dagli squadristi — riuscì ad ottenere 23.000 voti (il 16,8%) e a far eleggere alla Camera Lussu e Mastino.
Oltre a quelle fascista e sardista, alle elezioni si presentarono altre liste: una di liberali di diverse correnti, una socialista, una popolare-cattolica, più altre minori. A resistere, in qualche misura, alla vittoria dei fascisti fu soltanto il Partito Sardo, che divenne il primo partito di opposizione, mentre gli altri partiti democratici subirono perdite notevoli: furono soprattutto i liberali a vedere dissolto il loro elettorato che, in grande maggioranza, diede il suo appoggio ai fascisti. A testimonianza della sua scelta antifascista, si presentò ancora una volta, tra i liberali, l’ultraottantenne Francesco Cocco-Ortu, che però, in questa occasione, conobbe la sua prima e definitiva sconfitta.
Nell’aprile del 1925, le forze di opposizione al fascismo parteciparono ad un Congresso, organizzato dal Partito Sardo a Macomer, in cui si auspicò la formazione di un fronte unico di lotta antifascista con tutte le forze politiche disposte a riconoscere le idealità autonomistiche. Ma alla fine dell’anno, nel quadro delle leggi “fascistissime” volute da Mussolini per abbattere le opposizioni e stroncare le residue libertà politiche e civili nel paese, tutti i partiti vennero sciolti d’autorità.
Il regime fascista e l’economia isolana
Lo scioglimento dei partiti si accompagnò ad una serie di iniziative dirette ad eliminare ogni forma di opposizione. Mentre continuava l’azione violenta dello squadrismo contro singoli oppositori, circoli o giornali sospettati di antifascismo, si provvedeva a colpire penalmente gli oppositori, denunziandoli ed affidandoli al giudizio di un Tribunale speciale che, con prove spesso incerte, inviava gli accusati al confino o li condannava al carcere. Furono colpiti in tal modo alcuni dirigenti politici come Emilio Lussu, assalito nella sua casa il 31 ottobre del 1926 e poi arrestato e inviato al confino, ma furono perseguitati anche molti semplici iscritti o simpatizzanti socialisti, popolari, sardisti, liberali. Nello stesso anno fu arrestato a Roma Antonio Gramsci, che rimarrà in carcere sino quasi alla sua morte, nel 1937.
Frattanto, insieme con le libertà civili e politiche, si andavano spegnendo anche le speranze che avevano portato molti ad aderire al fascismo contando su possibili interventi del governo in favore della Sardegna. In effetti c’era stato qualche segno di interesse da parte di Mussolini per i problemi sardi: nel novembre del 1924, ad esempio, era stata emanata una legge, detta “del miliardo”, con cui veniva stanziato appunto un miliardo per opere pubbliche da creare nell’isola. Ma, come già era successo in precedenza con le leggi “speciali”, anche questo intervento si rivelò insufficiente.
Un’altra iniziativa che si rivelerà povera di risultati consistenti fu quella presa nel settore delle cooperative, che rispondevano ad uno dei programmi economici del sardismo ed erano dirette ad incoraggiare la collaborazione tra i produttori e a limitare, soprattutto nel settore della pastorizia, il tradizionale individualismo dei lavoratori sardi. Il compito di organizzare le cooperative fu affidato a Paolo Pili, un sardista oristanese convertitosi al fascismo, che, nel 1925, fondò una Federazione delle cooperative lattiero-casearie. Per circa un quinquennio egli riuscì a far funzionare una rete di produzione e di distribuzione dei prodotti della pastorizia, mettendo i singoli pastori in grado di resistere alla pressione degli industriali caseari, che controllavano i prezzi e l’esportazione. Ma il successo delle cooperative fu breve, interrotto, alla fine degli anni Venti, dal governo fascista, sensibile agli interessi degli industriali caseari, ma anche orientato a istituire un controllo statale sulla produzione e sugli scambi. Il fallimento di questa organizzazione cooperativistica segnò la fine di ogni speranza di poter realizzare gli obiettivi del sardismo e qualunque forma di autonomia attraverso le strutture del fascismo.
Nel settore dell’agricoltura, la Sardegna, come tutta la nazione, fu interessata dal vasto programma economico, studiato dal governo fascista, destinato a far fronte alla crisi che, a partire dal 1929, investì l’economia mondiale e che si ripercosse anche sull’Italia. Gli alti costi delle materie prime nei mercati internazionali portarono il governo a realizzare una politica di “autarchia”, cioè di autonomia economica rispetto agli altri paesi, diretta a sfruttare al massimo le scarse risorse interne e ad incoraggiare la produzione nazionale in tutti i settori, compreso quello agricolo, per diminuire le importazioni. Si cercò quindi di rafforzare la cosiddetta “campagna del grano”, già iniziata prima della crisi, per estendere le colture cerealicole e garantire l’autosufficienza dell’Italia in questo settore. Anche in Sardegna, pertanto, si cercò di aumentare la produzione granaria e insieme si portò a compimento la costruzione delle dighe sul Tirso e sul Coghinas, per favorire anche forme più moderne di agricoltura.
Nella direzione di una modernizzazione agraria, la Sardegna fu anche coinvolta in un ampio progetto nazionale di bonifiche integrali. Furono individuate alcune zone particolarmente adatte ad un’opera di ripopolamento e di ammodernamento agrario, come la Nurra, vicino ad Alghero, un’area intorno a Terralba e alcuni centri del Cagliaritano, che furono trasformati radicalmente, con il trasferimento massiccio di lavoratori provenienti da altre regioni italiane (ferraresi, milanesi e, soprattutto, veneti) e con la creazione di due centri agricoli, Fertilia nella Nurra e Mussolinia (oggi Arborea) nel Terralbese.
Tuttavia, queste iniziative di trasformazione di zone limitate della regione non contribuirono molto all’ammodernamento dell’economia agraria sarda nel suo complesso: non cambiarono i rapporti di proprietà, non le tecniche di coltivazione e gli strumenti agricoli, non la quantità degli investimenti di capitali, non il carattere transumante della pastorizia, non le inveterate abitudini contadine e pastorali. Può dirsi, insomma, che il mondo rurale sardo si trovò, alla fine del ventennio, più o meno nelle condizioni iniziali.
Anche la vita e l’articolazione sociale dei villaggi restarono immutate: i prinzipales conservarono intatto il loro potere economico all’interno delle comunità, continuando ad esercitare, con le nuove cariche di podestà e di segretario del Fascio, anche quel controllo politico che prima esercitavano attraverso le cariche comunali elettive e il clientelismo.
Più incisivo fu l’intervento statale nel settore minerario. Oltre a venire incoraggiato lo sviluppo delle miniere dell’Iglesiente, particolare attenzione fu dedicata allo sfruttamento delle risorse carbonifere del bacino del Sulcis, dove, nel 1938, fu creata una nuova città, Carbonia, che fu presentata dai mezzi di propaganda del regime come il simbolo dell’intervento attivo dello Stato a favore dell’economia dell’isola.
Cultura, scuola e antifascismo
Il disegno ambizioso di Mussolini di unificare gli italiani sul piano ideale e culturale e di conquistare la loro adesione alle linee ideologiche e politiche del fascismo si realizzò in buona misura, come si sa, ma soprattutto nelle città e tra la borghesia rurale; non trovò pieno consenso, invece, tra le masse contadine ed operaie.
Anche in Sardegna può cogliersi questa differenza. Infatti, come la politica economica del fascismo ebbe modesti effetti sull’agricoltura, anche la massiccia propaganda attuata dal regime funzionò solo in parte. L’uso abile e spregiudicato che il governo fece dei mezzi di comunicazione di massa, come la stampa e la radio, funzionò prevalentemente nelle città, dove i giornali circolavano ed erano numerosi gli apparecchi radio; così come la fitta rete di organizzazioni di base che investivano molti settori della vita pubblica, come l’assistenza, lo sport, le attività ricreative, svolsero un ruolo importante nell’educazione “fascista” delle masse e in particolare delle giovani generazioni, ma soltanto o prevalentemente nell’ambiente urbano.
La scuola, istituita a livello elementare in ogni villaggio, fu probabilmente l’unica struttura che in qualche misura operò dappertutto, contribuendo ad abbassare i livelli di analfabetismo anche nelle campagne. Malgrado l’aumento della scolarità, non si realizzò però il disegno governativo di unificazione culturale, teso cioè a soffocare le culture locali e ad imporre la lingua e la cultura “nazionale”: in Sardegna non venne sostanzialmente intaccato l’uso della lingua sarda, che il fascismo avrebbe voluto abolire, come non vennero toccati di molto i costumi, la mentalità, gli usi tradizionali.
L’organizzazione fascista dello Stato fu, nel complesso, accolta con indifferenza dal mondo rurale sardo, che espresse un consenso molto limitato al regime, anche negli anni del suo consolidamento: soltanto la borghesia e il mondo urbano espressero in Sardegna un’adesione ampia, in linea con quel consenso che il regime seppe realizzare in tutta Italia.
Questo non significa che la Sardegna non abbia conosciuto il fascismo, non abbia cioè sperimentato anch’essa le conseguenze della politica totalitaria del regime. Per tutto il ventennio, il controllo poliziesco sulla stampa, sulla scuola, su ogni manifestazione della vita pubblica fu pesante nell’isola come altrove. Ogni segno di scontento e di opposizione veniva rigorosamente soffocato e persino la corrispondenza privata era talora oggetto di censura. Anche in Sardegna, inoltre, ci furono casi di opposizione coraggiosa al fascismo, così come ci furono arresti, condanne al confino e al carcere. Anche la Chiesa, pur avendo accettato il fascismo con la “Conciliazione” (1929), mostrò talora chiari segni di insofferenza nei confronti del regime: come capitò, in alcune zone dell’isola, nel 1931, quando per decreto governativo furono sciolte tutte le organizzazioni giovanili non fasciste, comprese quelle cattoliche.
Ma un vero e proprio antifascismo militante si espresse da parte dei sardi soprattutto all’estero, in seno alle organizzazioni e tra le file dei numerosi emigrati nei paesi europei ed extraeuropei: in Francia, in Belgio, in Tunisia, nell’America del Sud, ecc.. Qui i sardi trovarono dei punti di riferimento in alcune importanti personalità di “fuorusciti”, come Lussu o Velio Spano, con cui combatterono la loro battaglia antifascista anche all’insegna di una solidarietà “sardista”, alimentata dalla nostalgia della loro terra. Molti sardi, ad esempio, in occasione della guerra di Spagna (1936-39), militarono come volontari nelle file delle Brigate internazionali, organizzate per combattere a fianco delle forze repubblicane spagnole contro l’esercito del generale Franco, a sostegno di quella che appariva agli antifascisti come una prova decisiva nella lotta al fascismo e alla dittatura internazionale.

La Sardegna nella seconda guerra mondiale
Il periodo che precedette lo scoppio della seconda guerra mondiale (settembre 1939) e l’ingresso dell’Italia nel conflitto (giugno 1940) fu vissuto in Sardegna, come nel resto del paese, da una fiduciosa attesa degli eventi e nel clima di tensione patriottica che la propaganda del regime era riuscita a creare. Anche nei villaggi isolani, a quel punto, era penetrata la radio e quindi anche i contadini e i pastori appresero, dalla viva voce di Mussolini, che il governo italiano aveva deciso di entrare nel conflitto. Come i fatti dimostreranno tragicamente, l’Italia era del tutto impreparata ad affrontare una guerra che si risolverà in una disastrosa sconfitta.
Negli anni della guerra, invece, la situazione della Sardegna fu diversa rispetto a quella di molte altre regioni italiane, poiché la sua insularità la preservò da gran parte delle conseguenze dirette della guerra. Subì tuttavia pesantemente le conseguenze economiche del conflitto, poiché la presenza nel Mediterraneo dei sottomarini e degli aerei nemici limitò per anni la possibilità di commercio col Continente italiano e l’isola fu costretta a contare soltanto sulle sue modeste risorse: le restrizioni e i razionamenti dei consumi furono quindi assai pesanti, soprattutto nelle città. Fu anche pesante e dolorosa, come in tutto il paese, la partenza di migliaia di giovani, inviati nei vari fronti di guerra a combattere, a morire o ad affrontare terribili esperienze di dura prigionia.
A partire dal febbraio del 1943, anche l’isola conobbe direttamente gli orrori della guerra, con i terribili bombardamenti di Cagliari, che fu quasi completamente distrutta, e con gli analoghi, seppur meno gravi, bombardamenti di Olbia, La Maddalena, Alghero e Porto Torres. Alle bombe seguì lo “sfollamento”, cioè la fuga affannosa delle popolazioni urbane verso i villaggi dell’interno, con tutte le conseguenze drammatiche che questo trasferimento poteva comportare, ma anche con alcuni positivi effetti.
La caduta del fascismo (25 luglio 1943), l’armistizio (8 settembre) e la conseguente lotta di resistenza e di liberazione dalle forze nazi-fasciste ancora presenti in Italia, toccarono in misura ridotta la Sardegna, che si trovò liberata in modo quasi indolore dalla presenza delle truppe tedesche che, all’indomani dell’armistizio, abbandonarono l’isola senza trovare molta resistenza. Dopo qualche settimana, con lo sbarco delle truppe anglo-americane, la guerra in Sardegna poté dirsi conclusa. Non erano peraltro concluse le privazioni, la fame e la dolorosa attesa dei propri cari partiti per i vari fronti di guerra, di cui nulla più si sapeva e il cui ritorno appariva sempre più improbabile col passare dei giorni e dei mesi.
Se la rapida partenza delle truppe tedesche e l’arrivo degli alleati preservarono l’isola dagli effetti dolorosi dell’occupazione nazifascista, non vanno peraltro dimenticate le conseguenze politicamente negative di questa rapida liberazione. Le popolazioni sarde, infatti, non conobbero quell’importante esperienza civile ed educativa che fu la lotta di resistenza, che per altre regioni italiane, in particolare nel centro-nord, fu un momento esaltante, anche se drammatico, di fede politica, di impegno morale e civile, di speranze, di fervore patriottico: tutti elementi che si rivelarono importanti nella costruzione del nuovo stato democratico e repubblicano.
In Sardegna invece — come in tutto il Mezzogiorno — alla caduta del regime fascista non si andò oltre qualche modesto episodio locale di insofferenza nei confronti di alcuni esponenti fascisti e l’isola riprese a vivere in una situazione di normalità dei rapporti sociali e politici. Finita l’emergenza bellica, lo Stato riprese a funzionare, recuperando le classi dirigenti del passato. Insomma, i prefetti, i questori, i funzionari pubblici che tornarono al loro posto erano gli stessi o non erano molto diversi da quelli del ventennio precedente.
In Sardegna, quindi, per la mancanza del fenomeno della resistenza, non ci fu una rottura incisiva tra fascismo e postfascismo ma una sostanziale continuità, malgrado la ricostituzione, alla fine della guerra, dei grandi partiti come la Democrazia Cristiana (continuatrice del Partito Popolare), il Partito Comunista, il Partito Socialista, il Partito Sardo d’Azione e degli altri partiti minori. Saranno le vicende degli anni immediatamente successivi e in particolare l’importante dibattito sull’autonomia della Sardegna a creare le premesse per una profonda modificazione della vita politica dell’isola.
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