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2.

Società ed economia nei Giudicati

Come vivevano e lavoravano i Sardi al tempo dei Giudicati?

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Una chiesa romanica di pietra rossa con un campanile quadrato, davanti ai resti di muri di un monastero
La chiesa di Nostra Signora di Tergu, presso Castelsardo, costruita nel XII secolo per i monaci benedettini di Montecassino, accanto ai resti del loro monastero. Wikimedia Commons, pubblico dominio, foto di Schweiz41.

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Perché questa lezione merita attenzione

Nei secoli XII-XIV la popolazione sarda vive in circa 800 villaggi ed è divisa in liberi, colliberti e servi, ma la servitù sarda è più mite di quella continentale. L’economia si fonda su agricoltura e pastorizia; i monaci venuti dal continente bonificano terre e diffondono nuove tecniche, mentre Pisani e Genovesi animano i commerci delle città costiere.

Come vivevano e lavoravano i Sardi al tempo dei Giudicati?

Lezione

La società

I dati sulla popolazione, sulla stratificazione sociale e sull’economia sono incerti e si riferiscono ai secoli XII-XIV. Sappiamo che nel periodo successivo all’XI secolo la Sardegna fu interessata, come tutta Europa, da un fenomeno di crescita demografica; ad essa si accompagnò, probabilmente, una diffusione di parte delle popolazioni pastorali dell’interno verso le zone collinose e pianeggianti, e quindi un maggiore sfruttamento delle terre coltivabili. Questa “colonizzazione” fu certamente incoraggiata dai membri delle case regnanti dei singoli Giudicati, dai grandi proprietari laici e dai monasteri, anch’essi possessori di vaste estensioni di terra, che venivano concesse a condizioni favorevoli ai lavoratori. In questo modo la popolazione rurale si andò collocando in modo “disperso” nelle campagne, dando luogo ad un notevole aumento del numero delle ville.

Questo fenomeno sembra interrompersi nel secolo XIII, quando si assiste ad una tendenza contraria, di concentrazione demografica. In questo periodo si sviluppano i centri urbani di Cagliari, Sassari, Iglesias, Bosa, Alghero, Castelgenovese (poi Castelaragonese), Oristano, che assumeranno anche la condizione giuridica di città; ma si ingrandiscono anche i villaggi, in cui tende a concentrarsi la popolazione rurale. Si assiste così ad un processo molto diffuso di abbandono dei piccoli centri rurali e quindi di spopolamento delle campagne in precedenza bonificate e coltivate. Questa situazione rimarrà un elemento caratteristico dell’assetto demografico della Sardegna, destinato a durare sino ai nostri giorni.

Quanto al numero di abitanti, soltanto a partire dal Quattrocento possediamo dati credibili, ricavati dai censimenti generali relativi a tutta la popolazione isolana.

Da stime molto approssimative, si desume che, a metà del XIV secolo, i villaggi sardi fossero circa 800, con una media di poco più di 170 persone a villaggio: considerando anche gli abitanti delle città, la popolazione dell’intera isola doveva aggirarsi intorno alle 190-200.000 persone. Ma questo lento incremento si arrestò bruscamente nel 1348: infatti una terribile epidemia di peste (la “peste nera”) colpì tutta Europa sconvolgendo anche la Sardegna, che vide la sua popolazione ridursi probabilmente a poco più di 100.000 abitanti.

La società, all’interno dei villaggi e delle città, era divisa in tre classi: quella dei liberi, quella dei colliberti e quella dei servi. La prima classe comprendeva i majorales, i piccoli proprietari terrieri, gli artigiani, i mercanti, che potevano migliorare la loro posizione ed avanzare nella scala sociale; la seconda — i colliberti — i servi liberati che però mantenevano alcuni obblighi specifici nei confronti dei loro signori; la terza i servi, che probabilmente rappresentavano la maggior parte della popolazione.

«Bisogna, però, precisare che la condizione servile era in Sardegna assai diversa da quella continentale, basata su rapporti di tipo personale tra il servo e il signore o il servo e la terra (la cosiddetta “servitù della gleba”). Nell’isola, in connessione con il sottopopolamento, l’originaria dispersione delle rade terre coltivate, le necessità dell’allevamento brado, la condizione servile era, giuridicamente, socialmente ed economicamente, assolutamente originale. I proprietari terrieri, in una società priva di un vero e proprio sistema signorile ed estranea alla diffusione del feudalesimo, non avevano il diretto legale controllo dei servi, i quali restavano sottoposti all’unica giustizia riconosciuta, quella dei tribunali pubblici giudicali. I servi, invece, appartenevano ai loro signori per le loro operas, cioè le loro giornate di lavoro» (Marco Tangheroni).

I servi, quindi, dipendevano dal padrone soltanto per il lavoro che dovevano dedicargli, e in questo senso potevano essere venduti, comprati, donati: ma sul piano personale erano liberi, e potevano, ad esempio, sposarsi liberamente, avere un proprio cognome, testimoniare ai processi. Il lavoro dei servi consisteva nell’attività agricola o nella custodia e nel pascolo del bestiame, che costituiva una parte importante delle grandi proprietà; il lavoro delle donne si svolgeva invece in gran parte all’interno della casa.

L’economia

Era fondata prevalentemente sull’agricoltura e sulla pastorizia, ma nelle città costiere, con l’arrivo dei Pisani e dei Genovesi, si era anche sviluppato il commercio.

Per quanto riguarda il primo settore, buona parte dei campi era destinata alle colture cerealicole, grano ed orzo; seguivano le vigne, che producevano notevole quantità di vino, di cui esisteva un intenso commercio. Vicino ai corsi d’acqua si seminavano gli orti che, secondo i documenti, producevano una buona quantità di cipolle, di fave, di ceci, di meloni. I rari alberi da frutta erano costituiti soprattutto da fichi, meli, peri, noci, castagni; l’ulivo era poco diffuso.

«Si trovavano molti canneti… Le canne servivano infatti per la costruzione dei tetti, dei recinti e dei recipienti utili alla conservazione del grano, per fare cannicciate utili all’essiccazione del formaggio, per costruire sostegni per le viti, per fabbricare cannicciate necessarie alle peschiere. La presenza dei canneti e il loro valore sono comprovati da numerosi documenti. Così è accertata anche la presenza di molti sughereti ed è attestato altresì l’uso del sughero per l’apicoltura, che offriva miele e cera» (Alberto Boscolo).

Per quanto riguarda la pastorizia, il bestiame veniva allevato a pascolo brado: pochissimi erano i prati e scarsissime le stalle. Si allevavano bovini, equini, ovini, suini. I bovini, di piccola taglia, valevano poco, mentre preziosi erano i cavalli, anch’essi di razza piccola, utilizzati per la cavalleria ma anche per il trasporto. Certamente numerosi gli ovini, utilizzati per la produzione del formaggio e della lana.

Sull’attività e la produzione agro-pastorale, ma anche in parte su altri settori produttivi, notevole incidenza ebbero gli insediamenti degli ordini monastici che, a partire dall’XI secolo, arrivarono in Sardegna, su richiesta della Chiesa di Roma ma talvolta chiamati direttamente dagli stessi giudici. I primi ad arrivare, intorno al 1065, furono i Benedettini di Montecassino, che si installarono dapprima nel Giudicato di Torres e in quello di Cagliari, e successivamente nel Logudoro e nell’Arborea, ricevendo in donazione numerose chiese con tutti i loro beni terrieri e i servi.

All’arrivo dei Benedettini seguì quello dei monaci di S. Vittore di Marsiglia, che ottennero chiese e terre nel Campidano meridionale e, successivamente, in Gallura e nel Logudoro. Ai primi decenni del XII secolo data l’insediamento in Sardegna di altri ordini benedettini, come i Camaldolesi, i Vallombrosani, i Cistercensi.

I compiti di colonizzazione che i monaci si assunsero appaiono chiari dalle formule presenti negli atti di donazione delle terre, che vengono assegnate ad plantandum, ad stirpandum, ut ordinent et lavorent et edificent et plantent. Questi impegni furono mantenuti e le conseguenze economiche dell’attività dei monaci furono notevoli: le loro abbazie, circondate di vasti possedimenti lavorati dai servi e dotati di gran numero di greggi e di mandrie, diventarono importanti centri di produzione agro-pastorale, e certamente contribuirono ad un certo rinnovamento delle colture e delle tecniche di lavoro. I monaci Vittorini si impegnarono anche nello sfruttamento delle saline di Cagliari, dando vita ad un intenso traffico verso la Francia.

Importante, oltre al ruolo di centri di cultura svolto dai monasteri, anche l’attiva opera dei monaci nell’incoraggiare la costruzione di chiese e basiliche, che abbellirono ed arricchirono le campagne sarde: alcune di esse, ancor oggi esistenti, rappresentano dei veri gioielli dell’arte romanica.

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