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I Giudicati: origini e organizzazione

Come si governavano i quattro Giudicati sardi?

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Una chiesa romanica di pietra scura con un campanile quadrato, sotto un cielo azzurro
La chiesa di Santa Maria del Regno ad Ardara, consacrata nel 1107: era la cappella palatina dei giudici di Torres, che ad Ardara avevano la loro residenza. Wikimedia Commons, CC BY 3.0, foto di Sailko.

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Perché questa lezione merita attenzione

Rimasta senza la protezione di Bisanzio, la Sardegna si divide in quattro regni autonomi, i Giudicati di Cagliari, Torres, Arborea e Gallura. Ognuno è governato da un giudice, re ereditario, che amministra il territorio diviso in curatorie insieme ai notabili riuniti nella «corona de logu».

Come si governavano i quattro Giudicati sardi?

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Le origini

Il distacco della Sardegna da Bisanzio e la necessità, per i Sardi, di organizzare autonomamente la propria difesa, costituirono probabilmente le basi per la nascita dei Giudicati, cioè di quelle istituzioni amministrative e politiche su cui si resse la vita della Sardegna per alcuni secoli e che caratterizzano uno dei momenti più significativi della sua storia.

Le notizie sulle origini di questa forma di organizzazione sono assai incerte: infatti, i primi documenti sono dell’XI secolo e ci descrivono la Sardegna già strutturata in quattro Giudicati, retti ciascuno da un judex o iudike.

La nascita di questa magistratura risale probabilmente al periodo in cui la Sardegna dovette difendersi da sola dagli attacchi degli Arabi: è probabile cioè che i poteri delle vecchie magistrature bizantine, civili e militari, venissero concentrati nelle mani di un’unica autorità e che questa, per ragioni di organizzazione della difesa, avesse delegato il suo potere a quattro magistrati risiedenti in diverse parti del territorio isolano.

Si sarebbe in tal modo creata la divisione dell’isola in zone che, col tempo, acquistarono una loro autonomia rispetto al potere centrale, dando luogo ai quattro Giudicati di Cagliari, di Torres o Logudoro, di Arborea e di Gallura.

L’organizzazione interna

La scarsità delle fonti relative ai primi secoli di vita dei Giudicati non ci permette di ricostruire un quadro preciso della loro struttura e, soprattutto, dell’evoluzione che essa subì col tempo e sotto l’influenza di svariate forze esterne intervenute nell’isola, come le città marinare, alcuni stati europei, i papi, gli ordini religiosi. I documenti più numerosi e certi sono infatti relativi agli ultimi sviluppi di queste istituzioni ed è soprattutto su questi documenti che gli storici hanno avanzato ipotesi, spesso tra loro contrastanti, anche sui periodi precedenti.

In termini molto generali, i Giudicati ci appaiono come organismi indipendenti, amministrati da funzionari con a capo il giudice, il cui patrimonio privato era distinto da quello demaniale, cioè pubblico, appartenente all’intera comunità del Giudicato. Il potere del giudice, come appare dai documenti diplomatici dei secoli XI-XII, era un potere sovrano: egli veniva definito re e la sua attività rennare (regnare). Questi caratteri, e gli sviluppi che i Giudicati conobbero sino al XIV secolo, hanno portato alcuni storici ad individuarne una ben definita “statualità” e ad affermare che questi stati giudicali erano dei veri e propri regni.

Ogni Giudicato, detto rennu (regno) o logu (territorio), era diviso in Curatorie, o province, amministrate da un curatore nominato dal giudice (spesso ne era il secondogenito o un parente stretto). Il curatore riscuoteva le tasse e controllava l’amministrazione della giustizia e le forze militari. Ogni Curatoria comprendeva un certo numero di ville, cioè centri abitati, amministrate da un majore de villa, nominato per due anni dal curatore ed investito di responsabilità fiscali, giudiziarie e militari. Ogni gruppo di quattro ville formava una scolca, presieduta dal majore de scolca.

L’autorità del giudice si fondava sul principio di successione, spettante in generale al primogenito ma che includeva anche le donne, secondo un costume non frequente nel mondo medievale. Al principio di successione si aggiungeva una sorta di pratica elettiva, in quanto si teneva conto della volontà dei majorales (alti funzionari, ricchi proprietari terrieri, parenti stretti del giudice) e dei vescovi, a cui spettava confermare, almeno sul piano formale, i diritti del nuovo giudice. In questo modo sia i gruppi dominanti che la Chiesa si assicuravano il controllo sulle dinastie giudicali e sui principali atti di governo dei giudici, come la concessione di terre e di chiese ad enti religiosi o i trattati commerciali.

Accanto al giudice nel governo della cosa pubblica stavano i majorales e il popolo: insieme costituivano un’assemblea detta corona de logu, in cui il popolo aveva una semplice funzione consultiva. Le cariche più importanti erano quelle di giudice de facto, che sostituiva il giudice di diritto ogni qualvolta quest’ultimo era assente o impossibilitato a governare; l’armentariu de logu, che coordinava l’esazione dei tributi ed amministrava l’intero patrimonio del Giudicato (il rennu); e altri funzionari.

Il patrimonio privato del giudice era invece amministrato dall’armentariu de pegugiare; il majore de camera aveva funzioni di tesoriere; il mandatore de rennu rappresentava il giudice nei vari territori del Giudicato.

L’amministrazione della giustizia spettava al giudice, affiancato da un collegio giudicante (corona) formato dai suoi consiglieri, i boni homines, ma le cause minori erano di competenza dei curatori e dei majores de villa.

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