Soglia
Perché questa lezione merita attenzione
Nel 1297 il papa infeuda la Sardegna al re d’Aragona; la conquista comincia nel 1323 e incontra per quasi un secolo la resistenza dell’Arborea, piegata solo nel 1409 a Sanluri e definitivamente nel 1478 a Macomer. Il nuovo Regnum Sardiniae, governato da un viceré, introduce il feudalesimo, che segnerà l’isola per secoli.
Che cosa cambiò in Sardegna con il dominio aragonese?
Lezione
L’occupazione

Il XIV secolo rappresenta per la Sardegna un periodo di grande importanza: infatti la situazione generale dell’isola cambiò radicalmente, con l’occupazione da parte della corona d’Aragona, la fine del dominio pisano e genovese, e la crisi del Giudicato d’Arborea, che si estinguerà definitivamente agli inizi del secolo successivo. Ma anche sul piano economico e sociale il Trecento apportò modificazioni importanti, con l’affermazione del regime feudale, la grande pestilenza del 1348 e la conseguente diminuzione della popolazione, il generale peggioramento dell’attività economica, caratterizzata da frequenti e diffuse carestie, legate anche alla lunga guerra d’occupazione che sconvolse l’isola per tutto il secolo.
Questi importanti cambiamenti vanno collocati nel quadro della complessa situazione che si era creata nell’area mediterranea, tra Duecento e Trecento, con la guerra tra gli Angioini e gli Aragonesi per il possesso della Sicilia. Già nel 1297 il papa Bonifacio VIII, allo scopo di risolvere questi contrasti, aveva creato un Regnum Sardiniae et Corsicae (Regno di Sardegna e di Corsica), assegnandolo al re di Aragona Giacomo II. In seguito a questa concessione, il re aragonese, qualche decennio più tardi, iniziò l’occupazione della Sardegna, disinteressandosi della Corsica che, anche in seguito, non riuscì mai a conquistare.
Nel maggio del 1323, accordatosi con il Giudice di Arborea, inviò nell’isola il figlio Alfonso, con una flotta di circa trecento navi al comando dell’ammiraglio Francesco Carroz e con un esercito costituito da numerosi contingenti guidati da aristocratici catalano-aragonesi desiderosi di conquistare territori da amministrare e da sfruttare. Conquistata la città di Iglesias, dopo un sanguinoso assedio durato sette mesi, l’esercito aragonese si diresse verso Cagliari sconfiggendo un esercito pisano e impadronendosi della città nel giugno del 1324. Da quel momento iniziò una lenta e faticosa occupazione dell’isola che si protrasse per tutto il Trecento. Dopo aver costretto i Pisani a cedere tutti i territori sardi, i re di Aragona dovettero far fronte alle resistenze e alle frequenti rivolte dei signori locali, delle città di Sassari e Alghero e degli stessi Arborea che, nella seconda metà del secolo, sotto il giudice Mariano prima e poi sotto la giudicessa Eleonora, abbandonarono la loro politica filo-aragonese e iniziarono una dura lotta per estendere il loro dominio sull’isola.
Difficile sintetizzare i momenti di questa lotta, intessuta di battaglie locali, di episodi di guerriglia in tutta l’isola, di formazione e rottura di alleanze. La lotta tra gli Arborea e gli Aragonesi si concluse solo nel 1409, quando l’esercito catalano-aragonese sconfisse definitivamente, nella battaglia di Sanluri, quello arborense. L’anno successivo, la pace di San Martino sancì la fine del Giudicato di Arborea che, trasformato in Marchesato di Oristano, venne assegnato a Leonardo Cubello. Il dominio della Corona d’Aragona sul Regnum Sardiniae poteva dirsi oramai affermato. Un successivo tentativo di ribellione a questo dominio da parte di Leonardo Alagon, Marchese di Oristano, fu stroncato nel 1478 con la battaglia di Macomer, che segnò la definitiva sconfitta dei ribelli locali. Il Marchesato di Oristano venne incamerato nei beni della Corona.
Nel 1479, alla morte del re Giovanni II (Senza Fede), salì sul trono d’Aragona il figlio Ferdinando (II il Cattolico), sotto il cui regno si realizzò un importante cambiamento politico. Anni prima Ferdinando aveva sposato la regina di Castiglia: la sua successione al trono di Castiglia determinò quindi una unione delle due Corone, e permise alla Spagna di diventare uno degli stati più potenti d’Europa. La Sardegna da “aragonese” divenne così “spagnola”, secondo una denominazione comunemente adottata.
La struttura del Regnum Sardiniae
L’amministrazione
Con l’avvento degli Aragonesi, la Sardegna ricevette una organizzazione amministrativa e istituzionale che conserverà, pur con qualche modificazione, per secoli, sino alla metà del XIX secolo. Con le sue istituzioni specifiche, il Regnum Sardiniae faceva parte di quella costellazione di Stati — Aragona, Catalogna, Maiorca, Valenza, Sicilia — che facevano capo alla Corona d’Aragona, uniti nella “persona” del sovrano. La Corona d’Aragona (e successivamente la Corona di Spagna) era quindi una Confederazione di Stati, di realtà territoriali distinte e autonome, ognuna delle quali aveva proprie leggi e proprie istituzioni. Questa “unione personale” nel Sovrano garantiva l’unità della confederazione, ma insieme garantiva le prerogative di ogni singolo Stato e la specificità del suo ordinamento giuridico. Il Sovrano, infatti, legiferava in forma indipendente per ciascuno Stato: le leggi emanate per la Sardegna, ad esempio, erano diverse da quelle emanate per gli altri Stati della Corona.
L’isola venne divisa in due grandi settori amministrativi: il Capo di Cagliari e Gallura (o Capo di sotto) e il Capo di Sassari e Logudoro (o Capo di sopra). La massima autorità dell’isola era il viceré, che risiedeva a Cagliari e che, oltre a rappresentare l’autorità del sovrano e ad avere il comando militare dell’isola, aveva anche importanti funzioni giudiziarie e legislative: aveva, ad esempio, la potestà di emanare decreti (chiamati crida, poi pregoni), che avevano valore su tutto il territorio isolano, su materie come l’ordine pubblico, il porto d’armi, la lotta al banditismo, le monete, la sanità, ecc. Le leggi vere e proprie (prammatiche) erano invece prerogativa esclusiva del Sovrano. Il viceré aveva anche il compito di convocare e di presiedere, in assenza del re, il Parlamento.
La struttura feudale
Un elemento di novità introdotto dagli Aragonesi e che persisterà per alcuni secoli, determinando notevoli conseguenze sull’economia e sulla società sarda, fu il feudalesimo. Man mano che l’occupazione aragonese procedette lungo l’arco dei secoli XIII e XIV, i territori occupati vennero divisi in feudi di diversa estensione ed assegnati a nobili catalano-aragonesi o a signori locali alleati della corte d’Aragona. Si creò così una fitta rete di feudi, per cui gran parte della campagna e dei villaggi rurali passarono sotto la giurisdizione di nobili — baroni, conti, marchesi — che, nell’ambito del loro feudo, godevano di ampi poteri.
Il feudatario rappresentava la massima autorità nel suo territorio e, oltre che fungere da giudice e da controllore dell’ordine pubblico interno, aveva anche il potere di imporre ai suoi vassalli, contadini e pastori, i tributi feudali, di varia natura e talvolta diversi da zona a zona. Alcuni erano comuni e diffusi ovunque: tra questi il feu (o focatico), una somma dovuta da ogni capofamiglia; il laor di corte (o terratico), il versamento di una certa quantità del grano che ogni contadino produceva o seminava; il deghino, che incombeva sui pastori e che consisteva nel pagamento di una quota del bestiame posseduto (pecore, capre, maiali, bovini). Ne esistevano poi tanti altri, spesso arbitrari, per una serie di servizi che il feudatario forniva e che i vassalli dovevano obbligatoriamente utilizzare: ad esempio l’uso del mulino o del forno, oppure l’attraversamento di un ponte.
I rapporti tra feudatari e vassalli erano normalmente conflittuali, poiché i primi tendevano ad aumentare i loro privilegi e la misura dei tributi feudali, mentre i secondi cercavano di difendersi dagli abusi baronali e di limitare le loro prestazioni. Tuttavia non vi fu mai, sino alla fine del Settecento, una reazione aperta o violenta del mondo contadino sardo nei confronti dell’istituzione feudale o del singolo feudatario: a parte qualche limitato episodio di resistenza dei vassalli, non si assiste in Sardegna a nessuno di quegli episodi di jacquerie, di rivolta contadina, di cui è invece costellata la storia d’Europa del tempo.
A limitare la tensione tra le due parti contribuirono quei patti e quelle convenzioni (i Capitoli di Grazia) stipulati tra i feudatari e i villaggi e stilati da notai, che fissavano i diritti e i doveri reciproci, a garanzia degli interessi delle comunità rurali.
Mentre il mondo rurale era assoggettato a questo regime feudale, che incideva molto negativamente sulle sue condizioni di vita e di lavoro, le città ne erano esentate: non pagavano quindi i tributi feudali e godevano di una certa autonomia amministrativa e di particolari privilegi, soprattutto commerciali, sanciti da statuti confermati dalla Corona. Erano sotto la giurisdizione regia e venivano considerate come città regie: Cagliari, Iglesias e Sassari, nel Capo di sotto e nel Capo di sopra, Bosa e Alghero.
Per andare oltre
Approfondimenti
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Figlia di Mariano IV, Eleonora governa l’Arborea alla fine del Trecento e guida la lotta contro gli Aragonesi fino a controllare quasi tutta l’isola: è diventata il simbolo dell’antica libertà dei Sardi.
