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Officina delle lettere

Una lunga diga ad archi in cemento che sbarra un lago fra colline verdi, con un viadotto sullo sfondo
La diga di Santa Chiara sul Tirso, progettata da Angelo Omodeo e inaugurata nel 1924: formò il lago Omodeo, allora il più grande bacino artificiale d’Europa. Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0, foto di Gianni Careddu.

Soglia

Perché questa lezione merita attenzione

Con Giolitti arrivano le prime leggi speciali per la Sardegna e le grandi opere sul Tirso. Nella prima guerra mondiale i soldati sardi, quasi tutti contadini e pastori, combattono nella Brigata Sassari e pagano un prezzo altissimo; tornano a casa cambiati, decisi a ottenere la terra che era stata loro promessa.

Come la Grande guerra cambiò i Sardi?

Lezione

La legislazione speciale per la Sardegna

Le trasformazioni economiche e sociali, legate allo sviluppo industriale che si realizzò a partire dall’ultimo decennio del XIX secolo, investirono soprattutto alcune zone dell’Italia centro-settentrionale, interessando marginalmente il Mezzogiorno e le isole. Anzi, la scelta fatta dai governi di stimolare lo sviluppo delle industrie localizzate nel Nord Italia contribuì ad accentuare la differenza tra le zone più avanzate e ricche e quelle più arretrate e povere.

Tuttavia, nel primo Novecento, con i governi di Giolitti, cambiò l’atteggiamento della classe politica italiana, che mostrò maggiore attenzione nei confronti della cosiddetta “questione meridionale”, manifestando una volontà nuova di affrontare, con iniziative di riforma, i problemi economici e sociali delle regioni più povere.

Nel quadro di questo disegno riformistico, anche la Sardegna fu oggetto di attenzione per la sua particolare situazione di arretratezza e di disagio, segnalata, come abbiamo visto, dai fenomeni di criminalità e di banditismo nell’ultimo Ottocento e da alcuni clamorosi episodi di malessere popolare nel primo Novecento. Gli scioperi in aumento tra gli operai sardi, che culminarono nel 1904 con i tragici fatti di Buggerru, e, nel 1906, i moti popolari a Cagliari e provincia, furono importanti segnali dello stato di tensione e di pericolosità esistente nell’isola.

Questi moti, legati agli aumenti dei prezzi dei prodotti di più largo consumo, ebbero un carattere tumultuoso e spontaneo e si svilupparono, oltre che in città, in molti paesi dell’interno, dando luogo ad assalti e a distruzioni di casotti daziari, di cantine sociali, di caseifici, di municipi, di stazioni ferroviarie, provocando numerosi morti e feriti.

I moti si spensero rapidamente, ma la loro risonanza nella stampa nazionale fu notevole, così come grande fu l’apprensione del governo che, sollecitato da numerose interrogazioni parlamentari, anche di deputati sardi, decise di dedicare particolare attenzione ai problemi dell’isola e di intervenire con urgenza, attraverso provvedimenti speciali di ordine legislativo e finanziario. Ad incidere su questa decisione fu anche la presenza nel governo di Francesco Cocco-Ortu, che contribuì ad elaborare una legge organica destinata specificamente alla Sardegna.

Già nel 1897 e nel 1902 erano state emanate leggi speciali per l’isola relative a particolari settori, come la sicurezza pubblica e la sistemazione idraulica: ma nel 1907 l’impegno legislativo fu assai più ampio e si espresse in un Testo Unico che prevedeva interventi articolati nei vari settori della vita e dell’economia della Sardegna, come le comunicazioni viarie, i porti, la sistemazione idraulica, il rimboschimento, le bonifiche, il credito agrario, l’istruzione.

Questo testo legislativo, che esprimeva certamente la buona volontà da parte del governo di venire incontro ad alcune tra le più urgenti necessità isolane, in realtà diede risultati complessivamente modesti, deludendo molte speranze e molte aspettative. Le somme stanziate per gli interventi nei diversi settori si rivelarono insufficienti e, per di più, molte lentezze burocratiche impedirono spesso di spendere anche quel poco che si sarebbe potuto spendere.

Risultati positivi vennero, comunque, dalla particolare attenzione che la legge prestava alla situazione idrica della Sardegna, tanto che, con alcune leggi successive, venne avviata un’importante operazione che porterà, nel primo dopoguerra, alla costruzione della diga sul Tirso, inaugurata nel 1923, e alla formazione del “Lago Omodeo”, che prese il nome del suo ideatore, Angelo Omodeo.

La Sardegna nella prima guerra mondiale

La “Grande Guerra”, come venne universalmente definita la prima guerra mondiale, iniziò per l’Italia il 24 maggio del 1915, con la dichiarazione di guerra all’Austria, dopo un anno circa dall’inizio delle operazioni belliche in cui erano impegnate da un lato le potenze dell’Intesa (Francia, Inghilterra, Russia), e dall’altro gli Imperi Centrali (Austria-Ungheria e Germania).

Nei mesi che precedettero l’ingresso in guerra dell’Italia, si discusse molto nel paese, e con grande asprezza, sull’opportunità di intervenire nel conflitto o sulla necessità di conservare la neutralità. In Parlamento, nelle forze politiche, nella stampa, nell’opinione pubblica, si formarono orientamenti e schieramenti diversi: alla tesi “neutralista”, difesa dai cattolici, dai socialisti, dai liberali giolittiani, si contrapponeva la tesi “interventista”, proclamata da numerose correnti di vario orientamento, tra cui i nazionalisti.

Per quanto fossero in minoranza nel paese e in Parlamento, gli interventisti riuscirono a far prevalere le loro tesi, con una attiva e rumorosa campagna propagandistica attraverso la stampa, i comizi, le manifestazioni di piazza, proclamando la necessità di liberare Trento e Trieste dal dominio austriaco e sottolineando i vantaggi politici ed economici che l’Italia avrebbe ricavato da una guerra che si prevedeva facile e sicuramente vittoriosa. Le ultime resistenze neutraliste in Parlamento furono superate autoritariamente dal governo Salandra e pertanto il 24 maggio del 1915 i «primi fanti» italiani marciarono per «raggiunger la frontiera» segnata dal Piave.

Di questo lungo dibattito che interessò la nazione per alcuni mesi, pochi echi arrivarono in Sardegna, dove l’opinione pubblica si mostrò largamente indifferente, malgrado la posizione interventista assunta dai due più diffusi quotidiani locali, L’Unione Sarda e La Nuova Sardegna. Qualche corteo e qualche manifestazione nelle due città maggiori furono gli unici segni della presenza anche in Sardegna di una febbre di guerra.

In realtà, proprio nei mesi in cui si discuteva su un possibile intervento dell’Italia nel conflitto europeo, i Sardi avevano ben altri problemi. Il 1913 e il 1914 erano stati anni tremendi: la siccità, le cavallette, la fillossera (una terribile malattia delle viti) avevano investito le campagne, dimezzando la produzione di cereali, di olive, di vino e provocando gravi morie di bestiame. Per di più, la guerra in atto in Europa aveva messo in crisi l’esportazione dei minerali e costretto le miniere dell’Iglesiente a ridurre drasticamente la produzione, con la conseguenza che, nell’estate del 1914, circa seimila minatori furono licenziati.

Manifestazioni popolari si susseguirono numerose in tutta l’isola, ma non dirette a chiedere la guerra, bensì sussidi e provvedimenti straordinari, assumendo talora, come a Sassari e a Porto Torres, i caratteri drammatici di vere e proprie sollevazioni. In questa situazione è naturale che le popolazioni sarde, soprattutto quelle rurali — ma analogo fu l’atteggiamento in tutte le campagne italiane — restassero indifferenti di fronte ad un problema, come quello dell’intervento o della neutralità, di cui, peraltro, non conoscevano neppure i termini, dato che ben pochi erano in grado di seguirne gli sviluppi nei rari giornali che circolavano nei villaggi.

Tuttavia, all’ingresso dell’Italia in guerra, anche la Sardegna fu chiamata a dare il suo contributo. E fu assai pesante: su una popolazione di poco più di 850.000 individui, i chiamati alle armi furono oltre centomila, di cui ben 13.602 lasciarono la loro vita sul fronte, cioè 138 su ogni mille, contro una media nazionale di circa 105.

La maggior parte dei soldati sardi, per il 95% contadini e pastori, fu inquadrata nella «Brigata Sassari» che, nel corso della guerra, ebbe modo di distinguersi in numerose imprese sul Carso, nell’Altopiano di Asiago, nella Bainsizza, sul Piave, conquistandosi presso l’opinione pubblica nazionale la fama di poderoso strumento di guerra.

Un cippo di pietra chiara con un’epigrafe e un rilievo, in un prato fra gli alberi, accanto a un’asta con la bandiera
Il monumento alla Brigata Sassari nel Parco della Rimembranza di Asiago, sull’altopiano dove i soldati sardi combatterono nel 1916-1917. Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0, foto di Syrio.

Le conseguenze della guerra

Pro defender sa patria italiana
distrutta s’est sa Sardigna intrea,

cantavano in trincea i soldati sardi. In realtà, se non l’intera Sardegna, certamente gran parte dei suoi villaggi erano rimasti impoveriti dalla partenza di migliaia di contadini e pastori, molti dei quali non tornarono più alle loro case.

Ma al di là dei larghi vuoti che si crearono nella manodopera dell’isola, tutta la sua economia risentì in modo pesantemente negativo della guerra, che contribuì a peggiorare una situazione generale già grave prima del conflitto. Tutto il sistema produttivo isolano risultò intaccato e il livello di vita delle popolazioni peggiorò notevolmente. La crisi delle miniere provocò una diffusa disoccupazione e i salari, pur leggermente aumentati, non riuscirono a tener dietro all’aumento generalizzato del costo della vita, mentre, nelle campagne, le requisizioni del bestiame, della lana, del formaggio, del latte e dell’olio, operate dalle autorità, colpirono duramente la produzione e i produttori. Nel complesso, l’economia “di guerra” incise fortemente sulla produzione, sui consumi, sui prezzi, sul commercio, sconvolgendo in particolare la vita delle classi popolari, meno in grado di far fronte alle restrizioni imposte dalle autorità.

Per tutto questo, alla fine del conflitto, il ritorno dei reduci alla pace e alla normalità significò ricominciare da capo ad affrontare tutti quei problemi lasciati irrisolti prima della guerra e che, anzi, la guerra aveva reso ancora più gravi.

Ma i reduci che tornavano dal fronte non erano più gli stessi contadini e pastori che erano partiti qualche anno prima: le esperienze e le conoscenze accumulate in trincea avevano contribuito a formare nei soldati una nuova mentalità, a far maturare nuove speranze, alimentate anche da quel senso di orgoglio “regionale” per la fama di eroismo che accomunava tutti i Sardi in seguito alle imprese della “Brigata Sassari”.

D’altronde lo Stato, nel momento del pericolo per la nazione, aveva fatto grandi promesse ai combattenti, soprattutto ai contadini, per i quali si era parlato di larghe assegnazioni di terra. Nei confronti dei Sardi, poi, queste promesse erano state particolarmente generose: «L’Italia ha contratto un grande debito di gratitudine verso la nobile Isola: questo dovrà assolvere e lo assolverà», aveva proclamato alla Camera, alla fine della guerra, il capo del governo Orlando.

Lo Stato in effetti pagò questo debito, con molte medaglie d’oro, centinaia di medaglie d’argento e di bronzo, migliaia di croci di guerra; ma niente più, e se le decorazioni potevano soddisfare l’orgoglio degli ex combattenti, non risolvevano certo i problemi dell’economia isolana e non soddisfacevano le legittime aspirazioni dei contadini alla proprietà della terra.

Proprio di fronte a questi problemi si rivelò il cambiamento culturale e di mentalità che era maturato nella massa degli ex combattenti, che manifestarono un atteggiamento nuovo rispetto al passato, una nuova volontà di superare la rassegnazione e l’inerzia e di partecipare al dibattito politico, una acquisita capacità di aggregarsi nelle organizzazioni di lotta.

In questa direzione, l’orgoglio e la coscienza “nazional-regionale” consolidatisi in trincea costituirono importanti fermenti che portarono molti reduci ad arricchire le forze politiche esistenti, come il Partito Socialista e, a partire dal 1919, il Partito Popolare cattolico: ma soprattutto contribuirono a dar vita ad una nuova organizzazione, quella degli “ex combattenti”, collegata ad un ampio movimento nazionale, ma con una forte caratterizzazione regionale.