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Lezione

5.

La dittatura di Cesare fra riforme e concentrazione del potere

In che modo un programma di riforme può accompagnarsi alla riduzione della libertà politica repubblicana?

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Dipinto: un corteo di soldati romani con trombe e insegne su lunghe aste
Andrea Mantegna, I Trionfi di Cesare: trombettieri e portatori di insegne, 1484-1492 circa. Hampton Court, Royal Collection. Wikimedia Commons, pubblico dominio.

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Perché questa lezione merita attenzione

Dopo la guerra civile Cesare promuove interventi di riorganizzazione dello Stato, mentre la concentrazione delle cariche altera profondamente l’equilibrio repubblicano.

In che modo un programma di riforme può accompagnarsi alla riduzione della libertà politica repubblicana?

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La concentrazione delle cariche

Cesare riunisce progressivamente autorità militari, politiche e religiose. È pontefice massimo dal 63 a.C., ricopre più volte il consolato e ottiene ripetute nomine alla dittatura.

Nel 44 a.C. riceve il titolo di dittatore perpetuo, che rende indeterminata la durata del suo potere. Gli vengono attribuiti anche onori e riconoscimenti eccezionali, fra cui quello di padre della patria.

Il termine imperator indica il comandante vittorioso: in questa fase non possiede ancora automaticamente il significato assunto dalla parola italiana imperatore.

La trasformazione della dittatura

Nella tradizione repubblicana la dittatura è una magistratura straordinaria, concepita per un’emergenza e limitata nel tempo.

La durata e l’ampiezza del potere cesariano ne modificano il significato. Senato, assemblee e magistrature sopravvivono, ma la loro autonomia è fortemente condizionata dal predominio di una sola persona.

Non è quindi sufficiente osservare che Cesare conserva i nomi delle istituzioni: bisogna verificare chi può davvero prendere decisioni e opporsi al comando.

La politica della clemenza

Cesare consente a diversi avversari di rientrare nella vita pubblica e rinuncia a una repressione generalizzata sul modello delle proscrizioni sillane.

Questa clemenza può favorire la pacificazione e ampliare il consenso. Rimane però una concessione del vincitore: chi viene risparmiato dipende dalla sua decisione.

Il comportamento generoso verso singoli avversari non coincide dunque con il ripristino dell’equilibrio repubblicano.

La cittadinanza e l’integrazione

Nel 49 a.C. la cittadinanza romana viene estesa alle comunità transpadane della Gallia Cisalpina. Altre concessioni riguardano specifici individui e comunità provinciali.

Si rafforza così l’integrazione di gruppi che partecipano alla vita economica e militare del dominio romano. Non avviene però un’estensione universale della cittadinanza a tutti gli abitanti delle province.

Il governo provinciale e i tributi

Cesare interviene sull’amministrazione delle province e sui sistemi di riscossione, cercando di limitare margini di abuso e rendere più controllabili le entrate.

L’obiettivo è migliorare il funzionamento di uno Stato ormai molto esteso. Rimangono comunque tributi, differenze giuridiche e rapporti di subordinazione fra Roma e le popolazioni soggette.

Colonie, lavoro e attività economiche

La fondazione di colonie e l’assegnazione di terre offrono una sistemazione a veterani e cittadini poveri. I trasferimenti fuori Roma possono ridurre la pressione sociale sulla capitale e rafforzare la presenza romana in altri territori.

Cesare avvia inoltre opere pubbliche e programmi edilizi, capaci di dare lavoro e di rappresentare visibilmente il nuovo potere. Gli interventi sulla proprietà, sugli insediamenti e sull’amministrazione incidono sulle condizioni dell’agricoltura e degli scambi.

Non tutti i progetti vengono realizzati: la bonifica delle paludi Pontine appartiene ai programmi di Cesare, ma non viene portata a compimento durante il suo governo.

Riforme e opposizione

L’efficacia di alcuni interventi non elimina la questione politica: chi controlla il governante quando questi dispone di un’autorità predominante?

Una parte degli oppositori considera la concentrazione del potere una minaccia alla libertas, intesa soprattutto come rifiuto della soggezione a un padrone e difesa dello spazio politico repubblicano.

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