La massima «il fine giustifica i mezzi»: Machiavelli non l’ha mai scritta, ma la si ricava da una frase del capitolo XVIII del Principe («si guarda al fine»). Dal proverbio citato da Ovidio all’uso di oggi nel linguaggio politico, la storia di un’espressione e dei suoi fraintendimenti.
Lezione
Invenzioni letterarie
Nel linguaggio comune
La tesi secondo cui il fine giustifica i mezzi è stata spesso all’origine di inaudite crudeltà.
La fortuna di questa riflessione affonda le sue radici molto lontano. Già il poeta latino Ovidio, nel I secolo a.C., aveva citato come un proverbio assai diffuso il detto «Exitus acta probat» (“Il risultato giustifica le azioni”), pur negando a esso il proprio assenso: «Io vorrei – aveva infatti aggiunto Ovidio, per voce del suo personaggio – che non avesse mai successo chiunque pensa che i fatti vanno giudicati in base al risultato» (Eroidi, II, vv. 85-86).
L’espressione si lega però, nella ripresa che ne può essere fatta oggi, per esempio in un dibattito politico, a Machiavelli. Benché infatti, come abbiamo già mostrato, egli non l’abbia mai scritto, il celebre aforisma «Il fine giustifica i mezzi» è stato nei secoli a più riprese presentato come il nucleo più rivoluzionario del suo pensiero. Nel capitolo XVIII del Principe, che è presumibilmente la fonte di questa massima, in maniera più cauta e circospetta Machiavelli aveva affermato che nel valutare le azioni di un principe, e di ogni uomo in generale, normalmente «si guarda al fine», si tiene conto cioè dell’obiettivo raggiunto, del risultato concretamente ottenuto o meno. Se esso favorisce la salvaguardia dell’interesse dei più, i «mezzi» impiegati saranno sempre lodati.
Dell’espressione, che esaspera la separazione tra sfera della morale e sfera della politica propria del pensiero machiavelliano, sono stati fatti a più riprese usi impropri: si pensi, per fare un solo tragico esempio, ai regimi totalitari che nel corso del Novecento, in nome di ideologie assolutistiche, hanno commesso crimini efferati contro l’umanità.
Ma per estensione la questione al cuore di questa espressione può essere applicata a tutte quelle occasioni nelle quali la decisione di compiere o meno un’azione ponga l’interesse – individuale, di una parte, generale – in conflitto con la morale individuale o l’etica collettiva: è lecito violare le regole condivise della democrazia per far vincere le idee della propria parte politica? Oppure infrangere le regole di uno sport (per esempio ricorrendo al doping) per ottenere un risultato altrimenti impossibile?
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