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La forza e l’astuzia del principe: analisi del testo

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Analisi del capitolo XVIII del Principe: Machiavelli rovescia il modello del principe virtuoso degli autori precedenti, rilegge Cicerone sulla forza e sull’inganno e fa dell’astuzia una parte della prudenza politica, separando ciò che è lodevole da ciò che serve a conservare lo stato.

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Il principe ideale degli autori del passato

Il tema di fondo del capitolo è enunciato fin dalle prime righe. Sembrerebbe ovvio sostenere che il principe, per conservare con diritto il potere, debba essere onesto, fedele, leale, rispettoso delle promesse e degli impegni presi. Se al contrario si mostrasse astuto, incline alla frode o all’ingiuria, inevitabilmente attirerebbe su di sé l’odio e il sospetto. La malizia, la calunnia e l’inganno infatti, come avevano teorizzato tutti gli scrittori precedenti a Machiavelli (da Aristotele fino agli umanisti del XV secolo), non si addicono all’uomo di stato.

La dote dell’astuzia secondo Machiavelli

Ma proprio simili argomentazioni costituiscono il bersaglio polemico di Machiavelli, che, all’opposto, intende dimostrare come l’astuzia sia parte fondamentale di quella prudenza richiesta all’uomo politico. Lo scatto avversativo (Nondimanco si vede per experienzia) traccia subito una frattura che divide il piano dell’astratta idealità da quello della concreta azione di governo. E «sta in questa divaricazione, lucidamente assunta, la drammaticità della riflessione teorica machiavelliana» (Rinaldi): il male morale (l’astuzia) viene assunto come strumento di sopravvivenza e di successo.

La rilettura del modello ciceroniano

Dopo il paragrafo teorico proemiale, Machiavelli introduce una fondamentale distinzione. Nell’agire politico ci sono due modalità per affrontare i propri nemici: l’una fondata sul rispetto delle leggi, l’altra incentrata sull’uso della violenza.

Si tratta di un’idea desunta esplicitamente da Cicerone, che nel De officiis (“I doveri”; I, 11, 34-35) aveva scritto: «Poiché due sono i modi di combattere, l’uno per via di discussione, l’altro con la forza, ed il primo è proprio dell’uomo, il secondo delle bestie, bisogna ricorrere a questo se non è possibile usare il primo». È però essenziale notare la trasformazione a cui nel Principe viene sottoposto il concetto: ciò che Cicerone esprime in forma ipotetica e condizionale («bisogna ricorrere… se non è possibile…») viene da Machiavelli enunciato in termini causali e deterministici, che ne sottolineano l’inevitabilità (perché el primo… conviene ricorrere…). Se cioè in Cicerone il ricorso alla forza è una limitata e sporadica eccezione, che non intacca il primato dell’umanità quale criterio di fondo della vita politica, in Machiavelli si assiste invece a un’equiparazione dei due strumenti: contro la tradizione umanistica egli sancisce che chi detiene il potere politico deve saper ricorrere sia ai comportamenti propri dell’uomo (le leggi), sia ai comportamenti propri delle bestie (la forza e l’astuzia).

La necessità di essere “umano” e “ferino”

La figura mitologica di Chirone, il centauro (mezzo uomo e mezzo cavallo) precettore di Achille, viene utilizzata da Machiavelli per condensare in un’immagine memorabile il doppio volto del potere, appunto umano e ferino. A questo proposito Machiavelli fa un’importante puntualizzazione, che riprende vocaboli e temi già toccati nel capitolo XV: poiché gli uomini «non sono buoni», il principe che deve governare i propri sudditi, se non vuole essere travolto da essi, deve «essere non buono»; dalla malvagità intrinseca di ciascun individuo (suddito o alleato del principe), che sempre tende all’affermazione di sé, deriva la necessaria malvagità dei governanti.

Ragionare per simboli e per immagini

Dopo Chirone è la volta del leone e della volpe: il pensiero di Machiavelli, qui più che in altri capitoli del Principe, tende a tradurre i concetti astratti in immagini concrete, che egli desume dalla tradizione classica e medievale. L’autore non vuole proporre lunghi e complessi ragionamenti, ma preferisce comunicare attraverso emblemi, immagini simboliche facilmente memorizzabili. Chirone mostra le due anime del potere: il leone rappresenta la forza militare e il coraggio necessari a ogni principe; la volpe incarna l’importanza dell’astuzia. Con la sola forza, infatti, non ci si può difendere dagli inganni e dai tranelli: la forza è utile di fronte a un nemico che ci sfidi apertamente (come i lupi), ma, data la natura maliziosa e fedifraga degli uomini, essa deve essere accompagnata dalla sagacia, dalla furbizia, dalla capacità di riconoscere per tempo i pericoli ed evitarli. Dopo questi tre simboli, il quarto snodo del discorso è rappresentato da un esempio ricavato dalla storia: la figura di papa Alessandro VI.

Le qualità umane del potere: sembrare o essere

La parte conclusiva del capitolo analizza il tema posto all’inizio: il rapporto fra il principe e le qualità “umane” legate all’esercizio del potere (la pietà, la fedeltà, l’umanità, l’integrità, la religiosità). Al proposito Machiavelli fa una riflessione assai spregiudicata: è importante non che il principe possieda tali qualità, ma che egli esibisca di possederle, sapendo rinunciarvi, quando necessario, per il bene dello stato. A livello esteriore il principe deve ostentare la propria virtù; a livello profondo, però, deve possedere una coscienza etica duttile che sappia perseguire il bene quando è possibile, ma sappia anche fare il male quando è indispensabile. Viene così capovolto un assunto tipico di tutta la cultura umanistica, e già enunciato da Platone, in base al quale la buona reputazione e il successo dell’uomo di governo si sarebbero potuti fondare esclusivamente sulla sincerità e sulla lealtà, ovvero sul ripudio di ogni forma di dissimulazione o inganno.

Il fine giustifica i mezzi?

Facci dunque uno principe di vincere e mantenere lo stato: e mezi sempre fieno iudicati onorevoli e da ciascuno saranno laudati. Da questa affermazione è stata ricavata la celebre massima «Il fine giustifica i mezzi». Benché desumibile dal pensiero di Machiavelli, essa ne costituisce tuttavia una semplificazione e una generalizzazione troppo radicali. Il ragionamento dell’autore fiorentino, infatti, è più articolato e complesso, e parte da una premessa: gli uomini sono in genere affrettati e superficiali nei propri giudizi; solo poche persone cercano di cogliere la verità che si cela al di sotto delle apparenze. Di questo dato di fatto il principe non può non tenere conto: la bontà e la giustizia delle sue azioni saranno valutate solo in base all’effetto prodotto, e non in base alle sue intime intenzioni, e neppure in base alla legittimità degli strumenti impiegati. Machiavelli non condivide questo atteggiamento, e ritiene anzi pericoloso valutare la bontà di un individuo, di un’azione, di un progetto politico, solo in base al risultato: e tuttavia è costretto a prendere atto che l’opinione pubblica valorizza sempre quei comportamenti che, a prescindere dalla loro moralità, hanno permesso di raggiungere la vittoria.

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