Soglia
Perché questa lezione merita attenzione
Con la guerra di successione spagnola la Sardegna passa agli Asburgo e poi, nel 1720, ai Savoia, che diventano «re di Sardegna». Il nuovo governo reprime con durezza il banditismo; dalla metà del secolo il ministro Bogino avvia riforme prudenti nell’amministrazione, nell’istruzione e nell’agricoltura, senza però toccare il feudalesimo.
Che cosa cambiò e che cosa restò uguale in Sardegna con l’arrivo dei Savoia?
Lezione
Dalla Spagna ai Savoia
Nel 1700, Carlo II di Spagna morì senza lasciare eredi e gli successe Filippo d’Angiò, nipote del re di Francia Luigi XIV, col nome di Filippo V. A questa successione si oppose l’Imperatore d’Austria che avanzò la candidatura di Carlo d’Asburgo: si aprì così una controversia tra la Francia e l’Impero d’Austria, la guerra di successione spagnola, che si protrasse sino al 1714 e coinvolse numerosi altri stati europei, tra cui il Piemonte.
Anche la Sardegna, così come gli altri possedimenti spagnoli, subì le conseguenze della guerra passando, nel giro di pochi anni, dall’uno all’altro dei contendenti.
Nel 1708, infatti, un contingente militare inglese (l’Inghilterra era allora alleata degli Asburgo), sbarcato nell’isola da una delle flotte che imperversavano in tutto il Mediterraneo, occupò Cagliari senza trovare resistenze e l’Imperatore d’Austria poté così insediare un suo viceré, affermando la sua autorità sulla Sardegna.
Nel 1713-14, con i trattati di pace di Utrecht e di Rastadt, la guerra di successione spagnola ebbe termine, col riconoscimento di Filippo V come re di Spagna ma col passaggio all’Austria di gran parte dei territori italiani già appartenenti alla Spagna, compresa la Sardegna. La Sicilia fu invece assegnata al Piemonte.
Nel 1717, tuttavia, la situazione nel Mediterraneo tornò a complicarsi, poiché il cardinale Alberoni, ministro di Spagna, riuscì a riconquistare la Sardegna, che tornò momentaneamente sotto il dominio iberico. Ma col trattato di Londra (1718), firmato nel 1720 all’Aia, l’isola venne ceduta a Vittorio Amedeo II di Savoia, che acquistò il titolo di “re di Sardegna”, dovendo però rinunciare alla Sicilia.
Ebbe inizio così il lungo periodo di governo piemontese sulla Sardegna, che si protrarrà sino al 1861, quando l’isola entrerà a far parte del nuovo Regno d’Italia.
Tutte queste vicende belliche e diplomatiche si svolsero senza alcuna partecipazione della popolazione sarda, che restò del tutto indifferente di fronte a questi cambiamenti. Tale distacco è ben espresso da questa famosa quartina popolare gallurese:
Pa’ noi non v’ha middori
non impolta lu ch’a vintu
o sia Filippu Quintu
o Carolu imperadori.
La repressione del banditismo
Nei primi decenni del suo dominio sulla Sardegna, il governo sabaudo non si impegnò a fondo nell’amministrazione dell’isola. Vittorio Amedeo considerava temporaneo questo possesso e, d’altronde, le notizie che i viceré piemontesi fornivano sulle condizioni economiche e sociali dell’isola erano poco confortanti e tali da convincere il sovrano sabaudo della necessità di liberarsi al più presto di un dominio poco redditizio e difficilmente controllabile.
Il conflitto tra la Spagna e la Francia, infatti, aveva favorito la formazione nell’isola di due opposte fazioni, una filospagnola, favorevole a Filippo V, forte anche dell’appoggio di gran parte della Chiesa sarda; l’altra filoaustriaca, favorevole a Carlo d’Asburgo. Non si intravedeva, insomma, l’esistenza di correnti favorevoli al Piemonte.
La guerra aveva anche contribuito ad aggravare i fenomeni del banditismo e della criminalità rurale, favoriti dalla lotta tra i feudatari delle due fazioni, che si erano serviti ampiamente di bande armate formate da latitanti e banditi che, per i loro servizi, ricevevano protezione e immunità. Il disordine e l’insicurezza nelle campagne, già notevoli nei secoli precedenti, erano diventati sempre più gravi, in una situazione di totale mancanza di controllo da parte dello Stato.
La scarsità della popolazione, la miseria del mondo contadino, la povertà della produzione economica, l’insicurezza nelle campagne, l’analfabetismo imperante, l’ostilità dei ceti dirigenti nei confronti dei governanti piemontesi: erano questi i motivi ricorrenti nelle relazioni che i viceré inviavano a Torino periodicamente. Da qui l’iniziale rinunzia ad una politica di trasformazione dell’isola da parte del governo sabaudo, che sperava di poter cedere questa nuova acquisizione territoriale in cambio di qualche altro possedimento.
Tuttavia, il fenomeno del banditismo e la diffusa criminalità rurale non potevano essere ignorati dal governo piemontese: il fatto, poi, che questo fenomeno fosse legato, come abbiamo detto, alle lotte fra le diverse fazioni feudali, finiva per rappresentare un segno dell’opposizione allo Stato sabaudo da parte di vasti settori della classe dirigente sarda. Il problema del banditismo fu pertanto il primo ad essere affrontato con decisione e con estremo rigore, attraverso un’azione repressiva esercitata con l’uso di contingenti militari, impegnati contro i malviventi in vere e proprie campagne di guerra, soprattutto nelle montagne del Logudoro, della Gallura, dell’Anglona.
L’azione repressiva fu condotta ad ondate: la prima fu realizzata dal viceré marchese di Rivarolo («l’uomo di severo sopracciglio» lo definirà lo storico Giuseppe Manno) negli anni tra il 1735 e il 1738, con una serie di vere e proprie spedizioni militari nelle zone più calde, con misure sbrigative e talvolta feroci, con arresti indiscriminati e frettolose condanne, anche per semplici sospetti e senza processo. Minacciosi decreti avvertivano continuamente le popolazioni delle sanzioni previste per i criminali o imponevano particolari norme di comportamento per la prevenzione dei crimini: tra queste, certamente la più singolare sarebbe addirittura all’origine del nome di Barbagia ad alcune zone dell’isola.
Questi interventi repressivi, che colpivano non soltanto i banditi ma anche le popolazioni dei villaggi, si ripeterono più volte nel corso del Settecento, con analoghi caratteri di durezza ma con effetti complessivamente passeggeri, poiché il fenomeno del banditismo, che trovava le sue radici nelle condizioni economico-sociali e culturali della società rurale sarda, non ne risultò intaccato in modo significativo.
Infatti, oltre alla miseria delle popolazioni, alla loro condizione di subalternità alle classi dominanti, alle tensioni esistenti tra mondo pastorale e mondo contadino, ad incoraggiare il banditismo contribuivano anche la mentalità della gente, la sua cultura e le sue tradizioni. Le gesta dei banditi, cioè, venivano cantate ed esaltate nelle poesie popolari come atti di eroismo, poiché erano interpretate come l’unica forma di difesa e di ribellione alle prepotenze delle classi dominanti e dello Stato.
Il prudente riformismo sabaudo
All’inizio del loro dominio, l’attenzione dei Savoia fu diretta quasi esclusivamente a tenere sotto controllo l’isola e a garantire l’ordine interno.
Gli ordinamenti tradizionali del Regnum Sardiniae furono conservati, anche se il sovrano piemontese evitò di convocare il Parlamento, impedendo in tal modo alla nobiltà, al clero e alla borghesia cittadina di far sentire la loro voce e di avanzare le loro richieste, come accadeva in età spagnola. Risultarono così diminuiti anche i poteri del viceré, privato della sua funzione di collegamento tra il re e il Parlamento e ridotto al ruolo di funzionario obbediente alle direttive provenienti dal governo.
Nella sostanza, veniva così limitata fortemente quella sorta di “autonomia” del Regno di Sardegna che aveva caratterizzato il periodo spagnolo. In questo senso, il passaggio dell’isola sotto il dominio sabaudo segnò un aumento dei poteri centrali del governo rispetto a quei poteri — pur limitati — di cui godevano nel periodo precedente le istituzioni periferiche sarde.
Nella seconda metà del XVIII secolo, tuttavia, l’atteggiamento politico dei Savoia nei confronti dell’isola cambiò notevolmente. La situazione europea si andava ormai assestando e il nuovo sovrano piemontese, Carlo Emanuele III, si rese conto che poteva considerare definitivo il possesso della Sardegna. Questo rendeva necessario un impegno nuovo, indirizzato a modificare e a migliorare le condizioni dell’isola, sia sul piano legislativo, sia sul piano economico e sociale.
Fu intrapresa quindi un’azione tendente a modernizzare e a rendere più razionale l’amministrazione della giustizia, il servizio postale, l’assetto ospedaliero e assistenziale, la circolazione monetaria e l’attività commerciale, nel tentativo di incrementare l’attività produttiva e di valorizzare le risorse locali. In questa direzione, oltre ad alcune opere di bonifica, appare di particolare rilievo il ripristino e il rafforzamento dei Monti frumentari (1767) e dei Monti nummari (1780), operazione diretta a venire incontro alle necessità del mondo contadino.
A questa spinta riformatrice diede un notevole contributo l’azione del conte Lorenzo Bogino a cui, a partire dal 1759 e sino al 1773, fu affidata la direzione politica di tutti gli affari riguardanti la Sardegna. Uomo di grande rigore e precisione, egli affrontò il suo compito con fervore, esercitando da Torino un rigido controllo su ogni iniziativa e sull’operato dei funzionari locali.
Sotto la direzione del Bogino si realizzò anche, nel 1771, il riordinamento delle amministrazioni delle città e dei villaggi rurali, con la riforma dei Consigli civici e dei Consigli comunitativi.
Nelle città, tradizionalmente amministrate da un Consiglio formato da cittadini abbienti, estratti a sorte tra gli appartenenti ad alcune categorie sociali e professionali, si sostituì un diverso meccanismo di nomina, che prevedeva una gerarchia di anzianità, una rotazione annuale e l’approvazione degli organi governativi. Con queste modificazioni l’amministrazione regia tendeva ad accentuare il suo controllo sulla vita interna delle città, tradizionalmente gelose dei loro privilegi e poco disponibili a rinunziare agli spazi di autonomia che tali prerogative garantivano.
L’amministrazione dei villaggi, sempre con la normativa del 1771, veniva invece affidata a un corpo ristretto di consiglieri eletti da un’assemblea dei capifamiglia convocata dai funzionari dello Stato. Anche qui l’intento del governo era quello di esercitare un controllo sull’amministrazione del villaggio, ma anche, dal momento che la maggior parte dei paesi rurali era sotto la giurisdizione feudale, di contrapporre ai poteri del feudatario un organismo in grado, in qualche misura, di limitarne le prerogative e gli eventuali abusi.
L’istituzione di questi Consigli Comunitativi fu peraltro un fatto che incise positivamente anche sulle popolazioni dei villaggi e sul loro spirito comunitario, poiché nacquero degli organismi in qualche modo rappresentativi che, seppure espressione dei ceti benestanti della collettività, costituivano comunque dei momenti di aggregazione comunitaria prima inesistenti. Anche se la gestione di questi istituti era affidata ai prinzipales locali, non sempre in conflitto con i feudatari, tuttavia la resistenza di molti villaggi ai poteri baronali, che si manifesterà negli anni Novanta, trovò alimento e spinta proprio in questi Consigli Comunitativi.
Ispirati dal Bogino furono anche gli interventi nel settore dell’istruzione, ai quali il ministro piemontese assegnò grande importanza, definendoli una «impresa grandiosa» per gli effetti che avrebbero potuto produrre sui futuri sviluppi dell’isola, soprattutto perché avrebbero potuto garantire un migliore funzionamento dell’amministrazione, con la creazione, nei giovani sardi, di specifiche competenze.
Dopo l’apertura di una scuola di chirurgia, nel 1759, si procedette alla riorganizzazione degli studi universitari e delle scuole secondarie. Nel 1760 si stabilì l’obbligo dell’uso della lingua italiana, che avrebbe dovuto sostituire lo spagnolo nelle scuole e negli atti ufficiali. Nel 1764 venne riaperta l’Università di Cagliari e l’anno successivo quella di Sassari, ambedue create nei primi decenni del Seicento sotto Filippo III e che, dopo un periodo di sviluppo, erano andate progressivamente decadendo. Furono chiamati, dal Piemonte e da altri stati italiani, docenti di valore da impiegare nelle due Università e parallelamente furono date disposizioni per modernizzare gli ordinamenti didattici delle scuole secondarie, gestite dai due ordinamenti religiosi dei Gesuiti e degli Scolopi.
A queste iniziative di ordine economico e culturale se ne aggiunsero altre dirette a risolvere il problema dello spopolamento dell’isola. Uno degli aspetti, infatti, che i Piemontesi rilevavano con maggiore stupore era lo scarso numero di abitanti esistenti nelle campagne sarde. Da qui la decisione di “ripopolare” la Sardegna con la creazione di nuovi centri abitati, trasferendo nell’isola popolazioni residenti in altre regioni.

Già nel 1738 venne fondato, nell’isola di San Pietro, un nuovo villaggio, Carloforte (che prese il nome dal re Carlo Emanuele III), con il trasferimento di una parte degli abitanti di origine ligure dell’isola di Tabarca, nel mare di Tunisi, esperti nella pesca e nella lavorazione del corallo. Qualche decennio più tardi, nel 1771, fu fondato nello stesso modo il villaggio di Calasetta, nell’isola di Sant’Antioco e, nel 1808, Santa Teresa di Gallura. Queste iniziative di “colonizzazione” furono peraltro le uniche che ebbero successo, poiché altri tentativi simili non diedero esiti positivi.
Complessivamente, si trattò di interventi riformatori ispirati alla necessità di modernizzare la vita economica, sociale e culturale dell’isola, nel tentativo di avvicinare le sue strutture a quelle assai più avanzate e moderne del Piemonte, che furono prese come modello per una modificazione della società sarda. Ma la situazione di arretratezza economica e sociale della Sardegna, soprattutto nelle sue campagne, avrebbe richiesto ben altri e più incisivi provvedimenti per poter essere affrontata con successo. Tale arretratezza, infatti, per un verso trovava la sua ragion d’essere nella tradizionale gestione comunitaria della terra, che limitava le possibilità di innovazioni tecniche e di miglioramenti agrari; per altro verso era legata alla presenza opprimente della feudalità e agli eccessivi tributi che gravavano sul mondo rurale.
Ma su questi aspetti della realtà sarda non ci fu alcun intervento da parte del governo sabaudo.
Nel progetto riformistico — di cui il Bogino fu l’ispiratore più lucido e il Cossu l’esecutore più rigoroso — tendente a rendere più efficienti le strutture burocratiche, più ordinata e produttiva l’attività agricola, più controllate le prerogative dei ceti privilegiati, mancava una precisa volontà di riformare a fondo la realtà isolana, di incidere sui rapporti e le diseguaglianze sociali e, in special modo, mancava la volontà di ridimensionare il regime feudale e di limitare concretamente i privilegi della nobiltà, del clero e in generale delle classi dominanti.
L’iniziale ostilità dell’aristocrazia filospagnola era stata superata nel corso dei decenni attraverso un’accorta politica di concessioni di privilegi, una diffusa distribuzione di nuovi titoli nobiliari ad esponenti della borghesia e una attenta strategia matrimoniale diretta ad unire l’aristocrazia sarda a quella piemontese. In tal modo la Corte era riuscita a conquistare il consenso e la fedeltà delle classi dirigenti, e in particolare della nobiltà, e a controllare ogni possibile resistenza: non aveva quindi un particolare interesse ad intaccare a fondo l’ossatura feudale.
È dunque corretto dire — come è stato detto — che l’insieme dei provvedimenti sabaudi e tutto il programma di governo che si realizzò sino ai primi anni Novanta esprimono per un verso la «volontà di razionalizzare senza riformare e per un altro di razionalizzare per meglio comandare» (Girolamo Sotgiu).
D’altra parte, tutto questo trovava adeguata rispondenza negli atteggiamenti e nelle scelte delle classi dirigenti locali. A parte le tendenze profondamente conservatrici della nobiltà e del clero, anche gli atteggiamenti della borghesia, urbana o rurale, erano tutt’altro che illuminati e moderni. Neanche nelle città la borghesia esercitava una spinta ad un effettivo rinnovamento istituzionale e strutturale. La sua modestia quantitativa, ma soprattutto la sua vocazione alla subalternità e all’ossequio nei confronti del potere centrale, e insieme la sua tendenza al parassitismo e alla corsa ai privilegi e ai titoli nobiliari, le impedivano di svolgere una funzione trainante nel processo di modernizzazione della Sardegna e di aspirare seriamente ad assolvere al suo ruolo di classe dirigente.
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