
Marco Tullio Cicerone (106-43 a.C.), oratore, filosofo e uomo politico, non era un sostenitore di Cesare. Eppure nel 56 a.C., nell’orazione Sulle province consolari (De provinciis consularibus), sostenne in senato che a Cesare andava prorogato il comando in Gallia. Il passo mostra l’impatto straordinario che le vittorie di Cesare ebbero a Roma, e quindi il prestigio enorme che gliene derivò.
Il testo è in una traduzione nostra; l’originale latino si legge da solo o a fronte.
Bellum Gallicum, patres conscripti, C. Caesare imperatore gestum est, antea tantum modo repulsum. [...] C. Caesaris longe aliam video fuisse rationem. Non enim sibi solum cum iis, quos iam armatos contra populum Romanum videbat, bellandum esse duxit, sed totam Galliam in nostram dicionem esse redigendam.
Traduzione
La guerra contro i Galli, senatori,1 l’ha combattuta davvero Gaio Cesare come comandante: prima ci si era limitati a respingerli. [...] Vedo che il disegno di Gaio Cesare è stato tutto diverso. Egli ha ritenuto di dover combattere non soltanto contro quelli che vedeva già in armi contro il popolo romano, ma di dover ridurre sotto il nostro dominio l’intera Gallia.2
[...] Semitam tantum Galliae tenebamus antea, patres conscripti; ceterae partes a gentibus aut inimicis huic imperio aut infidis aut incognitis aut certe immanibus et barbaris et bellicosis tenebantur; quas nationes nemo umquam fuit quin frangi domarique cuperet. Nemo sapienter de re publica nostra cogitavit iam inde a principio huius imperii, quin Galliam maxime timendam huic imperio putaret; sed propter vim ac multitudinem gentium illarum numquam est antea cum omnibus dimicatum; restitimus semper lacessiti. Nunc denique est perfectum ut imperii nostri terrarumque illarum idem esset extremum.
Traduzione
[...] Prima, senatori, della Gallia possedevamo appena un sentiero;3 le altre parti erano in mano a popoli o nemici del nostro impero, o infidi, o sconosciuti, o comunque feroci, barbari e bellicosi: popoli che chiunque avrebbe voluto vedere abbattuti e domati. Fin dalle origini del nostro impero non c’è stato uomo politico assennato che non abbia considerato la Gallia la minaccia più temibile per il nostro dominio;4 ma per la forza e il numero di quelle popolazioni non si era mai combattuto contro tutte insieme: ci siamo sempre e soltanto difesi dai loro attacchi. Ora finalmente si è ottenuto che i confini del nostro impero coincidano con quelli di quelle terre.
Alpibus Italiam munierat antea natura non sine aliquo divino numine. [...] Quae iam licet considant. Nihil est enim ultra altitudinem montium usque ad Oceanum, quod sit Italiae pertimescendum.
Note
- 1senatori (patres conscripti): la formula con cui ci si rivolgeva al senato. Nel 56 a.C. si discuteva quali province assegnare ai consoli dell’anno successivo; gli avversari di Cesare volevano togliergli le Gallie.↩
- 2l’intera Gallia (totam Galliam): non solo la Narbonese, già provincia, ma anche la Gallia Comata; nella parte omessa Cicerone ricorda che perfino Mario si era limitato a respingere le invasioni dei Cimbri e dei Teutoni.↩
- 3appena un sentiero (semitam tantum): la stretta fascia della Narbonese, lungo la costa, che collegava l’Italia alla Spagna.↩
- 4la minaccia più temibile (maxime timendam): il timore dei Romani risaliva al sacco di Roma da parte dei Galli di Brenno, all’inizio del IV secolo a.C.↩
- 5non senza un disegno divino (non sine aliquo divino numine): nella parte omessa Cicerone aggiunge che, se quel passaggio fosse stato aperto ai Galli, Roma non sarebbe mai diventata la sede di un grande impero.↩
- 6fino all’Oceano (usque ad Oceanum): l’Atlantico e il mare del Nord, i confini della Gallia conquistata da Cesare.↩
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