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Sangue e potere: dal primo triumvirato alla guerra civile

Che cosa resta della Repubblica quando il potere si decide in un accordo privato fra tre uomini?

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Testa in marmo di Giulio Cesare, ritratto di Tuscolo
Testa di Giulio Cesare da Tuscolo, metà del I secolo a.C. Torino, Museo di Antichità. Foto di Marie-Lan Taÿ Pamart, Wikimedia Commons, pubblico dominio.

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Perché questa lezione merita attenzione

Dal consolato di Crasso e Pompeo del 70 a.C. al patto segreto con Cesare, da Lucca a Carre, dal consolato senza collega al Rubicone e a Farsalo: come un accordo privato svuota la Repubblica.

Che cosa resta della Repubblica quando il potere si decide in un accordo privato fra tre uomini?

Lezione

Roma aveva cominciato la propria storia con un fratricidio, quello di Romolo e Remo, e nel I secolo a.C. sembra ritornare di continuo a quella scena originaria. Dopo la guerra sociale, dopo lo scontro fra Mario e Silla, dopo le liste di proscrizione, la Repubblica non riesce più a contenere l’ambizione dei suoi capi entro le regole delle magistrature. In questa crisi tre uomini trovano il modo di aggirare le istituzioni senza abolirle: si accordano in segreto e si spartiscono il potere. La loro intesa durerà meno di dieci anni, ma da essa nascerà la guerra civile che segnerà la fine della Repubblica.

Il quadro: una Repubblica appena uscita dalla tempesta

Alla fine degli anni Settanta Roma ha appena superato due crisi gravissime. La prima è l’eredità della guerra civile fra Mario e Silla, che ha lasciato divisioni profonde fra optimates, i difensori del primato del Senato, e populares, i politici che cercano consenso nelle assemblee popolari. La seconda è la rivolta servile guidata dal gladiatore trace Spartaco (73-71 a.C.): per due anni un esercito di schiavi fuggiti ha battuto le legioni e attraversato l’Italia, seminando un terrore che i Romani non dimenticheranno.

A schiacciare i ribelli è Marco Licinio Crasso, al comando di otto legioni. Ma quasi negli stessi mesi rientra dalla Spagna Gneo Pompeo, che ha chiuso la lunga guerra contro Quinto Sertorio, l’ultimo grande capo mariano, padrone per anni di buona parte della penisola iberica. Pompeo intercetta e distrugge un gruppo di fuggiaschi dell’esercito di Spartaco e si presenta come colui che ha posto fine alla guerra. Crasso non glielo perdonerà.

I due pretendono il consolato per il 70 a.C. e lo ottengono anche grazie alla pressione dei loro eserciti, rimasti alle porte di Roma: il ricatto di una nuova guerra civile è evidente. Da consoli smantellano una parte delle riforme sillane, restituendo ai tribuni della plebe i poteri che Silla aveva loro tolto. Ma per tutto l’anno si guardano con sospetto: sono colleghi, non alleati.

Tre uomini, tre forme di potere

Testa di Marco Licinio Crasso, Louvre
Testa in marmo di Marco Licinio Crasso, I secolo a.C. Parigi, Louvre. Foto: Wikimedia Commons, CC0.

Nel decennio successivo emergono con chiarezza i tre protagonisti della nuova stagione politica.

  • Crasso, nato intorno al 115 a.C., dispone di un patrimonio che nessun altro senatore può eguagliare. Ha costruito la sua fortuna acquistando a basso prezzo i beni dei proscritti di Silla e speculando sugli immobili; presta denaro a mezzo Senato e ha legami stretti con i cavalieri, il ceto degli affari e degli appalti pubblici. Il suo potere è il credito: molti gli devono qualcosa.
  • Pompeo è il generale più celebre della sua generazione. Dopo la Spagna ha ripulito il Mediterraneo dai pirati (67 a.C.) e ha vinto Mitridate, riorganizzando l’intero Oriente romano (66-62 a.C.). È amato dal popolo, osannato per le vittorie, circondato da veterani che attendono le terre promesse. Ma al ritorno trova il Senato ostile: le sue sistemazioni orientali non vengono ratificate e le terre per i soldati restano bloccate.
  • Gaio Giulio Cesare, nato nel 100 a.C., ha meno soldi e meno vittorie degli altri due, ma una lucidità politica fuori del comune. Discendente di una famiglia patrizia antichissima ma imparentato con Mario, si è costruito una carriera da popularis con spese enormi (in gran parte finanziate da Crasso), con un’oratoria brillante e con un’ambizione senza limiti. Nel 61-60 a.C. ha governato la Spagna Ulteriore e ne è tornato con prestigio e denaro: ora vuole il consolato.

Il primo triumvirato (60 a.C.)

Ciascuno dei tre, da solo, si scontra con il muro del Senato, dominato dagli optimates di Catone il Giovane. Cesare capisce che l’ostacolo cade soltanto se le tre forze si sommano, e si incarica della parte più difficile: riconciliare due uomini che da dieci anni si detestano. Nasce così quello che i moderni chiamano primo triumvirato.

Il nome inganna: non si tratta di una magistratura né di un organo dello Stato, ma di un accordo privato e segreto, una sorta di governo parallelo che si serve delle istituzioni senza dichiararlo. Ognuno porta la sua risorsa: Crasso il denaro e le clientele fra i cavalieri, Pompeo la popolarità e i voti dei veterani, Cesare l’abilità politica e la capacità di trasformare l’accordo in leggi. L’intesa è suggellata anche da un matrimonio: Pompeo sposa Giulia, la figlia di Cesare.

Il consolato di Cesare (59 a.C.)

Con l’appoggio dei due soci Cesare è eletto console per il 59 a.C. Il suo collega è Marco Calpurnio Bibulo, un ottimate deciso a bloccarlo; ma Cesare governa di fatto da solo, tanto che a Roma si scherza sul “consolato di Giulio e di Cesare”. Bibulo, dopo essere stato aggredito nel Foro, si chiude in casa e dichiara invalide le sedute osservando il cielo in cerca di presagi sfavorevoli: un ostruzionismo religioso che Cesare semplicemente ignora.

In un anno Cesare ripaga i soci:

  • una legge agraria distribuisce terre ai veterani di Pompeo, e le sistemazioni orientali di Pompeo vengono finalmente ratificate;
  • per Crasso e i cavalieri ottiene la riduzione di un terzo del canone che le società di publicani dovevano versare allo Stato per l’appalto delle imposte d’Asia, un affare in cui avevano offerto troppo;
  • per sé, con la lex Vatinia, si fa assegnare per cinque anni il governo della Gallia Cisalpina e dell’Illirico; il Senato vi aggiunge la Gallia Narbonense. In tutto quattro legioni.

Il comando in Gallia è la vera posta in gioco: una provincia vicina all’Italia, con un esercito numeroso e, oltre il confine, un territorio immenso da conquistare.

Il rinnovo del patto: Lucca (56 a.C.)

Negli anni seguenti Cesare conduce la conquista della Gallia, mentre a Roma la situazione si fa tesa: il tribuno Publio Clodio, uomo di Cesare, scatena bande armate, Cicerone viene esiliato e poi richiamato, Pompeo e Crasso tornano a sospettare l’uno dell’altro. Nella primavera del 56 a.C. i tre si incontrano a Lucca, al confine della provincia di Cesare, e rinnovano l’accordo.

Secondo Plutarco (Vita di Cesare, 21) lo scambio è preciso. Cesare garantisce a Pompeo e Crasso un nuovo consolato, anche inviando a Roma i propri soldati perché votino per loro; in cambio i due, una volta in carica, faranno approvare per se stessi grandi comandi provinciali e per lui il prolungamento quinquennale del governo delle Gallie e dell’Illirico.

Il programma si realizza alla lettera. Nel 55 a.C. Pompeo e Crasso sono di nuovo consoli insieme; una legge assegna a Pompeo le due Spagne e l’Africa, a Crasso la Siria, da dove intende muovere guerra ai Parti; un’altra legge conferma a Cesare i proconsolati e gli consente di arruolare nuove legioni per la guerra gallica. Pompeo però non parte: governa le sue province per mezzo di legati e resta alle porte di Roma, dove nello stesso anno inaugura il suo grande teatro in Campo Marzio.

La fine del triumvirato

A spezzare l’equilibrio non è uno scontro politico, ma due morti.

Nel 54 a.C. Giulia muore di parto, poco più che ventenne; anche il bambino non sopravvive. Il matrimonio, a quanto raccontano le fonti, era stato felice, e con Giulia scompare il legame personale fra il suocero e il genero.

L’anno seguente, nel 53 a.C., Crasso cerca in Oriente la gloria militare che gli manca. Attraversa l’Eufrate e si spinge nella pianura mesopotamica, dove l’esercito partico guidato dal generale Surena lo attende presso Carre (oggi Harran, nel sud-est della Turchia). Gli arcieri a cavallo dei Parti, riforniti di frecce senza sosta da carovane di cammelli, e i cavalieri corazzati, i catafratti, annientano le legioni: almeno ventimila Romani cadono e circa diecimila vengono fatti prigionieri. Muore anche il figlio di Crasso, Publio; Crasso stesso viene ucciso durante un tentativo di trattativa. Le insegne delle legioni restano in mano ai Parti e verranno recuperate solo da Augusto, più di trent’anni dopo.

L’accordo a tre si riduce così a un rapporto a due. Per qualche tempo Pompeo e Cesare restano formalmente leali l’uno all’altro, e Cesare ottiene altre legioni per chiudere la campagna gallica.

Il capovolgimento: Cesare più forte di Pompeo

Intanto, però, la bilancia si è spostata. Otto anni di guerra in Gallia, chiusi nel 52 a.C. dall’assedio di Alesia e dalla resa di Vercingetorige, hanno trasformato Cesare. Il bottino gli permette di pagare debiti, finanziare monumenti e spettacoli, comprare alleati politici; i popoli sottomessi diventano sue clientele; i prigionieri venduti come schiavi alimentano la sua fortuna. Soprattutto, i suoi legionari hanno combattuto per anni sotto di lui e da lui aspettano paghe, premi e terre: la loro lealtà va al comandante più che alla Repubblica.

Il generale vittorioso del decennio precedente era Pompeo; ora il prestigio militare e il favore della piazza sono passati a Cesare. È questo a spingere Pompeo verso il Senato, che a sua volta vede in Cesare la minaccia più grave. Dietro la rivalità personale si scontrano due modi di intendere lo Stato: il governo di un’oligarchia di famiglie che difende le regole e i privilegi della tradizione, e il potere di capi che cercano il consenso del popolo e dell’esercito e sono pronti a forzare quelle regole.

Pompeo console senza collega (52 a.C.)

Nel gennaio del 52 a.C. Clodio viene ucciso sulla via Appia in uno scontro con le bande di Tito Annio Milone. I suoi sostenitori portano il cadavere nella curia e vi appiccano il fuoco: la sede del Senato brucia. Roma è nel caos, le elezioni non si possono tenere.

Gli ottimati diffidano di Pompeo da sempre, ma in quella emergenza scelgono il male minore: un uomo forte che ristabilisca l’ordine e, nello stesso tempo, sia legato a loro e non a Cesare. Su proposta proprio di Bibulo, con il consenso di Catone, Pompeo diventa consul sine collega, console senza collega. Formalmente resta un console, eletto per un anno; di fatto concentra nelle sue mani un potere che la Repubblica aveva sempre diviso fra due magistrati, proprio per impedire che uno solo prevalesse. Pompeo si avvicina sempre più agli ottimati: sposa Cornelia, figlia di Quinto Cecilio Metello Pio Scipione, e prende il suocero come collega per gli ultimi mesi dell’anno.

Cesare lascia fare: nessun tribuno a lui vicino interviene. Gli interessa un’altra cosa: ottenere un secondo consolato subito dopo la fine del comando in Gallia, potendosi candidare senza venire a Roma. Il punto è decisivo: finché è proconsole gode dell’immunità; se torna privato cittadino, i suoi nemici lo trascineranno in tribunale per le illegalità del consolato del 59.

Verso la guerra civile (51-49 a.C.)

Gli avversari di Cesare in Senato cercano allora di togliergli il proconsolato prima del tempo. Nel 50 a.C. gli impongono di cedere due legioni, ufficialmente destinate a una guerra contro i Parti; una delle due è quella che Pompeo stesso gli aveva prestato anni prima. Cesare obbedisce, ma le legioni non partono mai per l’Oriente: restano in Italia, a disposizione di Pompeo.

Il disegno degli avversari è chiaro: disarmare Cesare prima che possa diventare di nuovo console, e poi processarlo. Cesare tratta fino all’ultimo. Raggiunge la Cisalpina con una sola legione pronta e propone un compromesso: rinuncerà al grosso dell’esercito se potrà conservare la Cisalpina e l’Illirico, con poche legioni, fino all’elezione; il tribuno Curione, suo alleato, propone che entrambi, Cesare e Pompeo, depongano le armi. La maggioranza dei senatori approva, ma i consoli e gli ottimati più intransigenti bloccano ogni compromesso.

Il 1° gennaio del 49 a.C., come racconta Cesare stesso nel De bello civili (I, 1-2), il Senato discute una sua lettera; Metello Scipione propone che Cesare congedi l’esercito entro un termine stabilito, pena essere considerato nemico pubblico. I tribuni Marco Antonio e Quinto Cassio pongono il veto, ma il 7 gennaio il Senato vota il senatus consultum ultimum, che affida ai magistrati e a Pompeo la difesa dello Stato. I tribuni fuggono presso Cesare.

Pochi giorni dopo, nella notte, Cesare attraversa con i suoi soldati il Rubicone, il fiumiciattolo che segnava il confine fra la sua provincia e l’Italia: entrare armato in Italia significa dichiarare guerra alla Repubblica. Secondo la tradizione pronuncia la frase alea iacta est, “il dado è tratto”.

La guerra civile e Farsalo (49-48 a.C.)

La rapidità di Cesare coglie tutti di sorpresa. Pompeo, che non ha truppe pronte in Italia, abbandona Roma e poi la penisola, imbarcandosi a Brindisi per la Grecia, dove conta di raccogliere gli eserciti delle province orientali. Cesare si volge prima contro le legioni pompeiane di Spagna, che sconfigge a Ilerda nell’estate del 49, poi passa a sua volta in Grecia. Dopo un duro scacco presso Durazzo, lo scontro decisivo avviene il 9 agosto del 48 a.C. nella piana di Farsalo, in Tessaglia.

Apollonio di Giovanni e Marco del Buono, La battaglia di Farsalo e la morte di Pompeo
Apollonio di Giovanni e Marco del Buono, La battaglia di Farsalo e la morte di Pompeo, fronte di cassone, XV secolo. Chicago, Art Institute. Wikimedia Commons, pubblico dominio.

Il 9 agosto del 48 a.C., a Farsalo, Cesare vince nonostante l’inferiorità numerica: una riserva di coorti nascosta dietro la sua ala destra mette in fuga la cavalleria di Pompeo e aggira il suo schieramento.

Carta

Da aggiungere: il mondo romano nel 49 a.C., allo scoppio della guerra civile, con i territori controllati da Cesare (Gallia Comata, Narbonense, Cisalpina, Illirico), quelli di Pompeo (le Spagne) e quelli della res publica, i regni dei Parti, dei Tolomei e di Burebista in Dacia, e il numero di legioni in ciascuna area.

Per fissare

  1. Perché nel 70 a.C. Crasso e Pompeo, pur rivali, ottengono insieme il consolato?
  2. Che cosa cerca ciascuno dei tre nell’accordo del 60 a.C., e che cosa porta?
  3. Perché il triumvirato non può essere considerato un’istituzione della Repubblica?
  4. In che modo il consolato del 59 a.C. ripaga i soci di Cesare?
  5. Quali decisioni vengono prese a Lucca nel 56 a.C. e come vengono realizzate?
  6. Quali due eventi del 54 e del 53 a.C. dissolvono il triumvirato?
  7. Perché la carica di consul sine collega è un’anomalia rispetto ai principi della Repubblica?
  8. Perché per Cesare era vitale passare direttamente dal proconsolato al secondo consolato?
  9. Che cosa significa, sul piano giuridico, attraversare il Rubicone?
  10. Spiega la manovra delle coorti di riserva a Farsalo.

Fonti

  • Plutarco, Vita di Cesare (in particolare 13-14, 21, 28-45); Vita di Pompeo; Vita di Crasso (17-33, per Carre).
  • Cesare, De bello civili, I, 1-7 (l’inizio della guerra); III, 82-99 (Farsalo).
  • Svetonio, Vita di Cesare, 19-33.
  • Articolo di partenza: «Sangue e potere», [testata, numero, anno, pagine: da completare].

Per andare oltre

Approfondimenti

  • Storia
    La battaglia di Farsalo (48 a.C.)

    Forze in campo, schieramenti e la manovra della quarta linea con cui Cesare sconfigge Pompeo; le perdite, la clemenza del vincitore e la fine di Pompeo; Farsalo in Lucano.

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