Soglia
Perché questa lezione merita attenzione
Con l’unione di Aragona e Castiglia la Sardegna diventa spagnola. Sotto Carlo V, impegnato altrove, i baroni rafforzano i loro privilegi; l’isola è base delle spedizioni contro Tunisi e Algeri e si difende dai pirati barbareschi. Con Filippo II cresce il peso dei funzionari laureati, il ceto togato.
Che posto ebbe la Sardegna nell’impero di Carlo V e di Filippo II?
Lezione
La prima metà del secolo
A partire dal regno di Ferdinando il Cattolico (1479-1516) e per tutto il XVI e XVII secolo, il Regnum Sardiniae restò sotto il governo della corona spagnola, costituendo una parte dei suoi domini italiani, insieme alla Sicilia, al Napoletano e al Milanese.
Con Ferdinando il Cattolico si realizzò un importante assestamento dell’ordinamento amministrativo dell’isola, con l’introduzione di nuove cariche e con l’assegnazione di maggiori poteri al viceré, allo scopo di rafforzare l’autorità della Corona e di controllare meglio le forze locali e in particolare la nobiltà feudale, sempre tesa alla conquista di nuovi poteri e di più ampi diritti di ordine economico e politico. La lontananza dei centri del potere monarchico e della Corte, che risiedeva in Spagna, e quindi l’assenza del sovrano dall’isola, determinavano la necessità di affidare al viceré e ad una complessa rete di funzionari il compito di controllo e di direzione politica, amministrativa e finanziaria della Sardegna.
Questo apparato amministrativo si rivelò sempre sufficiente ad impedire qualunque tentativo di ribellione o di aperta resistenza all’autorità monarchica: tutte le forze sociali rappresentate negli Stamenti (v. sotto, Il Parlamento), ma anche i ceti popolari, rurali e urbani, dichiararono sempre, in ogni occasione, la loro fedeltà di sudditi devoti. Tuttavia l’amministrazione regia non sempre fu in grado di controllare e di frenare i conflitti e le tensioni esistenti tra le forze locali, che si manifestavano soprattutto durante le discussioni nel Parlamento. In occasione di queste riunioni parlamentari, infatti, ogni Stamento — e quindi i ceti privilegiati dei nobili, degli ecclesiastici e della borghesia cittadina — avanzava le sue richieste, di aiuti o di nuovi privilegi, spesso a danno degli altri ceti sociali concorrenti. Può dirsi, insomma, che ad una sostanziale obbedienza e fedeltà nei confronti dell’autorità regia corrispondeva, all’interno, un costante conflitto tra i ceti sociali, a cui si aggiungeva il contrasto di interessi, altrettanto costante, tra i due Capi dell’isola, di Sopra e di Sotto, e tra le città, soprattutto tra Sassari e Cagliari.
Questi conflitti interni vedevano spesso prevalere la forza della nobiltà feudale, anche perché buona parte dei feudatari più potenti risiedeva in Spagna, a diretto contatto con la Corte e quindi in grado di ottenere più facilmente favori e privilegi.
La forza del baronaggio locale ebbe modo di emergere sotto il governo del successore di Ferdinando, Carlo V (1516-1556) che, nominato imperatore oltre che re di Spagna, si trovò impegnato a governare un ampio fronte internazionale che andava da buona parte dell’Europa al continente americano. I problemi che egli doveva affrontare erano innumerevoli ed urgenti — si pensi soltanto alla Riforma protestante, che investiva gran parte degli stati tedeschi — ed è quindi comprensibile che egli dedicasse scarsa attenzione agli stati periferici e alla Sardegna.
Questo sostanziale disinteresse da parte del sovrano favorì un rafforzamento del ceto feudale sardo, che riuscì ad approfittare della mancanza di un rigoroso intervento monarchico per aumentare la sua influenza e per migliorare le sue posizioni nei confronti delle altre forze sociali. Fu un momento, insomma, in cui il baronaggio locale poté permettersi di dilatare i suoi privilegi, spesso abusando dei suoi poteri, soprattutto nei confronti del mondo rurale soggetto alla giurisdizione feudale.
La lotta ai barbareschi
Ci furono comunque due momenti in cui Carlo V ebbe modo di occuparsi della Sardegna, recandosi addirittura nell’isola. La prima volta fu nel 1535, quando decise di affrontare la difficile impresa di combattere i pirati barbareschi che, partendo dalle loro roccaforti di Tunisi e di Algeri, spadroneggiavano sull’intero Mediterraneo e rappresentavano ormai un pericolo sempre più grave, non solo perché imperversavano sulle zone costiere con le loro scorrerie, ma perché minacciavano addirittura l’occupazione di importanti punti strategici. Pertanto Carlo V decise di portare a fondo la sua azione, attaccando dapprima la città di Tunisi.
Organizzò due flotte: una partì da Barcellona e l’altra dall’Italia; queste si incontrarono, nel giugno, nel golfo di Cagliari, il quale costituì quindi la base di partenza dell’intero corpo di spedizione, forte di circa 30.000 uomini, in gran parte spagnoli, tedeschi, italiani, con un contingente di Sardi guidati da alcuni grossi esponenti della nobiltà locale. In questa occasione, Carlo V sbarcò a Cagliari, dove si trattenne alcune ore.
La spedizione si concluse vittoriosamente con la conquista di Tunisi, ma non risolse il problema delle incursioni barbaresche, che continuarono negli anni successivi, dal momento che l’altro avamposto strategico dei Barbareschi, Algeri, era ancora nelle loro mani. Da qui la decisione di Carlo V di sferrare un nuovo attacco, questa volta per stroncare definitivamente le basi che alimentavano la pirateria musulmana. Nel 1541 venne organizzata una seconda spedizione, con una flotta e un corpo di armati altrettanto imponenti quanto quelli della prima.
Anche in questa occasione Carlo V ebbe modo di mettere piede in Sardegna, visitando — in gran fretta — la città di Alghero, nel cui porto la flotta aveva gettato gli ormeggi. Questa nuova spedizione, tuttavia, fu assai più sfortunata: sorpresa da una furiosa tempesta vicino ad Algeri, la flotta fu decimata e le truppe già sbarcate subirono pesanti perdite ad opera dei Mori. Carlo V riuscì a stento a mettersi in salvo e a ripartire con il corpo di spedizione dimezzato.
In occasione di ambedue le spedizioni la Sardegna rivestì un ruolo importante, sia come base strategica navale, sia come retrovia per il rifornimento di viveri e di equipaggiamenti per le due flotte. Alla fine della seconda spedizione fu addirittura costretta a sopportare l’alloggiamento dei reduci della fallimentare impresa, che per mesi risiedettero nell’isola, provocando gravi danni alle città, alle campagne e alle popolazioni. Con la sconfitta di Algeri si conclusero i tentativi di Carlo V di stroncare le incursioni barbaresche che, pertanto, continuarono per secoli ad affliggere le coste mediterranee.

La seconda metà del secolo
Nel 1556 Carlo V abdicò e separò la corona di Spagna da quella imperiale, lasciando la prima al figlio Filippo II (1556-1598) ed assegnando al fratello Ferdinando I il titolo di Imperatore.
Questa importante operazione politica portò conseguenze notevoli, poiché il sovrano spagnolo poté meglio concentrare la sua attenzione sui domini mediterranei, che furono da quel momento sottoposti ad un maggiore controllo. Filippo II si impegnò infatti a rimettere ordine anche nelle zone periferiche, come la Sardegna, a organizzare meglio la burocrazia statale, a controllare più rigidamente tutte quelle forze, come la nobiltà feudale, che in passato avevano goduto di una certa libertà e che avevano cercato di sottrarsi, almeno parzialmente, al potere centrale.
Anche la Sardegna risentì quindi di questo processo di riorganizzazione delle strutture statali, che portò ad una forte limitazione dell’insubordinazione e dell’invadenza dei baroni. Questa operazione di assestamento comportò anche la valorizzazione della borghesia urbana, in particolare degli intellettuali inseriti nell’amministrazione dello Stato, che formavano il cosiddetto ceto togato. Questa categoria era costituita da quegli esponenti della borghesia urbana che avevano avuto modo di farsi una preparazione attraverso gli studi, dapprima frequentando le Università italiane o spagnole, e più tardi, nel corso del Seicento, le Università di Cagliari e di Sassari. Erano avvocati, notai, magistrati, medici, funzionari impiegati a diversi livelli nell’apparato burocratico statale, e rappresentavano una fascia sociale che la monarchia utilizzava ampiamente per costruire le sue strutture amministrative e che pertanto costituiva uno strumento importante di controllo e di freno nei confronti soprattutto della nobiltà locale.
Dato lo scarso numero di abitanti delle città sarde, questa categoria non era numerosa: tuttavia mostrò sempre, durante il periodo di governo spagnolo, una certa vivacità, soprattutto nell’avanzare la richiesta che tutte le cariche amministrative del Regnum Sardiniae fossero riservate ai Sardi, ai naturales del Reyno, come si diceva con una formula ribadita nel corso dei secoli XVI e XVII.
Significativa della crescita di importanza di questo ceto togato fu, nel 1564, la creazione ad opera di Filippo II della Reale Udienza, un organismo formato da magistrati e giuristi appartenenti a questo ceto, che, tra le altre importanti funzioni, aveva anche quella di controllare l’andamento dell’amministrazione isolana e l’attività giudiziaria svolta dai feudatari.
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