Soglia
Perché questa lezione merita attenzione
Conquistata nel 238 a.C., la Sardegna resiste a lungo: la rivolta di Ampsicora del 215 viene schiacciata, ma le popolazioni dell’interno, i Barbaricini, restano ribelli per secoli. Roma sfrutta l’isola per il grano e le miniere, costruisce città e strade e la romanizza lentamente; poi arriva il cristianesimo.
Perché la romanizzazione della Sardegna fu così lenta e incompleta?
Lezione
L’occupazione militare
La dominazione cartaginese sulla Sardegna ebbe termine nel III secolo a.C., con l’arrivo delle legioni romane, pochi anni dopo la fine della prima guerra punica (264-241), quando Cartagine, prostrata dalla lunga guerra, fu costretta a cedere l’isola di fronte alla ribellione delle sue truppe mercenarie e alle imperiose richieste di Roma.
La posizione geografica dell’isola, la fertilità del suolo, i preziosi prodotti delle miniere, che già avevano attratto Fenici e Cartaginesi, non potevano passare inosservati alla Repubblica romana, proprio nel momento in cui essa andava allargando il suo potere e si avviava a diventare l’indiscussa padrona di tutte le terre che si affacciavano sul Mediterraneo. Per questo, durante il lungo e durissimo scontro che vide le due potenze di Roma e Cartagine contendersi il dominio sul bacino mediterraneo, Roma, con un atto di prepotenza e in aperta violazione di tutti i trattati, anche commerciali, stipulati in precedenza, pretese da Cartagine la cessione della Sardegna.
Le prime legioni romane giunsero nell’isola nel 237 a.C., rispondendo all’appello delle truppe mercenarie cartaginesi che si erano ribellate. Al comando del console Tiberio Sempronio Gracco, i Romani — a quanto affermano gli storici del tempo — presero possesso dei centri sardo-punici «senza combattere», cioè senza trovare resistenza.
Ma se la prima presa di possesso dell’isola fu agevole, la conquista dell’intera Sardegna non fu facile, né breve, poiché l’ostinata resistenza delle popolazioni sarde costrinse le legioni romane a numerose e cruente campagne militari. Particolarmente dura fu la resistenza delle popolazioni di montagna, che apparve domata soltanto nel 111 a.C., dopo lunghi anni di lotte durissime; ed anche allora le tribù dell’interno — Iliensi, Balari, Corsi, i «Sardi pelliti», come li chiamò lo storico romano Tito Livio, perché «vestiti di pelli» — non si integrarono completamente. I Romani li chiameranno civitates Barbariae e l’attuale nome delle zone interne dell’isola, le Barbagie, discende proprio da quella definizione latina che ricorda l’orgoglioso e ostinato rifiuto di quelle popolazioni di accettare il dominio romano.
Il comportamento dei Sardi delle città costiere e delle pianure, i Sardo-Punici, fu invece diverso. Anch’essi, dopo circa un ventennio di occupazione romana, si ribellarono, ma più che per difendere la propria indipendenza, per tutelare i propri interessi economici ed il benessere ormai consolidati sotto Cartagine. L’aristocrazia terriera sarda si era infatti integrata con quella punica ed i rispettivi interessi, in tanti anni di convivenza, avevano finito per coincidere. L’arrivo dei Romani aveva bruscamente colpito questi interessi, soprattutto con le gravose richieste fiscali, e pertanto anche le popolazioni sardo-puniche si ribellarono, chiamando in aiuto Cartagine.
Come racconta Tito Livio nelle Storie, i Sardi erano stanchi della dominazione romana, «oppressi da gravi tributi e da altre ingiustizie», e perciò avevano chiesto aiuto a Cartagine.
Questo appello fu portato a Cartagine dai Sardi più eminenti: più di tutti sollecitava l’intervento Ampsicora, «primo fra tutti i Sardi per autorità e ricchezza». Ampsicora, uno dei maggiori esponenti dell’aristocrazia latifondista dell’Oristanese, si pose alla testa del movimento, mentre la guida delle ricche famiglie puniche fu assunta dal cartaginese Annone. Consapevole della forza romana, Ampsicora si diede ad organizzare un forte esercito: perciò, ottenuta da Cartagine la promessa di un aiuto consistente, si rivolse ai Sardi dell’interno. Il suo disegno era quello di unire, per la prima volta, le “due Sardegne”, quella delle pianure e quella delle montagne, le due realtà sarde dalla vita e dagli interessi differenti, per farle combattere fianco a fianco contro il nemico comune.
La reazione romana fu pronta. Al comando del console Tito Manlio Torquato, un forte contingente sbarcò nell’isola, nel 215 a.C. Lo scontro avvenne nella zona di Cornus, fra Oristano e Bosa, e la vittoria fu dei Romani, più numerosi, meglio equipaggiati, militarmente più preparati. Anche Osto, figlio di Ampsicora, cadde in battaglia: il padre — racconta ancora Tito Livio — non sopportò il dolore e «durante la notte, perché nessuno glielo impedisse, si diede la morte». Così il dominio romano, duro e fiscale, si affermò definitivamente, sostituendosi a quello più tollerante e meno esigente di Cartagine.
La resistenza delle zone interne tuttavia non cessò, costringendo i Romani a nuove spedizioni militari, che si risolsero in durissime punizioni per i ribelli. Gli ultimi anni della Repubblica furono relativamente più tranquilli per i Sardi. Durante le guerre civili, prima fra Mario e Silla (88-86 a.C.) e poi fra Cesare e Pompeo (49-44 a.C.), i Sardi furono molto attenti a non attirare nuovamente nell’isola le armi romane. Solidarizzando con Silla seppero evitare le rappresaglie fiscali che colpirono i seguaci di Mario e successivamente, evitando Pompeo, guadagnarono le simpatie di Cesare che, di passaggio nell’isola, nell’aprile del 46 a.C., elevò Karalis (o Carales, secondo la grafia romana) al rango di municipio.
Quando, dopo i lunghi anni delle lotte civili, il giovane Ottaviano, nipote di Cesare, diventò il primo imperatore di Roma, anche per la Sardegna si aprì finalmente il lungo periodo della pax romana.
L’amministrazione
Anche alla Sardegna, come a tutti gli altri territori conquistati, Roma impose le sue istituzioni, le sue leggi, la sua lingua. Nel 227 a.C. la Sardegna, insieme alla Corsica, divenne provincia romana: come tale fu costretta a pagare pesanti tributi, in moneta e in prodotti naturali, e fu sottoposta al governo amministrativo, giudiziario, militare di un magistrato a cui, per l’intero periodo del mandato, venivano attribuiti poteri illimitati, non essendo sottoposto ad alcun controllo. In questo modo, non pochi governatori (proconsoli o propretori) ebbero modo di arricchirsi, abusando del loro potere. Alcuni governatori sono rimasti tristemente famosi nella storia dell’isola per la loro corruzione: Scauro, inviato in Sardegna nel 55 a.C., per la sua rapacità e il suo abusivo arricchimento a spese dei contribuenti isolani fu addirittura denunciato al Senato. Difeso da Cicerone, in un processo rimasto famoso e che suscitò larga eco nell’opinione del tempo, fu poi assolto, grazie a una abilissima arringa del suo difensore.
I Romani fondarono in Sardegna una sola colonia, Turris Libisonis, divenuta poi Porto Torres. Le colonie, abitate in genere da cittadini che avevano fatto parte degli eserciti romani, erano concepite come vere custodi del dominio di Roma, con precise funzioni di controllo volte a prevenire eventuali ribellioni. Avevano un’amministrazione autonoma e gli abitanti godevano degli stessi diritti, civili e politici, dei cittadini romani. Per una città già esistente essere elevata a colonia era dunque un vero privilegio. Questa sorte toccò certamente a Uselis (Usellus) e probabilmente a Tharros.
Le altre città costiere e di pianura conservarono, anche con l’arrivo dei Romani e per circa due secoli, le forme di amministrazione create dai Cartaginesi. La prima a mutare le sue strutture amministrative fu Carales, che Cesare, come abbiamo detto, elevò al rango di municipio romano nel 46 a.C. Iniziò in questo modo la trasformazione di alcune città sardo-puniche in municipi e colonie. I municipi godevano di autonomia amministrativa e i loro abitanti avevano gli stessi diritti civili dei cittadini romani, ma non quelli politici. Gli obblighi fiscali e militari, invece, erano gli stessi. Tra le città sarde, oltre Carales divennero certamente municipi Sulcis e Nora e, probabilmente, Bosa e Olbia.
L’economia
La conquista romana non rivoluzionò la vita economica dell’isola, che rimase sostanzialmente quella del periodo cartaginese. I Sardo-Punici delle città e delle pianure continuarono ad esprimere, anche sotto Roma, i più ricchi commercianti e i più grossi proprietari terrieri. La sola vera novità fu che accanto ai latifondi privati, in parte lasciati nelle mani dei Sardo-Punici e in parte assegnati a famiglie della nobiltà romana, fu istituito un latifondo pubblico, assegnato ad amministratori privati. Attraverso questi canali andò sviluppandosi il latifondo favorito e protetto dall’autorità romana che vedeva in esso «lo strumento più idoneo alla produzione cerealicola necessaria all’approvvigionamento di Roma e della penisola» (Piero Meloni).
Comunque, la destinazione economica delle pianure non mutò, giacché rimase prevalente la cerealicoltura. Il Campidano, la Marmilla, la Trexenta, il Logudoro, la Nurra divennero fertili pianure produttrici di cereali, e nei quasi settecento anni di dominazione romana la Sardegna continuò, insieme a poche altre province, ad assolvere al ruolo di «granaio di Roma».
Qualche cambiamento nell’agricoltura delle pianure si verificò, tuttavia, in età imperiale, col maggiore afflusso in Sardegna di elementi italici che contribuirono ad introdurre nuove colture, come la vite e l’olivo, che richiedevano capacità tecniche ed esperienze che gli isolani non avevano.
Le popolazioni delle zone montagnose, invece, continuarono a vivere di pastorizia, praticando l’uso comunitario della terra, dei pascoli, dei boschi. Dall’allevamento del bestiame traevano tutti i mezzi di sostentamento, dal cibo alle vesti, fatte prevalentemente di pelli. Il rapporto con gli abitanti delle pianure continuò ad essere di tensione e di conflitto, poiché continuarono ad essere frequenti le ruberie dei prodotti della terra, di cui i montanari erano privi.
I Romani, che ben conoscevano la ricchezza delle miniere sarde, in particolare di quelle dell’Iglesiente e del Guspinese, ricchissime di ferro, di rame, di piombo argentifero, cercarono di accrescerne l’attività estrattiva, già fiorente sotto il dominio punico. Il centro più importante di produzione mineraria fu Metalla, nei pressi di Antas, mentre Sulcis continuò ad assolvere all’importante ruolo di porto di imbarco dei minerali o dei prodotti lavorati che prendevano la via di Roma.
Ma le ricche miniere sarde divennero, in quei secoli, anche tristemente famose per i costi umani che la loro attività comportava: infatti, molto alto era il numero di coloro che perdevano la vita, in una fatica quotidiana dura e pericolosa, tra una manodopera costituita quasi esclusivamente da schiavi o da deportati politici, inviati in Sardegna e condannati ad metallia, cioè al lavoro nelle miniere.

La “romanizzazione” dell’isola
Sette secoli circa di dominazione romana lasciarono in Sardegna un’impronta profonda, incidendo sulla mentalità, la lingua, i costumi, l’attività artistica e artigianale, la religione delle popolazioni locali, in altre parole sulla loro cultura, oltre che sugli assetti del territorio. I segni di questo lungo processo di “romanizzazione” sono ancor oggi visibili in tutta l’isola: resti di ponti, acquedotti, strade, terme, teatri, tombe, fortificazioni sono rintracciabili un po’ dovunque, così come, nei musei archeologici isolani, è possibile ammirare gli abbondanti materiali restituiti dagli scavi: statue, sarcofagi, capitelli, colonne, frammenti di pavimentazione, oggetti votivi e di uso domestico, gioielli, monete.
Tre elementi contribuirono in particolare a questo processo di romanizzazione: le trasformazioni delle città, gli eserciti, la viabilità.
I Romani, oltre a creare nuovi centri nell’isola, rinnovarono quelli già esistenti. Accanto ai centri dell’interno, come Forum Traiani (Fordongianus), Augustis (Austis), Uselis (Usellus), Valentia (Nuragus), che conobbero in età romana rinnovato prestigio e benessere, Carales, ad esempio, elevata a municipio, raggiunse i 20.000 abitanti, godette di un intenso sfruttamento delle sue saline e vide i diversi quartieri arricchirsi di nuovi monumenti, tra cui l’anfiteatro che, con i suoi oltre 10.000 posti, è il monumento romano più importante dell’isola.
Tra i nuovi centri abitati, un ruolo di primo piano svolse Turris Libisonis, la colonia fondata dai Romani, il cui territorio assunse per questo il nome di Romania. Questo termine, peraltro, fu esteso successivamente a tutta quella parte della Sardegna che subì influenza più diretta delle istituzioni e della cultura di Roma, e quindi a tutte le zone costiere e di pianura. Le zone montagnose interne invece, come già abbiamo detto, furono definite Barbaria e le loro popolazioni e i centri abitati civitates Barbariae, ad indicare una realtà territoriale e culturale che restò scarsamente influenzata dalla presenza romana e che conservò i suoi caratteri di civiltà “barbara”, cioè non romanizzata.
Un altro fattore di romanizzazione fu certamente la forte presenza nell’isola dei militari, che intrattennero con le popolazioni locali intensi scambi commerciali e culturali. Non secondario fu poi il fatto che molti elementi sardi venivano inquadrati negli eserciti romani di stanza in Sardegna, ottenendo in tal modo, dopo il servizio militare, la cittadinanza romana insieme alle loro famiglie.
Anche le innovazioni apportate al sistema stradale crearono condizioni favorevoli alla penetrazione culturale romana presso le popolazioni isolane. Le autorità, per ragioni commerciali e militari, curarono con attenzione il sistema di comunicazioni viarie, costruendo nuove strade e tenendo in attività quelle già esistenti. Si creò così un sistema stradale abbastanza efficiente, imperniato su alcune grandi arterie che attraversavano l’isola in tutta la sua lunghezza, collegando molti centri isolani con Carales, la città che per i Romani rivestiva una particolare importanza per il suo porto.
Da qui partivano, infatti, quattro strade: una che, attraverso la costa occidentale, arrivava a Tibula (l’attuale Santa Teresa di Gallura); una seconda che attraversava le regioni centrali e arrivava a Olbia; una terza che raggiungeva Turris Libisonis (Porto Torres), percorrendo il tragitto dell’attuale “Carlo Felice” e infine una quarta che, lungo la costa orientale dell’isola, terminava anch’essa a Tibula. Altre strade, di minore importanza, percorrevano trasversalmente la Sardegna, collegando tra loro numerosi centri minori.
A risentire del processo di romanizzazione fu soprattutto la lingua delle popolazioni sarde, che subì profonde trasformazioni con l’introduzione e la diffusione del latino. In verità, la lingua latina penetrò lentamente, in particolare nelle zone interne, ma alla fine si radicò profondamente, tanto che tra le lingue neolatine il sardo è fra quelle che ne conservano più chiaramente i caratteri.
Anche per quanto attiene alla diffusione delle divinità e dei riti religiosi romani, è necessario distinguere tra le diverse zone dell’isola. Le zone interne, infatti, conservarono, in periodo romano, la religiosità e i culti di ispirazione animistica o naturalistica che affondavano le loro radici nel periodo nuragico o addirittura preistorico. Nelle città delle coste e nelle pianure continuarono ad essere presenti culti e divinità attestate in periodo fenicio-punico, come il culto della dea Tanit, quello della dea greca Demetra o il culto di Iside, di derivazione orientale. Tuttavia, nel panorama vario e ricco dei culti e delle divinità precedenti, trovarono spazio anche alcune delle tante divinità venerate a Roma, come Giove e Giunone.
La diffusione di nuovi riti e di nuovi esseri divini da venerare comportò anche la trasformazione di molti luoghi di culto: ad esempio, il tempio di Antas, dedicato a Sid, il dio punico cacciatore-guaritore, venne ristrutturato in età imperiale, fra il II e il III secolo d.C., e dedicato al culto del Sardus Pater — come i Romani ribattezzarono Sid — la divinità che dà il nome ai Sardi e che la leggenda poneva alla guida della trasmigrazione di popolazioni libiche che per prime avrebbero abitato la Sardegna.

Il primo Cristianesimo in Sardegna
Le notizie sulla diffusione del Cristianesimo in Sardegna nel corso dei primi secoli sono frammentarie e incerte. Come in altre regioni del Mediterraneo, anche nell’isola la dottrina cristiana arrivò probabilmente attraverso i mercanti e i navigatori che approdavano nei suoi porti e attraverso i militari inviati da Roma. Ma, per la Sardegna, un fattore non secondario dell’espansione del Cristianesimo fu il periodo dell’esilio: nei primi secoli si cominciò a predicare il Vangelo, a subire il martirio, a costruire catacombe.
Per i primi secoli le fonti relative ai cristiani forniscono notizie generiche e incerte, sia sui nomi, sia sulle date e i luoghi del loro martirio. Le prime notizie, comunque, sono relative alla fine del II secolo e ci dicono che, intorno al 190, furono liberati numerosi cristiani condannati ai lavori forzati nelle miniere, tra cui Callisto, che diventerà più tardi pontefice. Altre fonti accennano all’esilio in Sardegna, nel 235, del pontefice Ponziano e di Ippolito.
Fra il 315 e il 371, due vescovi sardi risultano particolarmente attivi nella predicazione del Cristianesimo, Eusebio e Lucifero, mentre nel secolo successivo altri due Sardi, Simmaco e Ilario, arriveranno al pontificato.
Per quanto riguarda i dati e le notizie sul martirio subito dai cristiani in Sardegna, è possibile affermare con buona sicurezza soltanto l’esistenza di alcuni martiri, Simplicio, Gavino, Lussorio e Saturno, condannati tra il III e il IV secolo, sotto Diocleziano. È documentata l’esistenza del loro culto già a partire dal VI secolo.
Incerte sono invece le vicende — e la stessa esistenza — relative a Efisio, un santo ancor oggi molto venerato in Sardegna, che, secondo la tradizione, sarebbe stato condannato a morte sotto Diocleziano e decapitato a Nora.
Per andare oltre
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