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Testo commentato

La Grotta della Vipera

A. Romagnino, articolo in «L’Unione Sarda», novembre 1987

Un’apertura rettangolare scavata nella roccia chiara, che immette in una camera sepolcrale
La Grotta della Vipera, a Cagliari: il sepolcro di Atilia Pomptilla, scavato nella roccia del colle di Tuvixeddu nel II secolo d.C. Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0, foto di Silvia Amarante.

A Cagliari, nel quartiere di S. Avendrace, sulle pendici del colle di Tuvixeddu, esiste un monumento sepolcrale, chiamato la Grotta della Vipera perché, in un fregio sull’architrave dell’ingresso, sono rappresentate due vipere dai molti significati simbolici. Il sepolcro, ricco di interessanti epigrafi, fu eretto in onore di Atilia Pomptilla, sposa di Cassio Filippo, figlio di Longino, un aristocratico romano esiliato in Sardegna nel I secolo d.C. Ecco come Antonio Romagnino, un intellettuale cagliaritano molto attento al patrimonio storico e artistico della Sardegna, ricostruisce la storia di questo monumento.

Testo

«Generalmente alla domanda di quale sia il più famoso monumento che i Romani hanno lasciato in Sardegna, si risponde che è l’Anfiteatro di Cagliari. Conosciuto popolarmente come is centus scalas, per la sopravvivenza dei gradoni aperti nella roccia, deve la sua notorietà più recente anche agli spettacoli specie musicali che ne hanno fatto un’area teatrale all’aperto di grande fascino. Quando nelle notti estive la luna si alza sul Golfo degli Angeli, ed il mare comincia a scintillare sotto la sua pioggia d’argento, l’antico monumento ha una sua bellezza in più e il fondale naturale sembra prevalere col suo impareggiabile incanto sulla canora scena artificiale.

La grandiosità dell’anfiteatro, il clamore e l’entusiasmo degli spettatori che lo riempiono nelle notti di spettacolo, è una cavea muta e priva di vita. Solo uno sforzo dell’immaginazione lo può animare dei giochi marziali di un tempo, e come tanti altri monumenti antichi imponenti non risuscita la vita più vera ed autentica che chiediamo al responso del passato.

Per tutto questo non è l’anfiteatro romano di Cagliari il monumento che ha ancora qualcosa da dirci e che rinnova il suo fascino non su folle straripanti, ma su visitatori pensosi e riverenti. È la Grotta della Vipera, che stringe ancora i viventi e i trapassati con un feeling sottile eppure tenace. Non sembra casuale che il silenzioso sepolcro di Atilia Pomptilla e la tumultuante arena siano sorti nei due opposti versanti della massiccia cortina di colline che divide i due quartieri di Stampace e di S. Avendrace: da una parte il monumento solare, donde si alzano voci stentoree, gridi di vittoria, lamenti di vittime, dall’altra come una cortina di cipressi il monumento funerario di una donna che fu a lungo amata. […]

In questa città, in cui si aprivano ambulationes per il pubblico passeggio, le strade erano lastricate, funzionava un moderno sistema di fognature, agivano numerose e ricche le terme, e insomma la vita aveva qualcosa di comodo e di dolce, fu mandato in esilio, si crede da Nerone, C. Cassio Longino, il quale fu raggiunto dal figlio Cassio Filippo e dalla nuora Atilia Pomptilla. Forse per l’esule Cassio Longino e per il figlio che per suo amore aveva scelto liberamente di condividere quel soggiorno in terra sarda, Cagliari fu una nuova patria ospitale e molta dell’amarezza fu addolcita dal bel cielo della “città del sole”.

Se Longino fu esiliato negli ultimi anni dell’impero di Nerone, quando il bizzarro sovrano incrudelì non solo contro i cristiani ma anche contro i suoi avversari politici, tra cui il grande Seneca, è probabile che il figlio abbia vissuto a Cagliari buona parte del lungo matrimonio, durato quarantadue anni. Atilia circa sessant’anni, all’inizio del secondo secolo d.C., che è l’epoca a cui risale il leggendario monumento funebre.

Glielo innalzarono i figli e forse anche i nipoti a ricordo dell’amore che aveva legato la donna al marito, non solo fatto di fedeltà ma di spirito di sacrificio, fino all’offerta della propria vita. Una delle epigrafi incise nella roccia della Grotta della Vipera racconta infatti che quando per una grave malattia Cassio Filippo stava per morire, Pomptilla ardentemente pregò gli dei perché le fosse concesso di morire al suo posto e di dare allo sposo da vivere quanto sarebbe stato concesso a lei, e la preghiera fu esaudita e Cassio Filippo le sopravvisse.

Quei vecchi sposi dovevano aver lasciato la memoria di un attaccamento particolarissimo e le epigrafi, che furono ordinate dai parenti a qualche scuola cui non era raro che arrivassero committenze del genere, esprimono a distanza un fervido appassionamento».
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