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3.

Fenici e Cartaginesi in Sardegna

Come cambiò la Sardegna con l’arrivo dei Fenici e poi dei Cartaginesi?

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Una lastra di pietra chiara con alcune righe di caratteri fenici incisi
La stele di Nora, con un'iscrizione in fenicio del IX-VIII secolo a.C. in cui compare il nome della Sardegna. Cagliari, Museo archeologico nazionale. Wikimedia Commons, CC BY 3.0, foto di Olaf Tausch.

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Perché questa lezione merita attenzione

Dal IX secolo a.C. i Fenici fondano sulle coste sarde scali commerciali che diventano città. Nel VI secolo Cartagine conquista gran parte dell’isola e la domina per tre secoli, fino all’arrivo dei Romani nel 238 a.C., lasciando una civiltà sardo-punica fatta di città, commerci e culti.

Come cambiò la Sardegna con l’arrivo dei Fenici e poi dei Cartaginesi?

Lezione

I Fenici e la loro presenza in Sardegna

Proprio nel periodo di massimo sviluppo della civiltà nuragica, intorno al IX secolo a.C., la Sardegna cominciò ad essere oggetto di particolare attenzione da parte di altre popolazioni mediterranee che instaurarono con essa una serie di rapporti, dapprima soltanto commerciali, poi anche politici e militari: l’approdo, sulle sue coste, dei mercanti e navigatori fenici costituì il primo momento del processo di inserimento dell’isola nella rete di interessi delle potenze mediterranee.

La Fenicia era un’arida striscia di terra tra i monti del Libano e il mare. Non adatta all’agricoltura, era invece ricca di coste frastagliate che facilitavano gli approdi. Fu così che i Fenici, una popolazione di origine semitica, mossi dalla natura stessa della loro terra si rivolsero al mare, dedicandosi alla navigazione e al commercio ed osando spingersi, con le loro imbarcazioni snelle e veloci, addirittura oltre il Mediterraneo, al di là delle leggendarie colonne d’Ercole (l’attuale Stretto di Gibilterra), lungo le coste atlantiche. Appro­dando, durante il loro viaggio, sui litorali stranieri, fondarono una vasta rete di colonie che divennero importanti basi commerciali e che consentirono loro di esercitare per secoli una vera supremazia economica all’interno del mondo mediterraneo. Attratti dalla fertilità del suolo e dalla ricchezza delle miniere, fra il IX e l’VIII secolo a.C., raggiunsero anche le coste sarde.

La presenza dei Fenici in Sardegna — sebbene non si possa ancora parlare di vero stanziamento — è riscontrabile già 800 anni circa prima di Cristo. In una colonna sepolcrale — la stele di Nora — rinvenuta circa 200 anni orsono, che ricorda l’erezione di un tempio al dio cipriota Pumay e che si fa risalire ad un periodo non posteriore al IX secolo, compare infatti per la prima volta il nome “Sardegna” o, più esattamente, il toponimo SHRDN, dal quale, come in tutte le scritture semitiche, mancano le vocali.

Approdati nella fertile isola, che vantava un’invidiabile posizione al centro del Mediterraneo, i Fenici cominciarono poco per volta a prenderne possesso, creando inizialmente dei piccoli centri che svolgevano la sola funzione di scali marittimi, utili alla loro attività commerciale. Questi piccoli centri, sorti in posizione strategica sulle coste sud-occidentali dell’isola come vero raccordo tra Mediterraneo orientale e occidentale, da semplici scali commerciali si trasformarono col tempo in città importanti, alcune delle quali godettero di notorietà e prestigio in tutta l’area mediterranea. Karalis, Nora, Bithia, Sulcis, Tharros, divennero infatti punti di riferimento obbligati per i traffici commerciali di quel mare, che ancora non conosceva il dominio di Roma. Collocati più all’interno, alcuni centri minori svolsero anch’essi un ruolo di rilievo: è il caso di Othoca, presso Santa Giusta di Oristano; di Neapolis, nei pressi di Santa Maria di Nabui; di Cornus, nei pressi di Oristano. Scoperte recenti hanno messo in luce, presso Monte Sirai, nel bacino minerario di Carbonia, consistenti testimonianze di un grosso centro di natura militare che dovette rivestire un ruolo importante già in età fenicia o, più probabilmente, in epoca cartaginese. D’altronde non sempre è facile, in particolare per talune di queste colonie, definire con precisione l’origine fenicia o cartaginese, e gli stessi archeologi si pronunciano sulla materia con molta cautela.

Con la creazione di queste colonie, la Sardegna si trovò al centro di una fitta rete di relazioni commerciali, assumendo notevole importanza come punto di collegamento dei traffici dei mercanti fenici con le loro colonie della penisola iberica e del Nord Africa. Gli oggetti in ceramica, in avorio o in bronzo ritrovati nelle città e nelle necropoli fenicie stanno a dimostrare l’intensità di questi traffici e dei rapporti esistenti tra l’isola e la rete di colonie fenicie.

Non meno intensi appaiono, alla luce dei ritrovamenti archeologici, i rapporti tra le popolazioni sarde e il mondo degli Etruschi e dei Greci. La presenza diffusa di ceramiche etrusche e greche in tutti i centri costieri e in qualche zona interna sta a dimostrare il ruolo essenziale che i mercanti fenici, soprattutto a partire dal VII secolo, ebbero in questo commercio, in cui soppiantarono gli ambienti nuragici che forse lo avevano gestito in precedenza.

I rapporti tra le popolazioni nuragiche e i Fenici furono probabilmente pacifici. Gli obiettivi della colonizzazione fenicia erano essenzialmente due: realizzare basi marittime per il commercio e utilizzare le materie prime prodotte dalle miniere isolane. La collocazione prevalentemente costiera delle città fenicie, in zone in cui non esistevano precedenti insediamenti nuragici, e l’assenza di centri fenici — a parte il caso, peraltro non sicuro, di Monte Sirai — nelle zone minerarie dell’isola, certamente sfruttate dalle popolazioni locali, fa pensare che non esistessero ragioni di conflittualità fra loro e che i rapporti fossero improntati alla collaborazione e allo scambio commerciale. Una situazione pacifica che si modificherà nella seconda metà del VI secolo con l’intervento nell’isola di Cartagine, la potenza destinata ad esercitare la sua egemonia sulla Sardegna per circa tre secoli.

L’occupazione cartaginese

Nel 510 a.C. la Sardegna passò nelle mani di Cartagine, la potente colonia fondata dai Fenici di Tiro sulle coste dell’Africa settentrionale nel VI secolo, attivissima nei traffici commerciali ed ormai avviata ad assumere una posizione dominante nell’area mediterranea.

Quali siano stati gli obiettivi e le ragioni dell’intervento cartaginese nell’isola, non è ancora del tutto chiarito. I dati a disposizione, che pure offrono preziose testimonianze, non sono così esaurienti da fornire risposte sicure. Parte degli storici è infatti propensa a ritenere che la progressiva trasformazione dei centri commerciali fenici in veri centri urbani avrebbe deteriorato i buoni rapporti con le comunità nuragiche, che avrebbero intravisto in questo fatto i segni di una pericolosa volontà espansionistica. Cartagine avrebbe, cioè, risposto alla richiesta di protezione e di aiuto venuta dalle colonie fenicie che si sentivano minacciate dalle reazioni bellicose delle popolazioni nuragiche.

Altri storici sono invece orientati ad interpretare l’intervento cartaginese come un’operazione diretta a soffocare militarmente l’insofferenza e la resistenza delle città fenicie nei confronti della potenza crescente e della volontà espansionistica, anche sul piano commerciale, di Cartagine.

Un primo tentativo di occupazione dell’isola avvenne ad opera di un esercito guidato dal generale Malco, intorno alla metà del VI secolo, che ebbe però esiti disastrosi, perché le truppe cartaginesi furono sconfitte in una rovinosa battaglia. Qualche anno più tardi, invece, una nuova campagna militare, guidata dai generali Asdrubale ed Amilcare Magonidi, ebbe un esito fortunato che permise ai Cartaginesi non solo di occupare le coste sarde ma anche molte zone interne, specialmente nell’Iglesiente e nel Campidano. Nel 509, un trattato commerciale tra Roma e Cartagine assegnava ai funzionari punici il controllo diretto del commercio straniero nell’isola.

Il dominio cartaginese durò per circa tre secoli, fino a quando nel 238 a.C., al termine della prima guerra punica, le truppe mercenarie cartaginesi, stanche e mal pagate, chiesero aiuto a Roma, che inviò un corpo di spedizione e con un vero atto di forza e di prepotenza — come racconta lo storico greco Polibio — occupò l’isola che era parte integrante dei vasti domini cartaginesi.

Ma la romanizzazione fu lenta e faticosa, mentre l’elemento punico, come testimoniano i ritrovamenti archeologici e lo stesso uso della lingua semita nelle iscrizioni pubbliche, sopravvisse così a lungo da indurre gli storici a parlare di una vera e propria «integrazione» sardo-punica.

È accertato, tuttavia, che per alcune popolazioni dell’interno non si può parlare di integrazione, anche se intrattennero con i Fenici e con i Punici rapporti di scambio e di collaborazione: infatti esse conservarono, anche durante la lunga dominazione romana, una propria forma di civiltà, una propria religione e organizzazione politico-sociale.

La società, l’organizzazione politica, l’economia

L’arrivo dei Fenici in Sardegna e gli sviluppi dell’occupazione cartaginese diedero luogo ad una società prevalentemente urbana, imperniata, cioè, sulle città, dove si concentravano le attività politiche, economiche, religiose, con un’organizzazione fino ad allora sconosciuta alle popolazioni rurali dei piccoli villaggi nuragici, sparsi nelle campagne.

Come dimostrano i resti archeologici, le città fenicio-puniche erano ricche di edifici di uso civile, come i fori, le terme, i teatri, e godevano di strutture pubbliche efficienti, come le strade, gli acquedotti, le fognature, a cui si aggiungevano gli edifici religiosi e le necropoli, tutti segni di un’organizzazione civile complessa e di una ricca stratificazione sociale.

Diverse iscrizioni epigrafiche — cioè le brevi iscrizioni incise su pietra o su bronzo per commemorare qualche fatto importante o per descrivere le virtù di qualche defunto — attestano che le città sardo-puniche ebbero una forma di governo cittadino che presentava gli stessi caratteri degli altri centri semiti del Mediterraneo. La più alta magistratura era rappresentata dai Sufeti, o giudici, che erano due e rimanevano in carica un solo anno. I Sufeti erano affiancati da due assemblee, l’Assemblea degli Anziani e l’Assemblea popolare. La prima era una sorta di Senato, composto da un numero ristretto di membri appartenenti all’aristocrazia imprenditoriale, commerciale e latifondista e alla potente casta sacerdotale. L’Assemblea popolare era invece composta da tutti gli altri cittadini che godevano dei diritti politici e civili. La scala sociale, quindi, vedeva in testa una classe di aristocratici, seguiti da un largo strato popolare, costituito dai lavoratori della terra, del commercio, dell’artigianato. Alla base di questa piramide sociale stavano, come in larga parte del mondo antico, gli schiavi, che non godevano di alcun diritto politico e civile.

Sul piano dell’organizzazione militare, i resti di numerosi presidi fortificati stanno a dimostrare la presenza diffusa nel territorio isolano di truppe, probabilmente mercenarie, stanziate in molti punti, alcuni in posizione strategica allo sbocco delle valli montane, certamente a sorveglianza delle popolazioni pastorali dell’interno. Al vertice dell’organizzazione militare stava un magistrato che coordinava l’attività delle truppe stanziate nell’isola: il fatto che tale forma di accentramento del comando militare esistesse soltanto in Sardegna e nel territorio di Cartagine, mentre non esisteva in altre colonie puniche, fa pensare all’importanza strategica che la Sardegna aveva per i Cartaginesi e all’esistenza di qualche problema di convivenza, che non doveva essere sempre pacifica, con le popolazioni dell’interno.

La vita economica delle città sardo-puniche si differenziava a seconda della loro posizione geografica e dell’autonomia che esse riuscivano a conquistare rispetto al controllo di Cartagine. Non è chiaro, comunque, quanto questa autonomia nelle iniziative economiche fosse ampia o se queste città dovessero sottostare agli interventi e agli ordini della città africana. Nel complesso, è certo che un aspetto importante della loro vita economica era rappresentato dallo sfruttamento dell’attività agricola del loro entroterra, dove una classe di proprietari, residenti in città, possedeva vasti latifondi coltivati dagli schiavi. Dalla produzione cerealicola di questi latifondi si approvvigionava Cartagine per le necessità dei suoi eserciti dislocati nelle varie regioni mediterranee.

Da qualche fonte storiografica risulta che i Cartaginesi, per aumentare la produzione granaria, vietarono in Sardegna di coltivare alberi da frutta. Il fatto — peraltro non certo — appare particolarmente notevole, “perché mostra l’esistenza di una ‘politica del territorio’ attuata da Cartagine e tesa da un lato a garantirsi l’approvvigionamento di ingenti quantità di grano attraverso una coltivazione estensiva e dall’altro, forse, a evitare ogni concorrenza interna alle colture ortofrutticole del Nord Africa” (Sandro Filippo Bondì). L’intervento dello stato cartaginese in materia agricola avrebbe quindi creato una sorta di “divisione del lavoro” tra le diverse zone del suo dominio, con risultati che evidentemente penalizzavano la Sardegna, limitandone il patrimonio boschivo: ma, è bene sottolinearlo, questa ipotesi non trova concordi tutti gli studiosi del periodo.

Gli altri settori economici importanti erano il commercio e l’attività mineraria: ambedue in notevole sviluppo, data la fitta rete di colonie puniche in tutta l’area mediterranea, con le quali i centri isolani erano in rapporto, attraverso un intenso scambio mercantile, di importazione e di esportazione di prodotti cerealicoli, di oggetti di artigianato, di minerali. In questa attività mercantile si distinse particolarmente la città di Tharros, la più ricca tra le città isolane, e tappa obbligata delle rotte che raccordavano la Sardegna alla Gallia e alla Spagna; ma un ruolo non secondario avevano anche città come Karalis, la cui ricchezza era legata alla produzione agricola delle fertili pianure del Campidano, e Sulcis, uno dei centri più importanti per lo smistamento dei prodotti minerari dell’Iglesiente.

L’introduzione della moneta, la sua coniazione e la larga circolazione nell’isola rappresentarono un elemento ulteriore di sviluppo economico in età fenicio-punica, sostituendo il tradizionale baratto che costituiva per le popolazioni nuragiche il normale mezzo di scambio commerciale.

Arte e religione

I fitti rapporti commerciali tra i Fenicio-Punici e le popolazioni nuragiche — non escluse quelle dell’interno, sebbene in misura più limitata — comportarono anche intensi rapporti e scambi culturali, evidenti nelle forme artigianali e artistiche e nelle manifestazioni religiose.

I prodotti dell’artigianato fenicio-punico sono infatti largamente presenti in tutta l’isola. Gli scarabei, le pietre vitree multicolori di cui venivano fatte collane e amuleti, gli eleganti idoletti in bronzo o in terracotta sono stati rinvenuti anche all’interno dei complessi nuragici, così come i bronzetti sardi, portati dai Fenici nei loro viaggi, sono stati ritrovati anche in altre zone del Mediterraneo. In molte espressioni della produzione artistica sarda e fenicio-punica è inoltre molto evidente l’influenza culturale e di gusto esercitata dai popoli che i mercanti fenicio-punici toccavano nelle loro rotte: Egiziani, Etruschi, Greci. I piccoli busti di Demetra, ad esempio, sono testimonianza di un culto di origine greca.

Per le sculture maggiori, la materia preferita era l’arenaria: in arenaria è appunto la grande statua del dio punico Bes, di cui sono stati rinvenuti diversi esemplari. La terracotta veniva invece utilizzata per oggetti di uso quotidiano, per piccoli busti di divinità, per le maschere — molto nota quella di San Sperate — alle quali veniva attribuita una funzione apotropaica, cioè la capacità di allontanare gli spiriti del male.

Se l’uso della scrittura, introdotto dai Fenici, restò limitato probabilmente alle popolazioni delle città, tante altre pratiche — commerciali, agricole, minerarie — si diffusero in tutta l’isola. È il caso, ad esempio, della tecnica di fusione del bronzo, di cui si impadronirono sapientemente le popolazioni nuragiche e di cui sono espressione quei bronzetti che ci hanno consentito di comprendere meglio quel momento così singolare della nostra storia che non ha purtroppo lasciato di sé alcuna traccia scritta.

Anche sul piano religioso è evidente l’intreccio di motivi di varia derivazione. I Fenicio-Punici introdussero in Sardegna il culto di larga parte delle loro divinità maschili e femminili, ad esempio il dio Hammon e la dea Tanit, che nell’area semita venivano considerate manifestazioni parziali di un unico dio, Baal. Ma l’esempio più singolare di relazione religiosa sardo-punica è Sid, antico nome della divinità che i Romani ribattezzarono Sardus Pater. Venerato nel santuario di Antas, era una sorta di divinità “nazionale”. Le genti del posto, infatti, avevano aggiunto al nome originario della divinità l’appellativo sardo Baby o Babai, cioè “Padre”: il nome intero del dio, come si rileva dalle epigrafi, era perciò Adon Sid Adair Baby, “Signore Sid possente Padre”.

Alcuni studiosi ritengono probabile che in Sardegna, secondo l’uso fenicio, venissero praticati sacrifici umani di bambini di ambo i sessi, i cui resti bruciati sarebbero stati deposti in piccole urne conservate in recinti-santuario detti tophet; altri studiosi, invece, sono propensi a ritenere che si trattasse, in realtà, di ossa di bambini già morti o di animali, che venivano bruciate in onore della divinità. Dove un tempo sorgevano le città di Bithia, Sulcis, Tharros, sono ancora oggi visibili i suggestivi resti di una necropoli con tombe a incinerazione e con annesso tophet.

A Cagliari, invece, nella collina di Tuvixeddu, sono visibili i resti di una delle necropoli puniche più importanti del Mediterraneo. Le tombe di questa necropoli, scavate nella roccia e a cui si accedeva tramite pozzi che venivano ricoperti di terra dopo la deposizione del corredo funerario, sono un esempio del rito dell’inumazione, probabilmente introdotta dai Cartaginesi e che, a quanto pare, sostituì il rito fenicio della incinerazione.

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