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Lezione

3.

Dagli anni Settanta a una nuova autonomia

Quali sfide ha affrontato la Sardegna negli ultimi decenni del Novecento?

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Un porticciolo turistico pieno di barche, fra colline coperte di macchia, visto da una terrazza
Porto Cervo, sulla Costa Smeralda, nata negli anni Sessanta come centro del turismo di lusso. Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0, foto di Klaus Bärwinkel.

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Perché questa lezione merita attenzione

Dagli anni Settanta la Sardegna cambia in fretta: nuovi equilibri politici, il ritorno del sardismo, una società più aperta ma anche nuove forme di criminalità, come i sequestri di persona. Il turismo diventa una risorsa e un rischio; negli anni Novanta, con la crisi dei partiti, si torna a discutere di una nuova autonomia.

Quali sfide ha affrontato la Sardegna negli ultimi decenni del Novecento?

Lezione

Le modificazioni politiche e sociali

Nel corso dei decenni successivi le trasformazioni, in positivo o in negativo, subiscono una notevole accelerazione. Tendono a mutare gli equilibri politici: i risultati delle elezioni regionali, a partire da quelle del 1974, hanno cambiato notevolmente i rapporti di forza tra i maggiori partiti, con un progressivo calo di fiducia nei confronti della Democrazia Cristiana, un parallelo incremento, anche se oscillante, delle formazioni di sinistra e una ripresa del Partito Sardo, tanto che, nel corso degli anni Ottanta, i tradizionali partiti di opposizione della sinistra arrivano al governo della Regione, alternandosi con le forze del centro.

Significativi — e comunque chiaro segno della complessiva maturazione civile delle popolazioni isolane — appaiono i risultati del referendum sul divorzio (1974), che registrano il 55,2 per cento dei voti favorevoli alla conservazione di questo importante istituto giuridico, con una percentuale che vede la Sardegna ascendere al rango di regione più “divorzista” del Mezzogiorno. Appare evidente il cammino che la popolazione sarda ha compiuto nel processo di crescita della sua sensibilità civile e democratica, a distanza di appena qualche decennio dal referendum istituzionale del 1946, che aveva visto l’isola esprimersi in favore dell’istituto monarchico.

Anche sul piano sociale le modificazioni assumono un ritmo accelerato. Appaiono evidenti i fenomeni di segno positivo, come l’aumento della scolarità e dei tassi di alfabetizzazione, lo sviluppo delle comunicazioni di massa, un certo miglioramento dei trasporti, l’incremento dei consumi, l’aumento della mobilità sociale, l’incremento (seppure disordinato) delle città, lo sviluppo della cooperazione e dell’imprenditorialità giovanile, la crescita di qualche settore dell’agricoltura come la viticoltura. Ma a questi si affiancano fenomeni che denunciano con chiarezza il persistere, e talvolta il crescere, delle deficienze strutturali dell’isola, alla base del malessere popolare che trova diffusamente espressione in nuove forme di criminalità, non di rado indirizzate alle sedi e ai simboli del potere politico, a dimostrazione di un disagio generalizzato e di una diffusa sfiducia nelle istituzioni e nella stessa classe politica.

«Il fenomeno della criminalità assume oggi in Sardegna particolare rilievo, ove si consideri che l’isola non solo si colloca ai primi posti nella graduatoria delle regioni italiane per le più elevate densità criminose, ma che la criminalità sarda, specie quella rurale, sembra presentare caratteristiche e dinamiche proprie […]. Il perdurare nel tempo, il permanere e il ripetersi di alcune caratteristiche costanti della criminalità sta indubbiamente a significare che si tratta di un fenomeno assai radicato di vera e propria patologia sociale» (Puggioni-Rudas).

Questa valutazione, espressa nel 1969 dai due studiosi, appare ancor oggi di attualità, confermata peraltro da successive analisi del fenomeno, che hanno sostanzialmente confermato questa diagnosi, individuando alcune costanti della criminalità sarda, tra cui la maggiore densità criminale delle zone interne, ad economia agro-pastorale, dove persistono condizioni di vita e di lavoro particolarmente precarie e una diffusa cultura ancora legata a modelli arcaici. In realtà, è ancora individuabile in alcune zone interne un forte contrasto tra le tradizioni culturali delle collettività rurali e le leggi dello Stato: un contrasto che nel passato ha determinato il rifiuto, da parte del mondo contadino e pastorale, del sistema giuridico statale e delle norme di comportamento che esso impone.

Ma a questo contrasto — oggi forse meno evidente grazie all’influenza e alle suggestioni dei processi di “globalizzazione” dei valori e dei consumi, indotti dai mezzi di comunicazione di massa — si aggiungono oggi nuove forme di protesta e di malessere sociale, interpretate da nuovi protagonisti, spesso giovani, che danno luogo a nuove forme di criminalità, che si manifestano con atteggiamenti di insofferenza e talora di disprezzo nei confronti delle istituzioni e delle forze dell’ordine.

Nella realtà rurale odierna, gli aspetti e i momenti più drammatici della criminalità non trovano più come protagonisti indiscussi il proverbiale latitante, il bandito che, per vendetta, per rispetto di un codice e di una cultura tradizionale o per sopravvivere alla macchia, rapina o uccide: oggi forme diverse di criminalità vanno diffondendosi e, tra queste, il sequestro di persona, un reato già sperimentato talora nel passato, ma che ha assunto in questi decenni forme più moderne, più tecnicamente raffinate e che non trova spiegazione nella tradizionale povertà del mondo rurale.

Nel quadro dell’attività criminale in Sardegna in quest’ultimo cinquantennio, il sequestro di persona ha acquistato un particolare risalto. Ogni sequestro suscita clamore e indignazione nell’opinione pubblica per lungo tempo: si tratta, infatti, di un reato che, per sua natura, è destinato a durare più degli altri, per settimane, spesso per mesi, tenendo desta l’attenzione pubblica, suscitando aspettative e speranze, incoraggiando dibattiti, talora stimolando manifestazioni popolari di solidarietà, di denuncia, di preghiera per le sorti del sequestrato. Dagli anni Sessanta in poi, da quando il fenomeno dei sequestri ha assunto una dimensione rilevante e talvolta clamorosa, si è anche affermata la convinzione che i sequestri siano prerogativa della Sardegna, quasi un’invenzione della delinquenza sarda, “esportata” successivamente in altre zone. Al di là di questa convinzione — peraltro contestata dagli studiosi — restano le cifre ad evidenziare la diffusione e la pericolosità del fenomeno, sia per le dirette conseguenze di ordine umano che produce, sia per i negativi effetti economici che induce, soprattutto in una regione povera come la Sardegna, dove costituisce spesso una remora ad investimenti produttivi da parte degli imprenditori, soprattutto di quelli esterni all’isola.

Per quanto riguarda gli indici di criminalità in generale, in questo cinquantennio le statistiche hanno posto la Sardegna su posizioni oscillanti. Mentre nell’Ottocento e per quasi tutto il Novecento la Sardegna figurava ai primi posti tra le regioni italiane per numero medio di reati, nei primi anni Ottanta essa figura all’ultimo o ad uno degli ultimi, comunque abbondantemente al di sotto della media nazionale. Negli anni Novanta, tuttavia, l’isola risale in questa triste graduatoria: pur tenendosi al di sotto della media nazionale per molti reati, per alcuni — omicidi dolosi, attentati dinamitardi e incendiari, incendi — risulta una delle regioni a più alto tasso di criminalità. Per il furto di bestiame risulta da gran lunga la più “criminale”.

Verso una nuova autonomia

Malgrado queste ombre, che costituiscono una spia significativa di un generalizzato disagio economico e sociale, tuttavia la Sardegna procede nel suo lento cammino verso la modernità. Alla insufficienza di nuovi investimenti industriali e alla crisi irreversibile dell’attività estrattiva fanno riscontro lo sviluppo del settore turistico. A partire dalla “scoperta” della Sardegna da parte di turisti di élite, con la creazione della Costa Smeralda, sino agli insediamenti costieri generalizzati e all’avvento del turismo di massa, è stato un incremento continuo, tanto che il settore turistico pare destinato — secondo alcuni analisti — a costituire la base per un nuovo modello di sviluppo per l’isola.

Ma anche su questo settore non mancano le perplessità e le ombre. Il movimento turistico e le possibilità di sviluppo che esso offre per la Sardegna sono oggi sotto attento esame da parte degli economisti, dei sociologi, degli antropologi, oltre che, naturalmente, dei politici. I risultati di queste analisi suscitano qualche speranza, ma, per lo più, molti dubbi: può dirsi, complessivamente, che lo sviluppo dell’attività turistica in Sardegna — considerando l’ultimo decennio — appare insoddisfacente e che il fenomeno, al di là dei limitati vantaggi per una porzione modesta della popolazione, non si configura ancora come un settore trainante, capace di incidere in modo significativo sull’intera economia isolana. Pesano su questa capacità e sulle possibilità di espansione del movimento turistico alcuni limiti, facilmente individuabili nel sistema insufficiente e nei costi dei trasporti, nella brevità della stagione turistica, nella destinazione soltanto costiera del movimento (col modesto coinvolgimento delle zone interne), nello scarso utilizzo delle risorse produttive, agro-alimentari, artigianali, ecc., del territorio. Appaiono d’altronde evidenti i rischi di una espansione ulteriore di questo movimento e delle strutture di supporto necessarie, soprattutto in mancanza di adeguati controlli da parte delle istituzioni: ma appare anche chiara oggi la sensibilità della nostra classe politica nei confronti di questo problema (e di altri in qualche modo analoghi, come l’istituzione dei parchi naturali), pur se, ancora una volta, non sono mancate pericolose oscillazioni nelle scelte operative e normative.

È necessaria comunque una particolare attenzione a questo fenomeno che sta determinando quella che è stata definita una «catastrofe antropologica» (Manlio Brigaglia), una profonda trasformazione culturale, di mentalità e di comportamenti, ma non come risultato di un processo di maturazione endogena, bensì attraverso l’acquisizione di valori e di modelli di vita di provenienza e di matrice esterna.

A mutamenti ancor più incisivi, soprattutto sul piano politico, si assiste negli anni Novanta, durante i quali tutta l’articolazione dei partiti e delle formazioni politiche risulta sconvolta. Il “muro di Berlino”, con la sua caduta, travolge tutti gli equilibri di potere, a livello mondiale e a livello locale. Diverse prospettive ideologiche, nuove formazioni politiche, la trasformazione dei partiti tradizionali determinano nuovi rapporti di forza e favoriscono l’ascesa di uomini nuovi con diverse strategie di azione. Ma rientrano nel dibattito generale anche temi che sembravano superati dai tempi e che ritornano di attualità (si pensi ai problemi della lingua, del federalismo europeo e italiano, delle zone franche, ecc.). Il “nuovo” tende a cancellare il “vecchio”, ma questo resiste e si ripropone come elemento di continuità e di specificità di una storia, di una cultura, di una tradizione, a dimostrazione che ciò che è vecchio non significa necessariamente arretratezza e ciò che è nuovo non significa necessariamente progresso.

A questo sano principio di dialettica tra vecchio e nuovo si è certamente ispirata la classe politica, proponendo e riuscendo infine a realizzare (1997) una legge di salvaguardia della lingua, della cultura, della storia della Sardegna, indirizzata a valorizzare l’identità: un’identità che va perdendosi ma che bisogna riconquistare. In questa direzione, una condizione essenziale è certamente la revisione dello Statuto regionale, di cui oggi tutte le forze politiche discutono, per arrivare ad una nuova definizione dei rapporti con lo Stato, per giungere ad una più equilibrata distribuzione di funzioni e di compiti e per conquistare una maggiore possibilità di gestione autonoma della nostra realtà economica, politica, culturale. Dopo decenni di modesta autonomia o di dipendenza, in cui, in larga misura o per loro colpa, i sardi hanno dovuto accettare un ruolo subalterno nel contesto dell’unità nazionale, accettando scelte e assorbendo valori spesso estranei alle loro esigenze specifiche, è necessario oggi rifiutare il ruolo di semplice “oggetto” per diventare in qualche modo “soggetto” attivo e capace di decidere in autonomia del proprio presente e del proprio futuro.

Per andare oltre

Approfondimenti

  • Storia
    I Sardi e le elezioni 1948-1989

    Due tabelle con i risultati, in percentuale, dei partiti in Sardegna alle elezioni per il Parlamento dal 1948 al 1987 e per il Consiglio regionale dal 1949 al 1989.

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    Due tabelle ricostruiscono la popolazione della Sardegna dal 1485 al 1981: fino al 1678 i censimenti contano i «fuochi», cioè le famiglie, poi gli abitanti.