Soglia
Perché questa lezione merita attenzione
Nel dopoguerra una grande campagna della Fondazione Rockefeller libera la Sardegna dalla malaria. La Regione punta poi sulla riforma agraria e soprattutto sul Piano di rinascita, finanziato dallo Stato: ma l’industrializzazione, concentrata in pochi grandi impianti petrolchimici, non crea lo sviluppo sperato, e centinaia di migliaia di Sardi emigrano.
Perché il Piano di rinascita non mantenne le sue promesse?
Lezione
La vittoria sulla malaria
Nei decenni successivi alla sua costituzione in Regione autonoma, la Sardegna fu investita da un processo di trasformazione che interessò tutti i settori della sua vita economica e sociale, in stretta connessione col parallelo sviluppo accelerato che coinvolgeva l’intera nazione. I governi italiani del periodo, guidati dalla Democrazia Cristiana, avviarono il paese, profondamente indebolito dalla guerra, ad un’opera di ricostruzione delle sue strutture economiche, scegliendo la via dell’alleanza con i paesi occidentali e utilizzando ampiamente gli aiuti economici che provenivano dagli Stati Uniti. La scelta di favorire l’iniziativa privata in molti settori, in particolare nell’industria e nell’edilizia, diede frutti positivi sul piano economico, anche se non contribuì a sanare i gravi squilibri sociali che caratterizzavano la vita della nazione, ma anzi concorse ad aggravare il distacco tra le zone più sviluppate del paese e quelle più arretrate. Infatti, questo tipo di sviluppo contribuì all’espansione del settore industriale e delle città, ma non si accompagnò ad un parallelo sviluppo dell’agricoltura, accentuando quindi tutti i problemi delle regioni meridionali e delle isole.
In questo quadro di sviluppo delle industrie, delle città, dei consumi, ma anche di crisi dei vari settori dell’economia rurale, si collocano le trasformazioni che la Sardegna conobbe nei decenni successivi alla guerra: trasformazioni conseguenti al processo generale di sviluppo che interessava l’intera nazione, e insieme prodotte dalle scelte politiche ed economiche fatte dalla sua classe dirigente che, con l’istituzione dell’Ente Regione, era chiamata a verificare, per la prima volta nella sua storia, l’effettiva capacità di gestire la vita dell’isola con un buon grado di autonomia.
Ma l’evento più importante nella storia sarda di quegli anni e dei decenni a venire fu determinato da un intervento del tutto esterno: la liberazione dell’isola dalla malaria, uno dei suoi mali più antichi, che aveva contribuito, nei secoli, a segnarne le caratteristiche del territorio e degli insediamenti umani, e persino i caratteri somatici degli abitanti. Nel 1947, con i fondi americani della Rockefeller Foundation, fu creato un Ente per la lotta antianofelica in Sardegna (ERLAAS) e, nel giro di due anni, con un’opera di disinfestazione che interessò tutto il territorio isolano, la malaria poté dirsi debellata. In questo modo, zone tradizionalmente insalubri, da sempre disertate dalle popolazioni, si aprirono da quel momento a nuovi insediamenti e a nuove valorizzazioni, diventando suscettibili di adeguato sfruttamento economico o, qualche anno più tardi, trasformandosi in importanti centri turistici.

Agricoltura e industrializzazione: il Piano di rinascita
Negli anni successivi, la classe politica locale fu chiamata ad affrontare i grandi nodi dell’economia isolana, e in particolare gli annosi problemi dell’agricoltura che stavano alla base del diffuso malessere, della permanente conflittualità nelle campagne e delle grandi lotte per l’occupazione delle terre, che gli strati più poveri del mondo contadino e bracciantile andavano perseguendo nell’isola come in altre parti d’Italia. Il moto per l’occupazione delle terre e le connesse manifestazioni di protesta dei disoccupati segnarono un deciso risveglio delle masse popolari sarde, consapevoli del loro diritto di partecipare attivamente, come protagoniste, al rinnovamento delle strutture produttive e dell’intera società isolana. Fu un grande movimento che fece crescere nelle campagne una nuova coscienza popolare, capace di esprimersi in lotte di grande significato politico e sociale, contro la disoccupazione e per una politica di programmazione economica indirizzata a superare i tradizionali squilibri dell’agricoltura sarda.
In risposta a queste pressioni e nel quadro della riforma agraria in campo nazionale, nel 1951 fu creato in Sardegna un Ente di trasformazione fondiaria e agraria (ETFAS), col compito di favorire, almeno in alcune zone dell’isola, un rinnovamento dei modi di produzione nelle campagne. Furono assegnate porzioni di terra ai coltivatori, furono forniti mezzi tecnici e assistenza, furono costruite moltissime strade di penetrazione agraria e abitazioni per gli assegnatari.
I risultati complessivi di questa operazione furono comunque contraddittori e non tutti valutabili nel breve periodo. Sul piano dell’incremento della produzione agricola non si ebbero risultati soddisfacenti, quanto meno adeguati ai massicci investimenti adottati. Molte zone, scelte dai tecnici per essere trasformate con la creazione di moderni poderi contadini, si rivelarono poco adatte a questo tipo di trasformazione e ad uno sfruttamento redditizio e furono perciò ben presto abbandonate dagli assegnatari (queste scelte, d’altronde, risposero talvolta a spinte di ordine politico, quando non clientelare, più che ispirarsi a motivazioni rigorosamente tecniche). In altre zone le rivalità interne o l’inveterata diffidenza delle popolazioni nei confronti di un’opera di rinnovamento che urtava contro radicate abitudini contadine, ostacolarono l’avvio o gli sviluppi di questa operazione.
Tuttavia, a parte la valorizzazione di altre zone che invece assunsero una dimensione nuova e produttiva, l’opera dell’ETFAS va meglio valutata attraverso gli effetti indotti che provocò nei tempi lunghi, per l’opera di educazione tecnica che l’Ente esercitò in direzione dell’uso di nuovi strumenti e mezzi meccanici e della destinazione dei terreni alle colture più redditizie. Inoltre, la fitta rete di strade e canali creati un po’ dappertutto costituì un supporto infrastrutturale molto importante per lo sfruttamento e la valorizzazione successiva di molte zone.
A mettere veramente alla prova il governo regionale fu comunque l’art. 13 dello Statuto, in cui si stabiliva il dovere di disporre, in accordo con lo Stato, «un piano organico per favorire la rinascita economica e sociale dell’isola». Si trattava, in sostanza, di affrontare nel suo complesso la situazione della Sardegna, di analizzarne le caratteristiche e le necessità e di programmare e coordinare gli interventi necessari nei vari settori della produzione, del commercio, del credito, delle comunicazioni, dell’istruzione: un impegno di grande importanza, per le responsabilità che incombevano sulla classe politica regionale, che si trovava a decidere direttamente, sia pure in collaborazione con il governo centrale, sulle scelte operative e sugli interventi concreti da realizzare nell’isola.
Questa ipotesi di modernizzazione dell’intero assetto produttivo dell’isola fu favorita da alcuni importanti mutamenti intervenuti nella vita politica isolana in seguito alle elezioni del 1957, con la conferma della DC come partito di maggioranza, un calo delle opposizioni di sinistra e un balzo in alto dei partiti di destra (MSI e monarchici) che ottennero quasi il 20 per cento dei suffragi: un evento che fu recepito dalle forze politiche di governo come un segno vistoso del malessere e della protesta popolare. Ma non meno influenti furono le modificazioni che intervennero in campo nazionale e internazionale.
In Italia, le decisioni del Congresso democristiano di Napoli (1962), dominato da Aldo Moro, nuovo segretario del partito, rivelarono l’intenzione di abbandonare la politica “centrista” e moderata sin allora perseguita dalla DC e aprirono la strada ad una aperta collaborazione con i socialisti che, sotto la guida di Pietro Nenni, avevano maturato un distacco sempre più netto dalle posizioni comuniste e si mostravano disponibili ad accordi, anche di governo, con la DC e con i partiti minori.
A questo nuovo orientamento del partito cattolico non fu estranea anche l’ascesa al soglio pontificio di Giovanni XXIII (1958), che aveva segnato la fine di quello spirito di crociata antimarxista e di quell’atteggiamento conservatore che avevano caratterizzato la Chiesa di Pio XII, segnando anche la prima incrinatura di quel costante appoggio che le organizzazioni ecclesiastiche avevano garantito alla DC e alla sua politica. Anche la situazione internazionale, d’altronde, sembrava favorire nuove alleanze, con il processo di “destalinizzazione” in atto nell’Unione Sovietica, con l’avvento alla presidenza degli Stati Uniti di John Kennedy (1960), con l’attenuarsi della “guerra fredda” e l’instaurarsi di un clima di maggiore distensione nei rapporti tra i due blocchi, dell’Est e dell’Occidente.
Tutto questo contribuì all’attenuarsi, nell’opinione pubblica, di molte riserve nei confronti delle forze socialiste — se non di quelle comuniste — e a creare le condizioni per la formazione, nei primi anni Sessanta, di governi di coalizione, fondati sulla collaborazione organica tra la DC, il PSI e altri partiti minori.
Da qui l’operazione di ridimensionamento intervenuta nella DC sarda, con la messa in minoranza dei vecchi esponenti del partito e l’ascesa di una nuova generazione di dirigenti (tra i quali Paolo Dettori, Pietro Soddu, Francesco Cossiga, Nino Giagu Demartini, i cosiddetti “giovani turchi”) che, da Sassari, riuscirono a condizionare la politica democristiana dell’intera regione, favorendo la formazione, nel 1958, di una giunta regionale DC-PSd’Az che si ispirava a programmi sociali avanzati, da realizzarsi attraverso un ambizioso piano in grado di affrontare i nodi più dolorosi della situazione generale dell’economia isolana e di favorirne la rinascita.
In realtà, fin dall’inizio mancò una vera intesa strategica tra il governo nazionale e quello locale, sia per le diffidenze che al centro si nutrivano nei confronti delle autonomie regionali, sia per la insufficiente forza di pressione e di contrattazione che la classe politica sarda, nel suo complesso, seppe esercitare sulle organizzazioni centrali, di governo e di partito, sia ancora per l’oggettiva difficoltà di pianificare degli interventi efficaci per una situazione economica e sociale, come quella sarda, di particolare gravità e complessità, che ancora conservava intatte tutte le sue tradizionali deficienze strutturali. Pertanto, tutta l’operazione di studio dei problemi, di individuazione dei settori di intervento e di calcolo degli investimenti necessari, affidata al Centro regionale di Programmazione e al nuovo Assessorato alla Rinascita, ebbe un iter assai lento e contrastato, e soltanto nel 1962 fu varata una legge (la 588) che prevedeva un Piano di Rinascita che avrebbe permesso, attraverso cospicui finanziamenti statali, di intervenire convenientemente nei diversi settori dell’economia isolana.
Il Piano di Rinascita, di cui tanto si è discusso e si discute, finanziato dallo Stato con un primo stanziamento di 400 miliardi, prevedeva una serie di interventi coordinati in vari settori economici e sociali e in particolare nei comparti dell’agricoltura e della pastorizia, per i quali fu prevista una notevole quota del finanziamento. Ma il settore che appariva in quel momento più produttivo, soprattutto in ordine al problema dell’occupazione, era quello industriale: pertanto, nel corso di attuazione del Piano, si puntò soprattutto sull’industrializzazione accelerata dell’isola, in consonanza con gli orientamenti della dottrina prevalente tra gli economisti e con le previsioni generalizzate, che individuavano nell’industria il settore trainante di tutta l’economia, secondo la logica dei “poli di sviluppo”, tesa a privilegiare alcuni settori economici e alcuni centri territoriali da cui progressivamente e quasi automaticamente sarebbero scaturiti effetti indotti e moltiplicativi che avrebbero irradiato e diffuso una crescita diversificata. L’attuazione del Piano di Rinascita si ispirò a questa fiducia nei meccanismi e negli automatismi dello sviluppo economico, capaci, una volta innescati, di allargarsi e di investire l’intera società: una fiducia, come si è detto, che non era soltanto della classe politica locale, ma era condivisa e diffusa a livello nazionale, avallata, sino ai primi anni Sessanta, dai risultati esaltanti del “boom” economico e dalle positive statistiche sul reddito, sulla produzione, sui consumi, sull’occupazione.
Nel corso degli anni Settanta, tuttavia, questa fiducia venne meno, col delinearsi delle contraddizioni e degli squilibri, territoriali e sociali, a cui questo modello di sviluppo stava dando luogo in tutto il paese. In Sardegna, le scelte operative nell’ambito del Piano, che privilegiavano alcuni poli industriali (petrolchimico, sidero-metallurgico, minerario, cartario), oltre a non risolvere il problema dell’occupazione, che andrà invece aggravandosi, sacrificavano altri settori produttivi, come la piccola e media industria, l’artigianato e la stessa agricoltura che, per quanto sostenuta finanziariamente, riuscì a svilupparsi in alcune zone limitate.
In realtà, quegli effetti economici indotti e moltiplicatori che erano nelle attese di tutti — mondo politico e scienza economica — si realizzarono molto parzialmente, così come modeste furono quelle ricadute diffuse che le industrie avrebbero dovuto determinare, sul piano delle mentalità, dei comportamenti, degli stili di vita e dei valori delle comunità interessate. La grande crisi petrolifera internazionale alla metà degli anni Settanta contribuì certamente a mettere in crisi questo apparato industriale ancora immaturo, debole e del tutto dipendente da centri decisionali esterni all’isola: ma non meno negativi furono altri fattori di ordine interno, legati alla logica a cui si era ispirato il Piano di Rinascita (su cui ancora oggi gli economisti discutono), ma anche alle scelte concrete, spesso adottate con criteri di casualità e ai modi di attuazione, non esenti da motivazioni di ordine clientelare. Già nel 1969 una Commissione parlamentare di inchiesta sui fenomeni di criminalità in Sardegna aveva ricondotto questi fenomeni alla situazione economica e sociale dell’isola, sottolineando i limiti del Piano di Rinascita e denunciando la linea strategica che aveva portato — come si legge nella relazione del sen. Medici — «a trascurare le opere che avrebbero consentito l’avanzamento delle zone interne», determinando «squilibri tra città e campagna, tra l’affermarsi delle grandi industrie e il mancato coordinamento della crescita industriale con un adeguato e moderno sviluppo agricolo».
Neppure un secondo Piano di Rinascita, rifinanziato dallo Stato nel 1974 con la legge 268, riuscì ad eliminare questi squilibri, pur ispirandosi a nuove strategie dirette a favorire il settore agro-pastorale, l’industria manifatturiera, le piccole e medie imprese. Questi settori ancor oggi non hanno trovato una sufficiente stabilità e competitività, con l’eccezione dell’attività pastorale, la cui produzione appare redditizia e presente nel mercato nazionale e internazionale, pur se, legata a modi tradizionali di conduzione, non ha ancora raggiunto un sufficiente livello di modernità, tale da permetterle una maggiore integrazione con la generale economia isolana.
Una conseguenza di questa “industrializzazione abortita” fu un notevole aumento dell’emigrazione da parte della forza lavoro più giovane e produttiva che, oltre alle dolorose conseguenze di ordine sociale che comportò, indebolì anche le risorse umane dell’isola, compromettendone le capacità di ripresa.
Il fenomeno dell’emigrazione si rivelò per la Sardegna particolarmente traumatico. L’isola non lo aveva mai conosciuto, in passato, contrariamente alle regioni meridionali, ed era pertanto impreparata ad affrontarlo. Per di più — ed è l’aspetto paradossale della questione — il fenomeno migratorio si manifestava in una regione poco popolata come la Sardegna e proprio nel momento in cui essa si avviava verso uno sviluppo che pareva assicurato dai nuovi investimenti industriali. I dati sull’emigrazione sono impressionanti: gli emigrati nel decennio 1951-61 sono calcolabili in circa 80.000 unità; nel decennio 1961-71 sono stati circa 147.000; nel decennio 1971-81 circa 28.000. Complessivamente, in un trentennio, la Sardegna ha visto partire più di 250.000 lavoratori, diretti verso le città industrializzate dell’Italia settentrionale o verso la Germania, la Svizzera, la Francia. La perdita demografica per l’isola in seguito a questo massiccio esodo è calcolabile intorno al 20-25 per cento dei suoi abitanti.
