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Meglio essere temuto che amato, ma mai odiato: analisi del testo

Perché, secondo Machiavelli, è più sicuro per un principe essere temuto che amato?

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Busto in marmo di un uomo con elmo, barba corta e sguardo fisso.
Busto detto di Annibale, marmo di età romana trovato a Capua nel 1667; l'identificazione con il condottiero cartaginese è tradizionale. Fotografia dei Fratelli Alinari. Wikimedia Commons, pubblico dominio.

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Perché questa lezione merita attenzione

La fama conta più della sostanza, la crudeltà ben usata, il giudizio sugli uomini, il timore senza odio, Annibale e Scipione, lo stile delle massime.

Perché, secondo Machiavelli, è più sicuro per un principe essere temuto che amato?

Dentro il testo

La seconda coppia di qualità

Nel capitolo XV Machiavelli aveva annunciato di voler parlare delle qualità del principe partendo dalla verità effettuale, cioè da come stanno davvero le cose, e non dalle repubbliche e dai principati immaginati dagli scrittori precedenti. Aveva elencato una serie di coppie di vizi e di virtù: liberale e misero, crudele e pietoso, fedele e fedifrago, e così via. Il capitolo XVI ha esaminato la prima coppia; il XVII affronta la seconda, la crudeltà e la pietà, intesa come clemenza, disposizione al perdono; il XVIII passerà alla lealtà e alla parola data.

Conta il nome, non la cosa

Fin dalla prima frase Machiavelli non chiede se il principe debba essere pietoso, ma se debba desiderare di essere tenuto pietoso. Più avanti parla del nome di crudele e dell'infamia del crudele, cioè della fama. La crudeltà e la pietà in sé quasi non lo interessano: gli interessa come il principe è percepito dai sudditi, dagli alleati, dai nemici. Per conservare il potere, più ancora delle azioni di chi comanda, conta l'opinione che gli altri se ne fanno e il consenso o il dissenso che ne deriva.

Questo non significa che il principe debba inseguire la buona fama a ogni costo. Al contrario, Machiavelli lo invita a non lasciarsi dominare dal giudizio della gente e a gestirlo a proprio vantaggio. La fama di pietoso non garantisce risultati, e la fama di crudele non porta per forza conseguenze negative.

La crudeltà ben usata

Il primo esempio ribalta il senso comune. Cesare Borgia era considerato crudele, ma con quella crudeltà aveva rimesso in ordine la Romagna, l'aveva unificata e pacificata. Il governo di Firenze, invece, per non sembrare crudele, aveva lasciato che le fazioni di Pistoia si scontrassero fra loro fino a distruggere la città. Chi dei due è stato davvero più pietoso? Machiavelli risponde senza esitare: il Borgia.

Dietro il paradosso c'è un calcolo semplice. Pochi castighi esemplari colpiscono uno particulare, singole persone; i disordini che una clemenza troppo debole lascia crescere, con le loro uccisioni o rapine, colpiscono una universalità intera, tutta la comunità. La vera pietà, dunque, si misura dagli effetti, non dalle intenzioni. Per il principe nuovo, poi, la fama di crudele è inevitabile, perché gli stati appena conquistati sono pieni di pericoli: lo dice perfino la regina Didone nell'Eneide, che si scusa con i Troiani per la durezza imposta dalla novità del suo regno. È un uso sorprendente di Virgilio: Didone non compare come l'eroina innamorata e abbandonata del quarto libro, ma come una sovrana alle prese con i problemi di un potere appena fondato.

Il Valentino, del resto, era già stato il protagonista del capitolo VII, dove Machiavelli racconta come avesse affidato la Romagna al durissimo Remirro de Orco (lo spagnolo Ramiro de Lorqua) e poi lo avesse fatto giustiziare sulla piazza di Cesena, perché la ferocia di quello spettacolo lasciasse quei popoli «satisfatti e stupidi», cioè soddisfatti e sbalorditi insieme.

Un limite: prudenza e umanità

Subito dopo, con un Nondimanco che corregge quanto appena detto, Machiavelli mette un freno. Il principe deve essere grave al credere et al moversi, cioè ponderato nel dare ascolto ai sospetti e nell'agire; non deve spaventarsi da solo di pericoli immaginari; deve procedere temperato con prudenzia et umanità, in modo che né la troppa fiducia lo renda imprudente né la troppa diffidenza lo renda insopportabile. La crudeltà di cui si parla non è dunque un'indole, ma uno strumento da usare con misura.

Amato o temuto? Il giudizio sugli uomini

La disputa centrale è posta in forma di alternativa, come spesso nel Principe. L'ideale sarebbe essere amati e temuti insieme; ma poiché è difficile, è molto più sicuro essere temuto che amato. La ragione sta tutta in un giudizio senza illusioni sulla natura umana: gli uomini sono ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori, fuggitori de' pericoli, cupidi del guadagno. È una serie incalzante di aggettivi, che non lascia spazio a eccezioni (generalmente). Finché il principe fa loro del bene, offrono tutto, il sangue, la roba, i figli; ma solo quando el bisogno è discosto. Quando il pericolo arriva, si rivoltano.

Da qui la differenza fra i due sentimenti. L'amore è tenuto da uno vinculo di obligo, un legame di riconoscenza che dipende dalla volontà di chi lo prova e che gli uomini, essendo tristi, spezzano alla prima occasione di guadagno. Il timore è tenuto da una paura di pena che non ti abandona mai: dipende dal principe, non dai sudditi. Anche le amicizie comprate con i favori, e non conquistate con la grandezza d'animo, si meritano ma elle non si hanno: Machiavelli usa il lessico del denaro per dire che sono un investimento che, al momento del bisogno, non si può spendere.

Lo stesso giudizio sugli uomini torna nel capitolo XVIII, dove si legge che, essendo gli uomini tristi, il principe non è tenuto a mantenere la parola data.

Temuto, ma non odiato

Il timore, però, ha un confine preciso: l'odio. Il principe può molto bene essere temuto senza essere odiato, a una condizione: rispettare la roba e le donne dei cittadini e dei sudditi. Se deve condannare a morte qualcuno, lo faccia solo con una giustificazione adeguata e un motivo evidente. Ma soprattutto non tocchi i beni altrui, perché li uomini sdimenticano più presto la morte del padre che la perdita del patrimonio. È una delle frasi più crude del trattato, e ha la forma di una massima: un'osservazione generale sul comportamento umano, valida in ogni tempo. A rendere pericolosa la rapina è anche la sua logica: chi comincia a vivere sottraendo i beni agli altri trova sempre nuovi pretesti per continuare, mentre le ragioni per colpire la vita di qualcuno sono rare e si esauriscono presto.

Annibale e Scipione

L'ultima parte riguarda un caso particolare: il principe alla guida di un esercito. Qui la fama di crudele non è solo accettabile, è al tutto necessaria, perché senza di essa nessun esercito resta unito e pronto a combattere. Machiavelli lo dimostra con due esempi antichi, presi dalla storia di Tito Livio e messi a confronto.

Annibale guidò in terra straniera un esercito enorme, formato da popoli diversissimi, e non vi nacque mai una ribellione, né nella buona né nella cattiva sorte. Il merito, secondo Machiavelli, è della sua inumana crudeltà, l'espressione con cui Livio lo aveva condannato: proprio quella crudeltà, insieme alle sue infinite virtù, lo rendeva ai soldati venerando e terribile. Gli storici che ammirano l'impresa e condannano la crudeltà sono, per lui, poco considerati: separano l'effetto dalla sua causa.

Scipione, vincitore di Annibale e uomo rarissimo in tutta la storia, offre la controprova. Le sue truppe in Spagna gli si ribellarono, Fabio Massimo lo accusò in senato di corrompere la disciplina dell'esercito, e quando un suo luogotenente maltrattò gli abitanti di Locri egli non lo punì. Tutto per la sua natura facile, la sua troppa pietà. Se quella qualità non lo rovinò, fu solo perché viveva sotto il governo del senato: nella repubblica romana i suoi difetti erano coperti dalle istituzioni e diventarono perfino motivo di gloria. Il confronto rovescia il giudizio tradizionale sui due grandi rivali: il vinto è presentato come modello, il vincitore come esempio di ciò che un principe non deve fare.

La conclusione: fondarsi su ciò che è proprio

Il capitolo si chiude tornando alla domanda iniziale e dandole la forma più netta. Gli uomini amano a posta loro, quando vogliono loro; temono a posta del principe, quando lo vuole lui. Un principe saggio deve quindi fondarsi in su quello che è suo, cioè su ciò che dipende da lui, e non sulla volontà degli altri. È lo stesso principio che, in altri capitoli, porta Machiavelli a preferire le armi proprie a quelle mercenarie e la virtù alla fortuna: chi dipende dagli altri è sempre esposto alla rovina.

La lingua e lo stile

Il ragionamento procede per alternative e per correzioni successive. La congiunzione nondimanco, «nondimeno», ricorre quattro volte, e ogni volta limita o precisa ciò che precede: il principe desideri essere tenuto pietoso, nondimanco non usi male la pietà; Borgia era crudele, nondimanco pacificò la Romagna; il principe nuovo non può evitare la fama di crudele, nondimanco sia cauto e umano; è meglio essere temuti, nondimanco non si deve suscitare odio. Ne nasce un pensiero mobile, che non si ferma mai a una regola assoluta.

Accanto ai ragionamenti stanno le massime, frasi brevi e generali che si fissano nella memoria (li uomini sdimenticano più presto la morte del padre che la perdita del patrimonio), e gli esempi storici, antichi e moderni, che fanno da prova. La lingua è il fiorentino parlato del primo Cinquecento (sua e tua invariabili, l'articolo e, forme come sieno, ribellorno e l'apocope di si vorre' essere), con molte grafie latineggianti (exempli, subditi, ciptadini, epsa, actioni) e con espressioni latine inserite nel discorso (e converso, non solum), segno di una cultura che si muove con naturalezza fra le due lingue.

Le letture del capitolo

Proprio la crudezza di capitoli come questo ha alimentato, già nei secoli successivi, la cosiddetta lettura «obliqua» del Principe: Machiavelli non avrebbe voluto insegnare ai principi come comandare, ma mostrare ai popoli la vera natura del potere. È l'interpretazione di Rousseau e di Foscolo, che nei Sepolcri ricorda Machiavelli come il grande che, «temprando lo scettro a' regnatori, / gli allor ne sfronda, ed alle genti svela / di che lagrime grondi e di che sangue» (Ugo Foscolo, Dei Sepolcri, vv. 156-158). Altri lettori vi hanno visto invece la lucidità di chi descrive il potere com'è, senza approvarlo né condannarlo.

Verso le competenze

Esercizi

Comprendere

  1. Dividi il capitolo in cinque sequenze e riassumi ciascuna in una frase di circa 30 parole.
    Risposta
    Traccia: 1) pietà e crudeltà: la crudeltà ben usata del Borgia, Pistoia, il principe nuovo e i versi di Didone; 2) il limite della prudenza e dell'umanità; 3) la disputa fra amore e timore, fondata sul giudizio sugli uomini; 4) temuto ma non odiato: rispettare beni e donne dei sudditi; 5) il principe con l'esercito, Annibale e Scipione, e la conclusione: fondarsi su ciò che è proprio.
  2. Perché, secondo Machiavelli, Cesare Borgia fu più pietoso del governo fiorentino?
    Risposta
    Perché con la sua crudeltà riportò ordine, unità e pace in Romagna, mentre Firenze, per non sembrare crudele, lasciò che le fazioni distruggessero Pistoia: la clemenza debole produsse più morti e danni della severità.
  3. Secondo Machiavelli, quale sentimento è più sicuro per il principe? a) l'amore dei sudditi b) il timore dei sudditi c) l'odio dei nemici
    Risposta
    b) il timore, perché dipende dal principe e non dalla volontà dei sudditi.
  4. Quale immagine degli uomini emerge dal testo?
    Risposta
    Gli uomini sono ingrati, volubili, falsi e capaci di nascondersi, pronti a sfuggire ai pericoli, avidi di guadagno; sono generosi a parole finché il bisogno è lontano e si rivoltano quando arriva; sono tristi, cioè malvagi.
  5. Che cosa deve fare il principe per non essere odiato?
    Risposta
    Non toccare i beni e le donne dei cittadini e dei sudditi; e, se deve condannare a morte qualcuno, farlo solo con una giustificazione adeguata e un motivo evidente.
  6. Perché un principe nuovo ha più bisogno di essere considerato crudele?
    Risposta
    Perché gli stati appena conquistati sono pieni di pericoli e richiedono misure dure per essere tenuti uniti, come dice Didone nei versi di Virgilio.

Analizzare

  1. La congiunzione nondimanco ricorre quattro volte nel capitolo. Che cosa significa e che funzione ha nel ragionamento?
    Risposta
    Significa «nondimeno, tuttavia». Ogni volta introduce una correzione o un limite a quanto appena affermato (la pietà va usata bene; Borgia crudele ma utile; il principe nuovo crudele ma prudente; temuto ma non odiato), rendendo il ragionamento flessibile e graduale.
  2. Rintraccia nel testo le parole nome, infamia, tenuto: che cosa rivelano sull'interesse di Machiavelli?
    Risposta
    Rivelano che gli interessa la fama, cioè come il principe è percepito, più delle qualità in sé: conta essere tenuto pietoso ed evitare il nome o l'infamia di crudele quando nuoce, accettarli quando servono.
  3. Spiega l'espressione si meritano ma elle non si hanno: quale campo metaforico usa Machiavelli?
    Risposta
    Le amicizie comprate con i favori si pagano ma non si possiedono davvero; Machiavelli usa il lessico del denaro (prezo, meritare nel senso di «pagare», spendere) per dire che sono un investimento che non si può usare al momento del bisogno.
  4. In che modo il confronto fra Annibale e Scipione è costruito come una prova e una controprova?
    Risposta
    Annibale dimostra che la crudeltà tiene unito l'esercito (prova); Scipione, che aveva grandi virtù ma era troppo clemente, dimostra che senza crudeltà le virtù non bastano, perché le sue truppe si ribellarono (controprova).
  5. Individua nel testo almeno tre grafie latineggianti e due espressioni latine.
    Risposta
    Grafie: exempli, subditi, ciptadini, epsa, actioni, abstenga, exercito, Hispagna. Espressioni latine: e converso, non solum.

Interpretare

  1. Perché Machiavelli cita Didone, e non un condottiero o un re? Che figura di Didone emerge da questo uso dei versi dell'Eneide?
    Risposta
    Traccia: Didone è la fondatrice di un regno appena nato, quindi un perfetto esempio di principe nuovo; non è l'innamorata abbandonata del quarto libro, ma una sovrana che giustifica la durezza con la necessità; l'autorità di Virgilio rafforza la tesi.
  2. In un testo di circa 150 parole confronta il Cesare Borgia di questo capitolo con quello del capitolo VII: quali elementi di continuità trovi nel giudizio di Machiavelli?
    Risposta
    Traccia: in entrambi i capitoli il Borgia è modello del principe nuovo; la pacificazione della Romagna con mezzi duri (il governo di Remirro de Orco e la sua esecuzione) è l'esempio della crudeltà ben usata; Machiavelli ne loda l'efficacia, non la moralità.
  3. Secondo la lettura «obliqua», nel Principe Machiavelli avrebbe voluto mostrare ai popoli la vera natura del potere. Questa interpretazione ti pare convincente alla luce del capitolo XVII? Argomenta in circa 150 parole.
    Risposta
    Traccia: a favore, la crudezza delle massime sugli uomini e sulla roba, che svelano i meccanismi del potere; contro, il tono di consiglio pratico rivolto al principe, la concretezza degli esempi e la dedica ai Medici.

Scrivere

  1. Machiavelli mostra quanto conti, per chi governa, l'opinione che i governati si fanno di lui. Scegli un personaggio politico, segui per alcuni giorni la sua comunicazione sui social network e scrivi un testo di circa 200 parole in cui analizzi come cerca di costruire la propria immagine pubblica.
    Risposta
    Traccia: osservare quali qualità il politico vuole mostrare (vicinanza, fermezza, competenza), con quali mezzi (immagini, slogan, risposte ai critici), e confrontarle con il parere e l'essere tenuto di cui parla Machiavelli.
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