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Officina delle lettere

Fotografia in bianco e nero di un giovane ufficiale con i baffi, in uniforme, a braccia conserte
Emilio Lussu in uniforme da ufficiale della Brigata Sassari durante la prima guerra mondiale. Wikimedia Commons, pubblico dominio.

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Perché questa lezione merita attenzione

Dal movimento degli ex combattenti nasce nel 1921 il Partito Sardo d’Azione, il primo partito di massa dell’isola, che chiede l’autonomia e combatte il clientelismo; fra i suoi capi Emilio Lussu e Camillo Bellieni, per il quale bisognava «riconoscersi sardi per essere veramente italiani».

Che cosa chiedevano i sardisti?

Lezione

La nascita del movimento degli ex combattenti segnò una netta trasformazione nella vita politica isolana. Attraverso due giornali, Il Solco a Cagliari e La voce dei combattenti a Sassari, il movimento riuscì a diffondere, soprattutto nelle campagne, il suo programma e i suoi obiettivi di lotta, sintetizzati in alcune formule come «la terra a chi lavora», «l’espropriazione delle terre incolte e la loro assegnazione ai lavoratori della terra». Il successo che questo programma riscosse fu notevole, tale comunque da sconvolgere la vita politica locale e da mettere in crisi, in molte zone dell’isola, i tradizionali candidati liberali, che fondavano la loro forza non sui programmi politici, ma sui rapporti individuali con gli elettori e sul prestigio personale che riuscivano a conquistare attraverso concessioni e favori.

Si cominciò, insomma, a mettere in discussione tutto il sistema clientelare che aveva caratterizzato la vita politica per tutto l’Ottocento e il primo Novecento, quando non esistevano i partiti organizzati, gli elettori erano pochissimi e la lotta elettorale si risolveva nello scontro tra singole personalità più o meno capaci di favorire e di controllare i loro elettori (i clienti).

Già il Partito Socialista, a partire dal primo Novecento, aveva creato qualche elemento di rottura con questo sistema, diffondendo il suo programma attraverso i giornali e con l’organizzazione di sezioni e di circoli: ma la sua azione era limitata alle zone operaie e minerarie. Il movimento degli ex combattenti costituì invece un elemento di novità per tutta l’isola, con le sue sezioni sparse nelle città e nei villaggi, con la sua capacità di coinvolgere anche le masse contadine e pastorali in un dibattito culturale e politico, aggregandole intorno ad un programma facilmente comprensibile, perché affrontava problemi, come quello della proprietà della terra, tali da destare immediatamente il loro interesse.

In questo modo, anche le masse rurali vennero organizzate, per la prima volta nella loro storia, ed entrarono con forza nel dibattito politico regionale, cominciando a far valere il loro peso numerico, la loro capacità di pressione, le loro necessità di ordine economico e politico. Ma anche una parte della borghesia sarda fu coinvolta nel movimento, assumendo una funzione di guida e di stimolo, collegandosi con le esigenze delle masse rurali e contribuendo quindi a formare un nuovo blocco sociale, teso ad eliminare dalla scena politica i vecchi sistemi clientelari.

In questo senso l’esperienza della guerra, vissuta in comune dagli ufficiali e dai soldati, e i rapporti di solidarietà e di fratellanza creatisi in trincea, furono importanti e talora decisivi per quella parte dei reduci che seppero capirne il valore educativo e formativo. Significativa appare, ad esempio, la storia e la figura di Emilio Lussu, già ufficiale nella “Brigata Sassari”, che in guerra seppe conquistarsi tra i combattenti un immenso prestigio come soldato e come uomo e che, nel dopoguerra, riuscì a tenere fede a questa immagine, aderendo agli interessi del mondo rurale e conservando una coerenza democratica che lo porterà, con l’avvento del fascismo, al carcere, al confino e all’esilio.

Nelle elezioni del 1919 il movimento dei combattenti conseguì un notevole successo, ottenendo oltre 30.000 voti (il 25% dell’elettorato) e portando alla Camera tre deputati. Nel 1921, con il Congresso di Oristano, il movimento dei combattenti si trasformò in Partito Sardo d’Azione: presentatosi alle elezioni nello stesso anno, il Partito Sardo consolidò il precedente successo, ottenendo oltre 35.000 voti (circa il 29%) e portando alla Camera quattro deputati, tra cui Emilio Lussu.

Un programma definito a Oristano era fondato su alcuni punti fondamentali: dare al proletariato sardo una coscienza nuova per «redimersi spiritualmente ed economicamente»; creare un nuovo rapporto tra la Sardegna e lo Stato, che si concretizzasse nell’autonomia dell’isola come strumento della sua rinascita; poter gestire la vita amministrativa ed economica regionale, limitando le tradizionali ingerenze dello Stato; esercitare una completa libertà di commercio e di scambi.

Ma, al di là delle formule del programma, già nel primo congresso e ancora più nei due successivi, del 1922 e 1923, cominciarono ad emergere alcuni contrasti interni. In particolare emerse la tensione tra due diverse “anime” del Partito: l’una, di cui Lussu era l’espressione più coerente, che sottolineava le esigenze economico-sociali del mondo rurale e insisteva sul problema della proprietà della terra; l’altra, più moderata, che considerava prima di tutto la necessità di rinnovare i rapporti con lo Stato e di conquistare nuovi spazi di autonomia amministrativa ed economica. Da questa tensione derivò una certa debolezza di tutto il movimento autonomistico e sardista, anche perché fu travolto dopo qualche anno dall’avvento del fascismo e non ebbe tempo di definire la sua fisionomia.

Ma l’importanza del Partito Sardo, più che nei risultati concreti della sua azione, va vista nell’operazione politica e culturale che riuscì a realizzare nei suoi pochi anni di vita democratica. Tentando di chiarire i termini della “questione sarda” e dell’esigenza autonomistica, esso fornì, se non a tutti, certo a molti sardi, un punto di riferimento preciso, esprimendo questa esigenza, sino ad allora generica ed indeterminata, in un programma politico concreto. Sulla base di questo programma, parti consistenti delle masse rurali incominciarono a vedere il rapporto con lo Stato non più in termini di dialogo aperto e costruttivo: molti sardi cominciarono, insomma, come ebbe a dire Camillo Bellieni, uno dei più rigorosi teorici del sardismo, «a riconoscersi sardi per essere veramente italiani».

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