Soglia
Perché questa lezione merita attenzione
Per sostenere i contadini, nel 1767 i Savoia riorganizzano i Monti frumentari, che prestano il grano per la semina da restituire dopo il raccolto. Fioriscono per alcuni decenni, poi entrano in crisi; il problema della proprietà della terra, denunciato da Francesco Gemelli, resta irrisolto.
Come si cercò di aiutare i contadini sardi nel Settecento?
Lezione
Nella seconda metà del Settecento, grazie anche alle iniziative culturali ed economiche promosse dal ministro Bogino, si diffuse in Sardegna un interesse nuovo per i problemi dell’agricoltura che, come sappiamo, si trovava in condizioni di grave arretratezza.
Molti osservatori e studiosi della società sarda cominciarono ad individuare nel modo comunitario di sfruttamento della terra, cioè nel sistema dei campi aperti e della vidazzone, il più grosso limite della produzione agricola. Tra questi studiosi si distinse un professore piemontese dell’Università di Sassari, il gesuita Francesco Gemelli, che pubblicò in proposito un’opera intitolata Del rifiorimento della Sardegna, nel 1776.
Nel suo libro, Gemelli analizzava criticamente la situazione della campagna sarda, caratterizzata da tratti immensi di terreni incolti oppure da terre coltivate ma «ordinariamente aperte, senza siepe, senza muriccia, senza chiusura, senza contadinesca abitazione, al calpestio esposte e al […] delle vaganti greggi…». Richiamandosi ad esempio l’agricoltura di molti paesi europei e dello stesso Piemonte, egli indicava, come via per lo sviluppo agrario anche in Sardegna, la formazione della proprietà «perfetta», cioè individuale, riservata e non soggetta agli usi collettivi né agli oneri feudali. Per la razionalizzazione e il sostanziale aumento della produzione agricola, secondo Gemelli sarebbe stato quindi necessario favorire la formazione di aziende agrarie, direttamente gestite dal proprietario con case coloniche, stalle, colture differenziate, analoghe a quelle che si andavano formando e diffondendo in Piemonte.
Tuttavia, il problema della proprietà della terra non fu risolto nel corso del secolo, mentre furono affrontati altri aspetti dell’economia agricola. In particolare quello della penuria delle sementi, che affliggeva il mondo dei piccoli contadini e li costringeva a ricorrere al prestito ad usura: un fenomeno che limitava le quantità di grano seminato e quindi la produzione, contribuendo a tenere il piccolo contadino in condizioni di miseria e favorendo nello stesso tempo l’ingiusto arricchimento di alcuni ceti benestanti.
Furono così riorganizzati, nel 1767, i Monti frumentari e, nel 1780, i Monti nummari. Il Monte frumentario, costituito nel villaggio e fornito di una sua dotazione in grano, doveva fornire al contadino, al momento opportuno, la quantità di sementi necessaria, ad un tasso di interesse molto modesto. Il Monte nummario, invece, assolveva alla funzione di piccola banca locale, esercitando il prestito in denaro a modico interesse per l’acquisto di animali o di attrezzi per l’attività agricola.
I Monti nummari ebbero scarsa diffusione, mentre notevole sviluppo ebbero i Monti frumentari, che per alcuni decenni contribuirono ad aumentare la produzione cerealicola e ad alleviare le condizioni degli strati più poveri del mondo contadino. Al loro sviluppo contribuì l’opera del cagliaritano Giuseppe Cossu, uno studioso di economia e funzionario di grandi capacità, che per oltre un ventennio, dal 1770, fu Censore Generale, cioè addetto al controllo e all’organizzazione dei Monti.
Tuttavia, l’attività di questi istituti entrò in crisi alla fine del Settecento, sia per le resistenze interne dei ceti benestanti che cercarono di limitarne il funzionamento, sia per gli effetti di tutto il movimento rivoluzionario e antifeudale degli anni Novanta.
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