Soglia
Perché questa lezione merita attenzione
Isolata da Bisanzio, la Sardegna dei Giudicati conserva tradizioni bizantine ma sviluppa una civiltà propria: usa il volgare sardo nei documenti ufficiali, come i condaghi, i registri dei monasteri.
Che cosa rese originale la civiltà dei Giudicati?
Lezione
Come ha scritto lo storico Francesco Cesare Casula, «la civiltà giudicale sarda — non solo quella arborense del Trecento ma anche quella plurisecolare degli altri Giudicati — è ancora tutta da scoprire e da studiare, essendo stata finora confusa con le influenze culturali d’importazione specie pisane e genovesi, laiche e religiose».
Gli elementi documentari che ci restano consentono di affermare che, malgrado la rottura dei rapporti politici e militari con Bisanzio, a partire dall’VIII secolo in poi sul piano religioso e culturale la Sardegna non restò mai del tutto isolata, ma conservò costanti rapporti col mondo occidentale, con l’Impero, col Papato, con le città marinare italiane. Ciò che però è importante sottolineare è che gli elementi e le influenze culturali provenienti dall’esterno, in quei secoli come in quelli successivi, non furono mai accolti passivamente dalla cultura sarda, ma furono trasformati in funzione delle esigenze del mondo locale.
Non è un caso, ad esempio, che i vari documenti prodotti e utilizzati dai giudici e dai loro funzionari, per quanto riproducessero modelli bizantini e latini, non vennero riportati meccanicamente, «ma vennero adattati al gusto ed alle necessità indigene, com’è dimostrato per esempio dall’utilizzo del volgare sardo nella redazione dei documenti ufficiali» (Graziano Milia). La stessa divisione amministrativa dei Giudicati e l’organizzazione dei poteri centrali e periferici si basavano sulla “partecipazione” delle varie categorie di sudditi al governo del giudice e sul decentramento di funzioni ad autorità particolari dell’isola.

Il livello culturale degli abitanti dell’isola non doveva essere certamente elevato: pochi, se si eccettuano gli ecclesiastici (in particolare i monaci) e i funzionari dei vari uffici dei Giudicati, erano in grado di leggere e scrivere, anche tra i ceti sociali più alti. Qualche miglioramento, comunque, si dovette registrare a partire dall’XI secolo, che «inaugurò per la Sardegna una nuova stagione, contraddistinta dal suo definitivo reinserimento nel mondo occidentale, tramite la presenza, sollecitata dai “giudici”, degli ordini monastici e delle correnti mercantili più progredite rappresentate in quel tempo dai Pisani e dai Genovesi» (G. Milia).
Pochi sono i segni di una cultura scritta in volgare sardo: tra questi, alcuni documenti di carattere giuridico, come i condaghi e gli statuti cittadini e, tra le fonti narrative, il Liber Judicum Turritanorum (Libro dei giudici turritani).
Più numerose sono le opere in latino, costituite in prevalenza da agiografie (cioè vite dei santi), tra cui, di particolare rilievo, una vita del vescovo Giorgio di Suelli, scritta nei primi decenni del XII secolo da un tale Paolo, «ecclesiastico della Diocesi».
È difficile, comunque, dare un quadro complessivo della cultura sarda nel periodo giudicale, sia per la scarsità della documentazione, sia perché «la Sardegna presenta in questo periodo una realtà politica, sociale, culturale, fortemente diversificata, ricca di contrasti, per le vicende diverse attraversate da ciascun Giudicato, per la distribuzione variegata delle influenze delle forze economiche, politiche, religiose, per le storie differenti delle varie città, spesso legate a circostanze specifiche. Una storia della cultura isolana deve tener conto di ciò, e non pervenire troppo presto a giudizi generalizzanti» (G. Pirodda). Una cultura, quindi, che risentì certamente di forti influenze esterne, in particolare della cultura italiana, da cui ricevette importanti stimoli che però, come abbiamo detto, non vennero accolti passivamente, ma modificati e adattati alle caratteristiche peculiari della realtà sarda.
