
Alberto Boscolo, storico del Medioevo sardo e mediterraneo, insegnò a lungo all’Università di Cagliari. Qui ricostruisce la vita quotidiana nei villaggi, le «ville», dei primi secoli giudicali.
Testo
Le ville si presentavano come un aggregato di case, ognuna con le caratteristiche della dimora rurale. Sulla costruzione e sui tipi delle case o domus si hanno scarse notizie per il primo periodo giudicale. In pianura le case erano però molto difficilmente costruite in pietra; in genere il tipo di costruzione adottato era quello in mattoni cotti al sole, quello delle case di fango o “ladiri”. Tutt’al più nelle case delle famiglie notabili, cioè dei “maiorales”, si avevano muri di mattoni con basi di pietra. La costruzione in pietra si aveva solo per le chiese e per pochi edifici, quali i palazzi giudicali. La casa aveva un cortile, che serviva per gli animali, e un orto se presentava un pozzo. Le attività domestiche erano svolte dalle donne, che tessevano il lino e la lana; preparavano così la biancheria utile per la casa e confezionavano anche le vesti. Diffuso era il “sagu”, che aveva il doppio scopo di proteggere dal freddo chi lo usava e di servire da coperta. Le donne filavano e tessevano l’orbace, tanto all’epoca della penetrazione pisano-genovese si ebbero stoffe fini, comprate soprattutto dalla gente più ricca. Alle donne spettava poi il compito di occuparsi dell’allevamento degli animali da cortile e dell’apicoltura. In un documento si legge che le donne «moient, cogent, purgent, sabunnent, filent, tessent et in tempus de mersare mersent». Le donne dovevano così accudire alla molitura, alla cottura del pane, alla separazione e cernita della farina per la panificazione; dovevano infine sciacquare i panni, filare e tessere, nel tempo della mietitura anche mietere. Le donne quindi, accanto ai compiti domestici, avevano anche compiti agricoli. La famiglia, insediata in ciascuna casa, era retta dall’autorità del padre, il quale accanto alla moglie legittima poteva avere concubine. I figli erano legittimi e illegittimi; quelli legittimi erano fiios de matrona, quelli illegittimi de concuba. La distinzione si aveva solo nel diritto successorio per i rapporti concernenti l’eredità e il patrimonio. Quando il padre moriva, i figli legittimi ottenevano in eredità una uguale quota o parthone. La Chiesa dovette combattere a lungo perché si eliminasse in Sardegna il concubinato, diffuso anche fra gli ecclesiastici. Sulla legittimità o illegittimità dei figli non si faceva caso, e i cognomi talvolta erano quelli della madre anche per i figli legittimi oppure si usavano indifferentemente i cognomi del padre e della madre. La vita di tipo agricolo e pastorale si svolgeva soprattutto in aggregati rurali (ville, domestie, donnicalie, cortes); i centri cittadini erano infatti pochissimi. Le incursioni degli Arabi avevano portato alla decadenza delle città, che sorgevano tutte sul mare. La stessa Cagliari ne aveva risentito e per evitare le incursioni arabe la popolazione si era trasferita dietro gli stagni e si era stabilita nella villa di Santa Igia. Questa rimase come capitale del Giudicato cagliaritano sino all’epoca pisana, allorché nel 1257 fu distrutta e si ebbe come centro il Castello di Cagliari, detto “Castrum Castri” o “Castellum Castri” o “Castel di Castro”, base dell’insediamento pisano nel territorio.
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