Soglia
Perché questa lezione merita attenzione
Dal V al X secolo la Sardegna passa ai Vandali, poi all’Impero bizantino, che la governa da lontano; papa Gregorio Magno ne promuove la cristianizzazione. Le incursioni arabe la isolano sempre di più, finché nel 1015-1016 Pisa e Genova respingono l’ultimo tentativo di conquista.
Che cosa accadde alla Sardegna dopo la fine dell’Impero romano d’Occidente?
Lezione
I Vandali
È difficile dire quale sia stata la situazione della Sardegna nel periodo dell’Alto Medioevo, dal V al X secolo, quando l’isola fu occupata dai Vandali, poi dai Bizantini e fu infine soggetta agli attacchi degli Arabi. Infatti, le fonti su questo lungo periodo della storia sarda sono molto povere e imprecise ed una documentazione più sicura comincia soltanto dall’XI secolo.
Dopo aver saccheggiato Roma, nel 455, i Vandali, probabilmente nello stesso anno, occuparono la Sardegna, restandovi per circa ottanta anni, sino al 534. È probabile che i Vandali non abbiano apportato variazioni all’assetto economico dell’isola, e in particolare non abbiano modificato le condizioni della campagna e la situazione del latifondo, limitandosi a riscuotere le tasse dai possessores, cioè dalle varie categorie dei proprietari agrari.
Rimase probabilmente immutata anche la struttura sociale, caratterizzata ancora dalla divisione in numerose classi, a partire dalla ricca aristocrazia fondiaria per arrivare agli schiavi: il fatto che queste caratteristiche economiche e sociali si ritrovino nel periodo successivo, quello dell’occupazione bizantina, fa pensare che nel periodo dei Vandali l’isola non abbia conosciuto molti mutamenti.
Un certo cambiamento si ebbe tuttavia sul piano della religiosità, con l’accentuarsi della penetrazione e diffusione del Cristianesimo. Infatti i re vandalici, stabilitisi in Africa settentrionale, professavano l’Arianesimo, una interpretazione del Cristianesimo considerata “eretica” dalla Chiesa di Roma, e utilizzarono la Sardegna come terra di esilio per quei cristiani, spesso di grande valore culturale, che si opponevano alle loro posizioni.
Nell’isola giunsero numerosi vescovi e monaci che svolsero una intensa opera di evangelizzazione nei confronti delle popolazioni sarde ancora legate alle forme religiose e ai riti pagani, trovando anche l’appoggio di due papi sardi, Ilario e Simmaco, che si prodigarono in favore dei cristiani esiliati e della loro azione diretta a diffondere il Cristianesimo.
La Sardegna sotto l’Impero di Bisanzio
Nel 534 Giustiniano, imperatore d’Oriente, volendo riconquistare la parte occidentale dell’Impero, entrò in lotta con i Vandali, che avevano il loro centro di potere a Cartagine. Con la sua vittoria tutta l’Africa vandalica, le Baleari, la Corsica e la Sardegna entrarono a far parte dell’Impero bizantino.
Sotto il dominio di Bisanzio, la Sardegna conobbe un lungo periodo di pace ed anche una relativa libertà, per la lontananza dal centro del potere imperiale e perché questo era particolarmente impegnato nella difesa dei confini del suo territorio dai sempre più frequenti attacchi delle popolazioni barbariche. In realtà, la presenza di Bisanzio si faceva sentire soltanto attraverso la rigorosa e pesante esazione di tasse.
La Sardegna era governata da un preside e da un dux. Il primo risiedeva a Cagliari ed aveva compiti di amministrazione civile, esercitando le funzioni degli antichi governatori romani: emanava leggi, amministrava e manteneva l’ordine nell’isola, si occupava della giustizia e dell’esazione delle tasse. Il dux risiedeva a Forum Traiani (oggi Fordongianus) ed aveva compiti militari: doveva garantire la difesa del territorio, sia attraverso contingenti di truppe mobili che potevano spostarsi da una parte all’altra dell’isola, sia attraverso guarnigioni stabili risiedenti nei castra, le fortificazioni costruite in alcune zone strategiche particolarmente importanti. Il dux aveva pertanto il compito di difendere la Sardegna da eventuali attacchi provenienti dall’esterno e, nello stesso tempo, di garantire la tranquillità all’interno dell’isola, controllando le popolazioni montane, tradizionalmente bellicose, in particolare le tribù dei Barbaricini che risiedevano nelle zone del Gennargentu.
I rapporti tra l’amministrazione bizantina e le popolazioni dell’interno si conservarono comunque abbastanza buoni, garantiti da accordi precisi e da una sorta di rispetto reciproco. I capi delle tribù ricevevano dall’autorità bizantina il riconoscimento ufficiale del loro comando, oltre ad insegne e doni particolarmente ricchi: «un bastone d’argento ornato d’oro, un diadema d’argento, un mantello bianco, fermato sulla spalla con una fibula d’oro, una tunica bianca ricamata, e delle calzature impreziosite da ornamenti d’oro» (André Guillou). In cambio, i capi delle tribù promettevano fedeltà all’autorità bizantina, dichiarandosi «servitori della maestà imperiale».
Anche le notizie sul periodo bizantino sono incerte e lacunose. I dettagli maggiori ci vengono dalle lettere di Gregorio Magno, che fu papa dal 590 al 604, e sono perciò limitati a quegli anni e relativi alla religiosità dei Sardi. Nelle lettere di Gregorio Magno sono contenuti diversi riferimenti all’idolatria delle popolazioni barbaricine e alla necessità di un’opera coraggiosa per arrivare alla loro conversione al Cristianesimo. Fu proprio in virtù di alcune lettere del papa che un capo tribù barbaricino, Ospitone, promosse la conversione della sua gente.
L’insidia degli Arabi
Nel corso dell’VIII e IX secolo, la vita dei paesi del Mediterraneo fu sconvolta dall’espansione degli Arabi che, oltre a conquistare l’impero persiano e ampi territori dell’Impero bizantino, erano anche diventati una potenza marinara. Infatti, soprattutto con l’occupazione della Sicilia, lungo il IX secolo, gli Arabi divennero padroni del Mediterraneo, bloccando il transito delle navi provenienti dall’Oriente bizantino, controllando tutti i traffici marittimi e minacciando gli insediamenti costieri, oggetto dei loro frequenti assalti.
Anche la Sardegna, al centro di quello che era diventato un “lago arabo”, subì le conseguenze di questa aggressiva presenza: perso ogni contatto commerciale e politico con Bisanzio, restò isolata e indifesa di fronte agli attacchi a cui fu sottoposta da parte delle flotte arabe. Gli abitanti dei centri costieri subirono i danni più gravi: vittime di continui saccheggi, venivano spesso catturati, portati via sulle navi arabe e venduti come schiavi. Iniziò così lo spopolamento di città e villaggi costieri, poiché le popolazioni cominciarono ad allontanarsi dal mare, spostandosi verso l’interno alla ricerca di luoghi più sicuri.
Anche gli abitanti di Cagliari si trasferirono, riparando sulle rive del vicino stagno di Santa Gilla e dando vita ad una città, Santa Igia, che diventerà la capitale del Giudicato di Cagliari. Lo stesso accadde agli abitanti di Tharros, che si spostarono verso Oristano e, in parte, a quelli di Porto Torres, che si trasferirono anch’essi all’interno.
Di fronte al crescente pericolo delle incursioni arabe, i Sardi, venuta meno la protezione bizantina, cercarono altri aiuti. Infatti, nell’815, essi inviarono una delegazione all’imperatore franco Ludovico il Pio per invocarne l’intervento: ma questo non venne, malgrado i Franchi definissero la Sardegna insula amicorum, isola degli amici.
Agli inizi dell’XI secolo, la pressione degli Arabi si fece ancor più minacciosa e, nel 1015, un capo musulmano, Mugāhid (passato alla storia col nome di Musetto), che aveva istituito un principato sulle coste meridionali della Spagna, sbarcò a Cagliari con una flotta di un centinaio di navi, riuscendo ad occupare buona parte della pianura del Campidano. Mugāhid non proseguì subito verso l’interno dell’isola, ma rientrò in Spagna, lasciando però i suoi uomini nelle zone occupate.
Fu a quel punto che alcune città marinare italiane, che andavano allargando i loro traffici nel Mediterraneo, cominciarono ad interessarsi della Sardegna. In particolare Pisa e Genova, già impegnate nella lotta contro l’espansionismo arabo, decisero di costituire un’alleanza per fermare definitivamente la pericolosa avanzata delle forze musulmane. Pertanto, quando Mugāhid, l’anno successivo, tornò in Sardegna per proseguire nell’occupazione dell’isola, si scontrò con una forte flotta organizzata dalle due città: sconfitto duramente, fu costretto a tornare in Spagna, lasciando nelle mani nemiche gran parte dei suoi soldati.
Fu questo l’ultimo tentativo di occupazione della Sardegna da parte degli Arabi, anche se le loro incursioni sulle coste continueranno per secoli: ma fu anche il momento di inizio del dominio di Pisa e di Genova sull’isola, dapprima esercitato con i loro mercanti e poi con l’occupazione di una parte del suo territorio.
Per andare oltre
Approfondimenti
- StoriaGregorio Magno e la Sardegna
Papa Gregorio Magno scrive ai Sardi per diffondere il cristianesimo fra le popolazioni ancora pagane dell’interno: nelle sue lettere loda il capo barbaricino Ospitone e chiede ai vescovi di combattere l’idolatria.
