Soglia
Perché questa lezione merita attenzione
Dopo la guerra i Sardi tornano a votare: nel 1946 per la Costituente e nel 1948 per il Parlamento, con la Democrazia Cristiana primo partito. Il dibattito si concentra sull’autonomia: il 31 gennaio 1948 viene approvato lo Statuto speciale e nel 1949 si elegge il primo Consiglio regionale.
Come e perché la Sardegna diventò una regione autonoma?
Lezione
Negli anni immediatamente successivi alla guerra, a partire dal 1944, la direzione politica, amministrativa e militare dell’isola fu affidata ad un Alto Commissario, il generale Pietro Pinna, affiancato da una Consulta di 24 membri nominati dai partiti: i due organismi resteranno in carica sino al 1949, quando verrà eletto il primo Consiglio regionale. Fu quello il momento in cui i partiti si trovarono ad affrontare importanti prove elettorali, destinate a segnare le caratteristiche del nuovo stato democratico uscito dalle vicende del fascismo e della guerra: non solo i maschi, come avveniva nel passato, poiché per la prima volta nella storia nazionale anche le donne furono chiamate a contribuire direttamente con il loro voto alla vita politica del paese, a dimostrazione di una nuova sensibilità democratica.
La prima grande prova elettorale fu quella del 1946, per la formazione di una Assemblea Costituente, che aveva la funzione di preparare una nuova Costituzione, e per decidere, attraverso un referendum, sulla forma istituzionale, monarchica o repubblicana, dello Stato. I risultati del referendum segnalarono con chiarezza l’orientamento conservatore dell’elettorato sardo, che per il 60,9 per cento si schierò con la monarchia, con una percentuale peraltro più bassa rispetto al 67,4 di voti monarchici che segnò il complesso delle regioni meridionali.
Per la Costituente, la Democrazia Cristiana ottenne il 41,1 per cento dei suffragi, il Partito Sardo il 14,8, il Partito Comunista il 12,5, l’Uomo Qualunque il 12,4 e i socialisti l’8,8. Il partito dei cattolici realizzava così la sua prima vittoria, grazie ad un’attenta politica nei confronti delle masse rurali (“tutti proprietari” era una delle parole d’ordine rivolte al mondo contadino), ma grazie anche all’appoggio massiccio della Chiesa e alla forza dei notabili locali, che incominciavano ad intravedere nella Democrazia Cristiana un utile canale per riaffermare il loro controllo sulla vita delle comunità.
Le elezioni del 1948 per il Parlamento confermarono la dimensione della Democrazia Cristiana come partito leader nell’isola, con la conquista del 51,2 per cento dei suffragi, mentre il Partito Sardo, calando al 10,2 per cento, mostrò di risentire delle sue divisioni interne, segnate dal passaggio di Lussu e di una parte dei sardisti al Fronte Popolare delle sinistre.
Frattanto, il dibattito politico regionale si andava concentrando sui problemi dell’autonomia, cioè sulla posizione che avrebbe potuto assumere la Sardegna nell’ambito delle strutture dello stato repubblicano. Nel giugno del 1947 era stato approvato l’art. 116 della Costituzione, che riconosceva alla Sardegna, unitamente alla Sicilia, al Trentino-Alto Adige, al Friuli-Venezia Giulia e alla Valle d’Aosta, la forma di regione a statuto “speciale”, in considerazione della loro specificità etnica, storica e culturale; ad esse, cioè, erano «attribuite forme e condizioni particolari di autonomia secondo statuti speciali adottati con legge costituzionale». Si trattava, a quel punto, di definire lo Statuto e su questo si concentrò il dibattito fra i partiti.
Il 31 gennaio 1948 lo Statuto fu approvato e da quel momento ebbe inizio la vita della Regione autonoma della Sardegna. L’8 maggio del 1949 si tennero le prime elezioni per il Consiglio regionale che, sotto la presidenza del sardista Anselmo Contu e con una giunta di coalizione democristiano-sardista, guidata da Luigi Crespellani (DC), iniziò la sua concreta attività nel luglio seguente.
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