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Lezione

2.

Il mondo operaio e la cultura sarda nell’Ottocento

Quali novità portò l’Ottocento nella società e nella cultura sarda?

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Incisione di un paesaggio collinare con gli edifici e le strade di una miniera
La miniera di Montevecchio, una delle maggiori dell’isola: xilografia da Le cento città d’Italia, 1901. Wikimedia Commons, pubblico dominio.

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Perché questa lezione merita attenzione

Nell’Iglesiente le miniere di piombo e zinco creano il primo nucleo di classe operaia sarda, sfruttata e combattiva: lo sciopero di Buggerru del 1904 costa la vita a tre minatori. Intanto la cultura isolana cresce, fra lo scandalo delle false Carte d’Arborea, Grazia Deledda e i nuovi giornali; ma nelle campagne la scuola resta un corpo estraneo.

Quali novità portò l’Ottocento nella società e nella cultura sarda?

Lezione

Il mondo operaio

In questo quadro di crisi economica e di profondo malessere sociale, il settore che conobbe invece un certo sviluppo fu quello minerario, all’interno del quale si andò anche formando un nuovo atteggiamento politico e culturale.

Pur soggetta a crisi ricorrenti, la produzione di piombo e zinco, concentrata nel bacino dell’Iglesiente, riuscì a resistere per molti decenni, sotto il controllo delle società «Monteponi», «Malfidano» e «Montevecchio», nelle mani di gruppi finanziari francesi, tedeschi, inglesi e belgi. Nel periodo 1865-80 l’attività delle miniere conobbe uno sviluppo impetuoso, favorito dagli alti prezzi dei minerali sui mercati internazionali e dalla ricchezza dei giacimenti; successivamente, dopo una crisi di circa un quindicennio, determinata dalla concorrenza estera e dai crescenti costi di produzione, le miniere sarde conobbero un nuovo periodo di sviluppo, che durò sino alla prima guerra mondiale, legato ai massicci investimenti di capitali che permisero un adeguamento tecnologico delle strutture e una diminuzione dei costi di produzione.

Il complesso minerario dell’Iglesiente rappresentò, sino al primo quindicennio del XX secolo, l’unico vero centro industriale esistente in Sardegna, con più di 15.000 operai (che costituivano il 26,5% dei minatori italiani) e con una produzione del 90% del piombo e dell’80% dello zinco estratti in Italia.

Questo polo industriale, intorno a cui gravitavano centri importanti come Iglesias, Guspini, Carloforte, Gonnesa, Buggerru, esercitò una forza d’attrazione notevole sulle popolazioni delle zone circostanti, specialmente negli anni più critici di fine Ottocento, quando la disoccupazione agricola raggiunse limiti molto elevati. Per la manodopera occupata delle campagne rappresentava una via di salvezza, un modo per sfuggire alla fame, anche se le condizioni di lavoro dei minatori erano durissime, gli orari pesanti, i salari molto bassi, le garanzie di sicurezza pressoché nulle.

A subire un regime di vero sfruttamento incontrollato era soprattutto la manodopera locale, non qualificata, formata in gran parte da operai-contadini, legati alla terra, ai modi di vita e alla cultura del mondo rurale: privi, almeno inizialmente, di una mentalità e di una coscienza “operaia”, essi erano quindi incapaci di organizzarsi e di difendersi di fronte agli abusi del padronato.

Gli effetti di questa concentrazione industriale sull’economia isolana nel suo complesso furono modesti, poiché la partecipazione degli imprenditori locali fu molto scarsa, essendo tutte le miniere nelle mani di gruppi capitalistici stranieri. Inoltre l’attività mineraria si esauriva nell’estrazione del materiale e nella sua esportazione, con l’esclusione delle altre fasi di lavorazione e di trasformazione, che avvenivano altrove, come altrove andavano i profitti che non venivano quindi reinvestiti nell’isola.

Notevoli furono invece le conseguenze sul piano culturale e politico: la vita di miniera costituì infatti una palestra importante di maturazione culturale e di crescita politica per il mondo operaio sardo, che venne a contatto con nuove ideologie, nuove forme di aggregazione civile, nuovi modi di resistere allo sfruttamento padronale. I segni di questa maturazione si avvertirono soprattutto nel primo Novecento: mentre sino ad allora i modi di lotta dei minatori sardi erano stati caratterizzati dallo spontaneismo, cioè dal ricorso improvviso alla protesta, anche violenta, senza una preventiva azione di organizzazione e di preparazione, nel periodo giolittiano i minatori dell’Iglesiente dimostrarono invece di aver acquisito quella mentalità organizzativa, quella tensione alla resistenza e alla lotta sindacale che già caratterizzava la classe operaia di altre regioni italiane.

Questa crescita politico-sindacale e insieme culturale fu merito dell’azione coraggiosa e appassionata di alcuni sindacalisti — come Giuseppe Cavallera, Alcibiade Battelli e altri — che riuscirono ad incidere fortemente sul mondo operaio dell’Iglesiente, contribuendo a creare forme di organizzazione a carattere sindacale e socialista, che segnarono la nascita di una generalizzata coscienza di classe anche nel mondo operaio sardo.

L’aumento del numero degli scioperi e degli scioperanti tra gli ultimi anni dell’Ottocento e i primi del Novecento è un chiaro segno dell’aumentata vivacità organizzativa del movimento operaio sardo: si pensi che mentre nel 1898 gli scioperanti furono complessivamente 330, nel 1903 furono 1.666. Ma fu comunque il 1904 a segnare una tappa importante di questa evoluzione della lotta sindacale, per il numero di scioperi che furono organizzati, 13, e per il numero di scioperanti che vi parteciparono.

Tra questi scioperi, il più clamoroso fu quello di Buggerru, che costò la vita a tre minatori: un «eccidio» che suscitò l’indignata reazione di buona parte della stampa nazionale, dando anche l’avvio al primo sciopero generale di tutto il movimento operaio italiano.

Ritratto dipinto a pennellate vivaci di una donna dai capelli scuri, seduta, in abito blu con il colletto bianco
Plinio Nomellini, Ritratto di Grazia Deledda, olio su tela, 1914. Wikimedia Commons, pubblico dominio.

La cultura sarda nell’Ottocento

Sul piano della produzione culturale, i decenni precedenti e successivi alla “fusione” col Piemonte rappresentarono per la Sardegna un momento particolarmente significativo e ricco di risultati che lasciarono tracce profonde. Infatti, quei decenni segnarono un notevole risveglio della cultura sarda, sia sul piano quantitativo, per il numero di opere pubblicate, sia sul piano dei contenuti, poiché molte di queste opere contribuirono in modo determinante a fornire agli intellettuali e alla classe dirigente sarda le basi culturali su cui essi costruiranno per molti decenni i loro orientamenti e le loro posizioni, anche politiche.

La presenza di una intellettualità vivace, spesso strettamente collegata con la cultura piemontese e italiana e, in taluni casi, europea, produsse importanti operazioni culturali ed editoriali, con la stampa di numerose opere di carattere storico, linguistico, archeologico, giuridico, spesso di notevole valore: come le opere di Giuseppe Manno, Vittorio Angius, Pietro Martini, Francesco Sulis, Pasquale Tola, Giovanni Spano, Giovanni Siotto-Pintor, Giovanni Battista Tuveri, Giorgio Asproni e di tanti altri che segnarono il dibattito culturale e politico dell’isola — ma, in alcuni casi, non solo dell’isola — nella prima metà dell’Ottocento e oltre.

Questa ricchezza di intellettuali e di opere si manifestò nei decenni in cui la Sardegna si avviava a perdere, con la “fusione”, la sua storica posizione di Regnum e in particolare nel momento in cui emergevano le conseguenze negative di questa operazione che le stesse classi dirigenti sarde avevano richiesto. Non è un caso, quindi, che questa intensa attività culturale fosse orientata ad esaltare la storia dell’isola, a ricostruirne i caratteri, fin dalle sue origini, per valorizzare l’identità culturale, linguistica, etnica della “nazione sarda”, cioè quella somma di valori a cui le popolazioni isolane si erano ispirate per secoli. Insomma, proprio nel momento del loro tramonto, venivano esaltate le tradizionali “libertà” dei Sardi, sottolineate come fondamenti di una coscienza “nazionale” sarda, in un messaggio che nei decenni successivi, e soprattutto nel primo Novecento, verrà ripreso e produrrà risultati significativi anche sul piano politico.

Un episodio appare particolarmente indicativo di questo clima di tensione intellettuale e della carica politico-culturale degli studiosi sardi di quei decenni. Negli anni 1845-50, si diffuse la notizia di una sensazionale “scoperta” fatta da un frate: si trattava di una cinquantina di pergamene, la cui origine si faceva risalire ai secoli dell’Alto Medioevo, da cui emergeva il quadro di una Sardegna percorsa da un’alta cultura letteraria e giuridica, prodotta all’interno dell’isola e tale da far apparire la tradizione culturale sarda di valore insospettabile. La Sardegna dei Giudicati appariva così in una luce nuova, per la ricchezza di scrittori, di poeti, di artisti che avrebbe prodotto.

Queste pergamene, accolte con entusiasmo da molti studiosi sardi, si rivelarono poi un falso clamoroso, opera di studiosi — tra cui Ignazio Pillito, un’importante archivista — che le misero in circolazione anche con fini speculativi, dal momento che furono vendute per somme rilevanti. Ma, al di là di questo, la diffusione dei documenti e il credito di cui godettero per anni presso molti intellettuali sardi sono indicativi di una certa atmosfera culturale e di una generale operazione tesa alla rivalutazione delle tradizioni isolane, segnata da una diffusa disponibilità ad accogliere qualunque ipotesi storiografica, anche avventurosa ed improbabile, capace di confermare il generale convincimento del valore della storia culturale dell’isola.

Nei decenni successivi all’unificazione nazionale, e in particolare nell’ultimo Ottocento, andò accentuandosi questa tensione politica e culturale e andò aumentando tra gli intellettuali e gli scrittori sardi l’attenzione per le vicende passate dell’isola. Non è un caso che la produzione letteraria più ricca e interessante sia costituita da romanzi storici, a testimonianza di un clima intellettuale segnato dall’intento di scoprire e rivalutare i caratteri distintivi della civiltà sarda. Mentre facevano le loro prime esperienze letterarie Grazia Deledda e Sebastiano Satta, si cimentavano nel romanzo storico scrittori come Ottone Baccaredda, Salvatore Farina e, di particolare rilievo, Enrico Costa, «massima espressione della narrativa sarda predeleddiana, cultore della storia e delle tradizioni popolari, profondo conoscitore della vita culturale isolana, instancabile animatore di studi» (Giuseppe Marci).

Oltre che sul piano della narrativa, anche in altri campi più specialistici, come quelli della linguistica, dell’economia, dell’etnologia, si nota nell’ultimo Ottocento un fervore nuovo di studi e di ricerche, man mano che si fanno più intensi e più facili i rapporti con i circuiti culturali e scientifici esterni. Testimonianza di questa vivacità culturale complessiva è l’aumento, rilevabile a partire dagli anni Settanta, oltre che dei libri, anche di giornali e di riviste, dalla vita più o meno lunga, di varia ispirazione politica e culturale, che contribuirono ad allargare l’informazione ad una opinione pubblica sempre più curiosa e sempre più disponibile alla lettura. L’aumento della popolazione, l’espansione delle città e dei grossi centri e l’incremento — sia pure modesto — della scolarità avevano certamente contribuito ad allargare gli strati di popolazione dotati di una cultura media e quindi ad ampliare il numero di lettori a cui potevano rivolgersi i giornali, le riviste, i libri.

Di particolare rilievo fu la nascita, nelle due città maggiori, di due giornali destinati ad incidere a lungo sull’opinione pubblica regionale: L’Unione Sarda, nata a Cagliari nel 1889, che troverà la sua più ampia diffusione nelle zone centro-meridionali dell’isola, e La Nuova Sardegna, nata a Sassari nel 1891, che si diffonderà soprattutto nella parte settentrionale.

Attraverso questi molteplici canali, larghi strati della popolazione urbana e una fascia, sia pure più modesta, di borghesia rurale, andavano avvicinandosi sempre più alla lettura, al “consumo” dei libri e dei giornali, all’informazione sui fatti locali e sugli eventi nazionali, acquisendo conoscenze ed entrando quindi in un mondo culturale esterno e sempre più aperto.

A questi mutamenti rilevabili nelle città, faceva però riscontro una situazione di scarso sviluppo culturale delle masse popolari e in particolare del mondo dei villaggi, limitato dall’analfabetismo generalizzato, chiuso nel suo isolamento, privo di continuativi rapporti con le città e quindi ripiegato nei suoi tradizionali valori e modelli di vita, cioè sulla sua cultura. Per questo mondo, la scuola, la lingua italiana, la cultura nazionale non rappresentavano nulla, oppure erano visti soltanto come manifestazioni del mondo dei “signori” o, molto spesso, come segni di un potere esterno e prevaricatore.

In realtà, il mondo rurale aveva una sua scuola — nella famiglia, nei rapporti sociali, nel lavoro — così come aveva una sua cultura: una cultura diversa, nel costume, nei modi di vita e di lavoro delle comunità di villaggio. Questa diversità era già emersa in precedenza, ma, nell’ultimo Ottocento, soprattutto in occasione dell’aumento del banditismo, si avviava a diventare uno scontro, per quei tempi difficilmente sanabile, tra due culture, due mentalità, due codici di comportamento profondamente divergenti.

Proprio l’azione repressiva messa in atto dallo Stato, che identificò meccanicamente, senza individuarne le ragioni economiche e sociali, il banditismo con i modelli culturali del mondo sardo, stava a dimostrare la difficoltà, per la cultura ufficiale e per la mentalità nazionale, di capire i caratteri peculiari di una società diversa come quella sarda e dei suoi specifici codici di comportamento.