Soglia
Perché questa lezione merita attenzione
Dopo l’Unità la Sardegna resta ai margini del nuovo Stato: le inchieste parlamentari ne documentano la miseria, la guerra doganale con la Francia colpisce l’agricoltura e l’allevamento, le tasse portano all’esproprio migliaia di piccoli proprietari. Esplode il banditismo, a cui lo Stato risponde con la repressione, come nella grande retata di Nuoro del 1899.
Perché nei primi decenni dell’Unità si parlò di una «questione sarda»?
Lezione
Le inchieste parlamentari
Nel 1861, con l’unificazione politica e la formazione del Regno d’Italia, la Sardegna da “sabauda” divenne “italiana”. Ma le speranze, che molti nutrivano, di vedere realizzati cambiamenti sostanziali con il nuovo regime politico andarono ben presto deluse. Ci si accorse, cioè, che il rapporto tra la Sardegna e lo Stato italiano non era molto diverso dal precedente rapporto con il Piemonte e che i criteri che ispiravano la politica dei governi della Destra storica non differivano molto da quelli che avevano ispirato i governi piemontesi.
I governanti liberali, infatti, avevano costruito un sistema politico-amministrativo fortemente accentrato, anche per evitare che il nuovo Stato, ancora debole, potesse correre il pericolo di disunirsi, con la secessione di qualche regione, come la Sicilia, dove esistevano forti correnti separatiste. D’altra parte, le gravi necessità finanziarie dello Stato portarono ad una politica fiscale rigorosa, che pesò in modo particolare sulle regioni più deboli, soprattutto su quelle meridionali e insulari.
Da qui il diffuso malumore popolare che, nelle regioni del Mezzogiorno, si manifestò attraverso il fenomeno del brigantaggio, e in Sardegna attraverso numerosi episodi di protesta, anche violenta, nelle campagne e nelle città. Ma da qui anche le reazioni di molti intellettuali e uomini politici sardi che, facendosi interpreti del malcontento popolare, sottolinearono, con le loro analisi e le loro denunce, la gravità della situazione economica dell’isola, il suo stato di marginalità e di subordinazione politica, le inadempienze dei governi, il gravoso sistema fiscale che incideva in modo particolare sulle masse contadine.
Attraverso queste analisi e queste denunce — in cui si distinsero uomini politici come Giovanni Siotto Pintor, Giovanni Battista Tuveri, Giorgio Asproni — si andavano così definendo i caratteri della questione sarda che, all’interno della più generale questione meridionale, assumeva connotati specifici e particolarmente gravi.
A queste posizioni della classe politica sarda, il governo italiano e il Parlamento risposero deliberando l’organizzazione di alcune inchieste parlamentari, affidate a specifiche commissioni, con il compito di indagare sulle situazioni locali, di individuare gli aspetti e le cause dei fenomeni economici e sociali più gravi, di studiare le soluzioni più adeguate a farvi fronte.
La prima di queste inchieste, decisa su richiesta di Giorgio Asproni e di Luigi Serra, fu affidata ad una Commissione presieduta da Agostino Depretis, nel 1869. L’inchiesta fu condotta in modo superficiale e affrettato, e diede risultati molto modesti, tanto che non fu neppure stilata la relazione finale: unica traccia del lavoro della Commissione è costituita, infatti, da una relazione settoriale, relativa alle miniere sarde, stilata da Quintino Sella, che evidenziava le terribili condizioni di vita e di lavoro dei minatori del bacino dell’Iglesiente.
La seconda inchiesta fu affidata al deputato sardo Francesco Salaris, che condusse l’indagine relativa alla Sardegna nel quadro di una più generale «inchiesta agraria e sulla classe agricola», diretta da Stefano Jacini nel 1885. La terza, infine, nel 1894, fu affidata a Francesco Pais Serra e fu dedicata specificamente alle «condizioni economiche e della pubblica sicurezza in Sardegna».
Queste inchieste, che non servirono a provocare concreti interventi governativi o legislativi, tuttavia fornirono alla classe politica nazionale e all’opinione pubblica importanti elementi conoscitivi sulla situazione isolana: mettendo in luce gli aspetti più gravi dell’economia dell’isola, contribuirono a suscitare un vivace dibattito all’interno e numerosi interventi della stampa, anche nazionale. In occasione di queste inchieste, infatti, si moltiplicarono gli studi e le indagini sui diversi settori dell’economia e, più in generale, della società sarda, condotti da giornalisti, intellettuali, uomini politici.
In realtà, la classe dirigente isolana, per la prima volta, si trovò a discutere sul problema “Sardegna” con interlocutori nazionali, e i numerosi comitati di zona, di villaggio, di città, che si formarono per aiutare i commissari parlamentari nella loro indagine, rappresentarono un’esperienza, oltre che innovativa, anche profondamente formativa per tutti quei notabili locali la cui potenzialità di leaders regionali aveva avuto sino a quel momento modo di esprimersi… «Si trattò insomma… di una esperienza di socializzazione politica che preparò il campo alla nascita di un ceto dirigente regionale più avveduto che nel passato e allo stesso tempo più omogeneo» (Luciano Marrocu).
L’inchiesta di Pais Serra rappresentò una dura denuncia della gravità della situazione sarda e delle manchevolezze della politica governativa, sottolineando che in tutti i settori dell’economia e della vita pubblica la Sardegna era in forte ritardo rispetto alle altre regioni italiane, anche le più povere.
«Non strade, non porti, non governo delle acque — si legge nella relazione finale — malaria, siccità, inondazioni; agricoltura primitiva per difetti di braccia e di capitali; proprietà incerta e insidiata per difetto di catasto e sproporzione d’imposta; produzione incerta per vicissitudini di clima, che produssero pletora o carestia, resa più fatale dalla posizione geografica; commercio illanguidito; amministrazione disordinata e inquinata da inframmettenze partigiane; pubblica sicurezza sempre vacillante, spesso affatto nulla».
In questo quadro drammatico, ma veritiero, uno degli elementi che concorrevano all’arretratezza dell’isola era la deficienza delle infrastrutture (strade, porti, ferrovie, opere di canalizzazione, ecc.). Soltanto nel 1880 fu terminata la linea ferroviaria principale, lungo l’asse Cagliari-Sassari, dopo lunghe interruzioni e lotte tra i deputati locali per stabilire le località che avrebbe dovuto toccare: ma la linea non risolse i problemi di tante zone interne, tra cui il Goceano e il Nuorese, che rimasero tagliate fuori e solo più tardi furono raggiunte da linee “secondarie”, a scartamento ridotto.
Un po’ migliore era la situazione delle strade statali, mentre del tutto insufficiente era la rete stradale dipendente dai comuni e dalle province, e pertanto molti villaggi restavano privi di collegamento e di possibilità commerciali. Comunque il limite più grosso, in tema di trasporti e di vie di comunicazione, era rappresentato dal mare: l’handicap dell’insularità era particolarmente sentito dai Sardi e il problema dell’insufficienza e dei costi dei trasporti marittimi era oggetto di continua polemica con i governi ed anche in seguito resterà uno dei temi più scottanti nel rapporto tra l’isola e lo Stato.
Tensioni popolari e crisi economica
Le tensioni, già suscitate all’interno del mondo rurale dal decreto sulle «chiudende», ma limitate ad alcune zone montagnose e pastorali, ripresero, con maggiore virulenza e diffusione, subito dopo l’unificazione, come risposta alle scelte del governo nazionale relative ai terreni ademprivili: la scelta, cioè, di metterli in vendita o di darli in concessione ad imprese, spesso non isolane, per lo sfruttamento delle risorse boschive, soprattutto per la produzione di carbone.
Questo meccanismo di vendite e di concessioni contribuì ad accentuare in molte zone della Sardegna gli squilibri già esistenti tra le diverse fasce di proprietà terriera: infatti le comunità rurali e le fasce di popolazione più povere venivano private dei loro tradizionali diritti di «ademprivio» (far legna, raccogliere ghiande, ecc.), e in tal modo si incoraggiavano tensioni e conflittualità. Si avviava inoltre un processo di degradazione del patrimonio boschivo, sfruttato dalle imprese concessionarie senza garantire alcuna iniziativa di rimboschimento e al di fuori di ogni controllo da parte degli organi statali.
Alcune clamorose sollevazioni contadine e pastorali — tra cui quella di su connottu a Nuoro nel 1868 — furono il segno di un profondo malumore diffuso tra le popolazioni isolane, che trovò ulteriore alimento nella grave crisi agraria che negli ultimi decenni del secolo investì l’economia nazionale, facendo sentire i suoi effetti soprattutto nelle regioni più deboli.
La politica protezionistica attuata dai governi italiani a partire dagli anni Ottanta, diretta principalmente a stimolare la nascente industria nazionale, aveva suscitato immediate reazioni da parte di alcuni paesi europei, tra cui la Francia che aveva risposto con una politica di protezione dei suoi prodotti agricoli. In tal modo si restrinse fortemente il mercato francese, dove gli agricoltori italiani da alcuni anni esportavano con profitto prodotti alimentari come l’olio e il vino.
Ad essere colpite da questa restrizione del mercato internazionale furono soprattutto le regioni meridionali e la Sardegna, dove erano in atto interessanti tentativi di trasformazione agraria, con l’introduzione di nuove colture specializzate dirette proprio all’esportazione e che andavano sostituendo la tradizionale monocultura cerealicola. La crisi determinata da questa “guerra di tariffe” con la Francia portò molti produttori ad abbandonare questi tentativi di rinnovamento per tornare alla produzione cerealicola: in questo modo, il processo di modernizzazione in atto nell’agricoltura sarda, che si sarebbe potuto sviluppare ulteriormente, fu momentaneamente bloccato.
Anche il settore della pastorizia, già penalizzato in Sardegna, come abbiamo visto, dalle iniziative legislative dirette a favorire la proprietà della terra e l’agricoltura, subì gli effetti negativi della restrizione dei mercati internazionali. Da qualche decennio, infatti, il settore dell’allevamento era in forte ripresa, segnata da un aumento notevole del patrimonio zootecnico, soprattutto ovino, e da un incremento delle esportazioni: la crisi nei rapporti commerciali con la Francia influì quindi negativamente su questo processo evolutivo.
Tuttavia, nell’ultimo decennio del secolo, tutto il settore della pastorizia sarda fu investito da un nuovo processo di rinnovamento, determinato dalla creazione di numerosi caseifici, nati per iniziativa di imprenditori provenienti dal “continente”. Il lancio, sul mercato nazionale, dei formaggi sardi (sotto la denominazione di «pecorino romano»), diede un nuovo impulso all’allevamento degli ovini, anche se i pastori, da quel momento, furono costretti a subire un rigoroso regime di prezzi controllato dall’industria casearia e videro notevolmente ridotti i loro margini di profitto.
Criminalità e banditismo
Complessivamente, questa crisi generalizzata determinò, nell’ultimo decennio del secolo, un netto peggioramento delle condizioni di vita delle popolazioni rurali, penalizzate anche da una pressione fiscale insostenibile, dall’impossibilità di attingere prestiti dalle banche — che non esistevano o fallivano appena create — e quindi costrette a ricorrere agli usurai, dall’insufficienza delle strade che limitava le possibilità di commercio interno («strade, strade, strade!» fu l’accorato richiamo di Pais Serra nella sua relazione del 1894).
A questa situazione di crisi diffusa nel mondo rurale può ricollegarsi l’aumento, riscontrato dalle statistiche del tempo, della criminalità nelle campagne e dei fenomeni della latitanza e del banditismo: fenomeni, come già sappiamo, presenti da secoli, soprattutto nelle zone interne, e che non erano stati mai estirpati, malgrado i tentativi militari e repressivi messi in atto dal governo sabaudo lungo l’arco dei secoli XVIII e XIX.
Alla fine del secolo assunsero però una dimensione più ampia e caratteri di maggiore asprezza e pericolosità: infatti, all’aumento degli omicidi, delle rapine, delle estorsioni, dei furti, che portò la Sardegna ai vertici di tutte le classifiche nazionali sulla criminalità, si aggiunse, soprattutto nelle montagne, la presenza diffusa, forse come mai prima di allora, di latitanti e di banditi che controllavano intere zone, “governandole” col terrore, con le violenze, con le vendette. I nomi di alcuni di questi banditi, come Corbeddu, Derosas, Berrina, i fratelli Carta, diventarono leggendari, varcando i confini delle zone di loro pertinenza e suscitando paura mista ad ammirazione tra le popolazioni rurali.
Ma, oltre che la criminalità diffusa e la presenza di tanti latitanti, a destare l’attenzione dell’opinione pubblica e della stampa, anche nazionale, furono alcuni episodi particolarmente clamorosi, come le bardane, cioè le imprese compiute da grosse bande armate che assalivano interi paesi, depredando e uccidendo. Tra queste bardane, quella che probabilmente suscitò maggiore clamore e indignazione fu quella di Tortolì, nel 1894, compiuta da un centinaio di uomini che assalirono il paese, saccheggiandolo e uccidendo un carabiniere e un abitante, per poi fuggire lasciando sul terreno uno di loro a cui fu mozzata la testa per impedirne il riconoscimento. Anni prima, nel 1892, altrettanta impressione aveva suscitato il rapimento, presso Fonni, di due commercianti di sughero francesi, rilasciati poi per l’intervento “generoso” del bandito Corbeddu che, con atto principesco, rifiutò anche le 20.000 lire di ricompensa.
In realtà, dietro questi fatti non c’era soltanto la tradizionale delinquenza rurale dettata dalla miseria, dal malessere sociale, dall’esigenza di salvarsi in qualche modo dalla fame: c’erano anche delle vere e proprie imprese criminali, organizzate e finanziate da persone benestanti e utilizzate come canali di arricchimento. Dietro la figura leggendaria del bandito solitario, datosi alla macchia per sfuggire alla giustizia, talora perseguitato ingiustamente, esaltato da una certa letteratura e dalla tradizione poetica popolare, appariva insomma una criminalità nuova, assai meno romantica e più sanguinaria, gestita da quelli che Pais Serra definì gli «impresari del delitto», cioè persone facoltose, spesso legate ai gruppi politici locali o a singole personalità politiche, talora addirittura protette dai funzionari dello Stato.
Di fronte a questi fatti, di carattere criminale ma legati a tanti fattori di ordine sociale ed economico, i giornalisti e gli studiosi fecero a gara per analizzarne le cause, immediate o lontane, e così il “caso Sardegna” venne portato sulle prime pagine dei giornali e all’attenzione dell’opinione pubblica nazionale. Tra queste analisi, quella che suscitò maggiori polemiche e più vivaci reazioni da parte della cultura e della stampa isolana fu certamente quella dello studioso siciliano Alfredo Niceforo, che in un libro, La delinquenza in Sardegna, del 1897, ricondusse i fenomeni di criminalità, oltre che a ragioni di ordine sociale ed economico, anche ad una predisposizione naturale dei Sardi alla delinquenza e ad un certo tipo di crimini.
La reazione dello Stato nei confronti di questi gravi episodi di criminalità fu estremamente dura, coerente con le tradizionali linee di intervento militare e repressivo e incurante delle ragioni sociali che pure erano ben presenti e che in qualche modo erano state evidenziate anche dall’inchiesta Pais Serra. Gli arresti, le uccisioni dei banditi, gli stati d’assedio, ma anche le rappresaglie nei confronti delle popolazioni, si susseguirono negli ultimi anni del secolo, ricreando nelle zone interne quel clima di terrore già vissuto, come si è visto, sotto i Savoia.
Il culmine di questi interventi si ebbe nel maggio del 1899, con una clamorosa retata a Nuoro e in tutto il Nuorese, che in una sola notte vide migliaia di arresti diretti a fare il vuoto intorno ai banditi.
Questo tipo di intervento continuò anche negli anni immediatamente successivi e parve alle autorità che la forza dello Stato avesse prevalso e che il banditismo fosse stato debellato. In realtà si trattò di una vittoria precaria, perché ottenuta con una lotta indiscriminata che non teneva conto del quadro di miseria che stava dietro questi fenomeni delinquenziali: ma, soprattutto, non considerava quali reazioni questi interventi potevano determinare, e determinarono, nei confronti dello Stato, visto dalle popolazioni soltanto come «carabiniere ed esattore».
Il conflitto tra cultura popolare, con la sua tradizione millenaria, e la cultura nazionale, con i suoi nuovi modelli di comportamento, si fece più acuto: due culture diverse si scontravano e non si intravedeva alcuna forma di adesione e di solidarietà all’azione dello Stato da parte delle popolazioni che, malgrado tutto, continuavano a piangere i loro latitanti, celebrati nei canti popolari come eroici «giganti».
Sas carreras sunt tristas
como no est prus Nugoro
ca mancant sos gigantes.
(Le strade sono tristi / e Nuoro non è più la stessa / poiché mancano i giganti.)
Dicevano alcuni versi di un canto che, all’indomani dei fatti di Nuoro, risuonava tra le montagne delle Barbagie.
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