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Le incursioni barbaresche

Perché per secoli i Sardi ebbero paura del mare?

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Una torre rotonda di pietra in cima a una collina coperta di macchia mediterranea, sul mare
La torre costiera di Chia, sulla costa meridionale dell’isola: una delle torri di avvistamento costruite fra Cinquecento e Seicento contro i pirati barbareschi. Wikimedia Commons, CC BY 3.0, foto di Olaf Tausch.

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Per secoli i pirati barbareschi del Nordafrica assaltano le coste sarde, saccheggiano i villaggi e catturano schiavi. Le popolazioni si ritirano nell’interno, e la Corona costruisce una catena di torri di avvistamento lungo le coste.

Perché per secoli i Sardi ebbero paura del mare?

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Per gli abitanti delle coste, un altro motivo di paura, oltre le carestie e le epidemie, era costituito dalle incursioni dei pirati barbareschi.

Barbareschi erano detti gli abitanti musulmani delle coste nord-africane, dove avevano costituito dei piccoli stati che facevano parte dell’Impero turco, ma che si reggevano autonomamente, fondando la loro economia sull’attività corsara o piratesca, esercitata sul mare e sulle coste mediterranee. Le navi dei Barbareschi, provenienti dai porti africani soprattutto da Tunisi ed Algeri, scorazzavano infatti per tutto il bacino mediterraneo, assalendo le navi mercantili o sbarcando lungo le coste, per attaccare gli insediamenti litoranei meno difesi, saccheggiarli e fare razzia di uomini e di cose.

La Sardegna, al centro del Mediterraneo, costituiva per questi pirati uno degli obiettivi più appetibili. Essi arrivavano con le loro piccole imbarcazioni, penetravano nell’entroterra, attaccavano i villaggi indifesi, uccidevano o catturavano uomini, donne e bambini, e dopo aver saccheggiato le case ripartivano col loro bottino. I prigionieri venivano venduti come schiavi o, talvolta, restituiti dietro pagamento di un riscatto.

Di fronte a questa perenne minaccia, le coste mediterranee, soprattutto quelle pianeggianti, risultavano del tutto prive di difese: da qui i tentativi di Carlo V di colpire al cuore la potenza barbaresca attaccando i porti di Tunisi e di Algeri, con risultati però complessivamente deludenti, poiché le scorrerie barbaresche continuarono in tutto il Mediterraneo.

In Sardegna, qualche risultato, seppure modesto, diedero invece altre forme di difesa messe in atto successivamente. Alla fine del Cinquecento, sotto Filippo II, fu rafforzato il sistema di torri litoranee, in parte già esistente, per l’avvistamento dei pirati. Un piccolo contingente di soldati, insediato sulle torri, una volta avvistate le navi in arrivo, dava l’allarme ai villaggi vicini, permettendo così alle popolazioni di predisporre la difesa o di mettersi in salvo. In questo modo molte incursioni andarono a vuoto e addirittura, in alcuni casi, i Barbareschi subirono notevoli perdite di uomini, uccisi o fatti prigionieri.

Nel corso del Seicento, poi, fu instaurato un ulteriore sistema di difesa, costituito da alcune galee — navi pesanti armate di cannoni — col compito di sorveglianza e di difesa mobile delle coste sarde. Complessivamente, però, anche questi apparati difensivi si rivelarono insufficienti di fronte alla tenacia dei pirati barbareschi che, di fatto, continuarono imperterriti nelle loro incursioni per tutto il Seicento e il Settecento.

Le conseguenze di questo persistente fenomeno furono, per la Sardegna, molto gravi. Prima di tutto per i costi economici e per le perdite umane, che furono certamente pesanti: si pensi che, in occasione della spedizione di Carlo V a Tunisi, furono liberati 1.119 schiavi sardi e che, probabilmente, la presenza di Sardi nelle città africane si aggirava in quel periodo intorno alle 2.000-2.500 unità, pari a circa l’1-1,5 per cento dell’intera popolazione isolana.

Ma al di là di queste perdite, la conseguenza più grave, misurabile attraverso i secoli, fu il diffondersi e il consolidarsi nelle popolazioni costiere di una istintiva paura e di una forte diffidenza nei confronti del mare: una paura ancor oggi individuabile negli antichi canti popolari, in cui l’immagine del mare è spesso associata alle figure dei pirati (sos moros).

Da qui la tendenza delle popolazioni costiere a ritrarsi dalle coste per insediarsi nelle zone interne; una tendenza che portò all’abbandono delle aree litoranee, alla rinuncia al loro sfruttamento agricolo, all’impaludamento delle zone costiere e quindi all’accentuarsi della diffusione della malaria, una tradizionale piaga delle popolazioni sarde che col tempo andò aggravandosi.

La mancanza, in un’isola come la Sardegna, di una tradizione marinara e di una diffusa attività di pesca, sono ulteriori segni dell’antica paura dei Sardi nei confronti del mare, visto come un nemico da cui fuggire e non come un elemento della natura da amare e da utilizzare.

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