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Testo commentato

Dalla Carta de logu

Le costituzioni di Eleonora giudicessa d’Arborea intitolate Carta de logu, traduzione di G.M. Mameli de’ Mannelli, Roma 1805

capp. XXXVIII e XLV
Incisione di un sigillo rotondo con un cavallo rampante e la scritta «Iudicatus Karalitanus»
Un sigillo attribuito al Giudicato di Cagliari, con il cavallo rampante e la scritta «Iudicatus Karalitanus», dall’edizione della Carta de logu curata nel 1805 da Giovanni Maria Mameli de’ Mannelli. Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0, foto di Robur.q.

La fama di Eleonora d’Arborea, oltre che al suo coraggioso tentativo di difendere il Giudicato e di conquistare l’intera isola, è anche legata alla sua opera legislativa, e cioè alla definitiva elaborazione, intorno al 1392, di un complesso di leggi noto come Carta de logu. In questa Carta vennero raccolte alcune leggi già emanate da altri giudici, e in particolare da Mariano IV, ma anche molte norme che si ispiravano alle consuetudini vigenti nell’isola. Stilata in lingua logudorese, la Carta era divisa in 198 capitoli, riguardanti il diritto penale, cioè i reati e le pene relative, l’ordinamento amministrativo del Giudicato e dei villaggi, i più importanti diritti ed obblighi civili delle popolazioni.

In occasione della riunione del Parlamento del 1421, la Carta de logu venne estesa a tutta l’isola, soppiantando le norme preesistenti. Da quel momento, la Carta, pur con qualche ritocco apportato nel tempo, fu considerata il punto di riferimento legislativo fondamentale per tutta la società sarda, per tanti secoli, sino ai primi decenni dell’Ottocento. Come ha scritto la studiosa Gabriella Olla-Repetto, «ciò avvenne per i meriti intrinseci della Carta de logu d’Arborea, per i suoi contenuti ricchi di umanità e di sapere giuridico e soprattutto per la perfetta aderenza alla realtà sociale dell’isola, che fanno di questo testo legislativo una delle testimonianze più alte e durevoli della civiltà sarda».

La traduzione dal sardo è di don Giovanni Maria Mameli de’ Mannelli, che curò una ristampa di questo codice nel 1805.

Testo

Cap. XXXVIII. De chi furait Cavallu rudi, Boi, Vacca, over Molenti

Item ordinamus, chi, si alcuna persona furarit Cavallu rudi, Ebba, Vacca, Boi, over Molenti dessu Rennu, paghit pro s’unu deghi; e si est de Ecclesia, o de attera persona, paghit pro s’unu chimbi, e de machicia liras bindighi pro sa fura primargia, secundu chi est naradu de supra; e si non pagat infra dies bindighi, siatilli segada un’origla: e pro sa secunda fura paghìt liras vintichimbi infra dies bindighi, de chi hat a esser juygada; e si non pagat issa, over atter’homini pro see, tangitilli s’atter’origla: e dae sas duas furas insusu affurchintilla.

Cap. XLV. De non ponni fogu infini assu tempus ordinadu

Volemus, ed ordinamus, chi nexuna persona deppiat, ne pozzat ponni fogu infini a passada sa Festa de Santa Maria, chi est a dies ottu de Capudanni; e chi contra fagherit, paghìt de machicia liras ventichimbi, ed ultra ciò paghìt su dannu, chi hat a fagher, a cui hat a esser; e dae cussa die innantis ciascaduna persona pozzat ponni fogu a voluntadi sua, guardandosi però non fazzat dannu ad attiri; e si fagherit dannu, paghìt pro machicia liras deghi, ed issu dannu, a cui il’hat a haviri fattu; e si non hat dae chiteu pagari cussu, chi hat a esser condennadu in liras deghi, istit in pregioni a voluntadi nostra (…).
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