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Il busto in pietra di una grande statua di guerriero, accanto a uno scudo rotondo di pietra
Uno dei «giganti» di Mont'e Prama, presso Cabras: statua di guerriero in pietra di età nuragica. Cagliari, Museo archeologico nazionale. Wikimedia Commons, CC BY 3.0, foto di Sailko.

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Perché questa lezione merita attenzione

Dal 1800 al 238 a.C. la Sardegna vive la sua civiltà più originale, quella dei nuraghi: una società di pastori, agricoltori e guerrieri organizzata in tribù, abile nella lavorazione dei metalli e devota alle acque e ai morti.

Che cosa ci dicono i nuraghi sulla società che li costruì?

Lezione

La civiltà nuragica abbraccia l’età del bronzo e l’età del ferro, cioè un arco di tempo che dal 1800 arriva sino al 238 a.C.

All’interno di questo lungo periodo di tempo gli studiosi distinguono fasi diverse, che presentano caratteristiche ed elementi di novità particolari e specifici. Ciò che consente, tuttavia, di parlare di «civiltà nuragica» e di unificare i vari momenti è la presenza, che copre tutto l’arco di quei secoli, di quelle grandiose torri di pietra, i nuraghi, che hanno sfidato i millenni e che hanno reso inconfondibile il paesaggio sardo in tutta l’area del Mediterraneo.

Dall’esistenza stessa di questi monumenti e dall’analisi della loro struttura, della loro dislocazione territoriale e dei numerosi oggetti che vi sono stati rinvenuti, gli archeologi ricavano l’ipotesi di mutamenti importanti che sarebbero avvenuti nelle popolazioni sarde lungo l’arco dell’età nuragica.

Si nota, ad esempio, che la torre nuragica, dapprima isolata e costituita da una costruzione semplice, tende a diventare, intorno al 1200, un nuraghe complesso che assume l’aspetto di un vero e proprio castello, con l’aggiunta di cinte murarie, di torri minori, di bastioni. Gli studiosi ritengono che questa forma di nuraghe-castello sia dovuta a necessità di difesa e che perciò sia da attribuirsi ai conflitti sorti fra le varie tribù o forse tra i pastori della montagna e i contadini della pianura, un fenomeno ricorrente in tutta la storia dell’isola.

Intorno al 900, il nuraghe si trasforma ancora: lo troviamo sempre in posizione elevata, così da spaziare per un vasto raggio del territorio circostante, ma al centro di un villaggio di capanne, con la consueta pianta circolare e in pietra, ma con una copertura leggera di foglie e tronchi.

Se osserviamo la dislocazione nel territorio dei diversi villaggi nuragici, ci accorgiamo che essi, sebbene compatti all’interno, sono isolati e ben distanti l’uno dall’altro. Anche questo ha fatto pensare ad una sorta di conflittualità permanente fra le diverse comunità, che avrebbe dato luogo ad una civiltà “cantonale”, fondata su organizzazioni tribali separate e autonome. Ma proprio in questo momento della sua storia la Sardegna pare esprimere una cultura omogenea, originale, che salda fra loro le varie comunità e richiama il moderno concetto di “nazione”: una unità culturale di cui sono espressione, ad esempio, le figurine di bronzo, rinvenute in zone diverse dell’isola — i bronzetti nuragici — che esprimono certamente una comune impronta creativa ed artistica.

Il gran numero di nuraghi ancora esistenti — ma in origine dovevano essere certamente assai di più — e la loro collocazione fanno pensare ad una popolazione abbastanza numerosa, anche se dispersa nelle campagne. Quella nuragica è quindi un’aggregazione di comunità rurali, frantumata in tanti centri di potere, ma con una comune impronta culturale e religiosa ed una comune economia prevalentemente agro-pastorale.

Queste comunità di pastori e di contadini erano organizzate in modo rigidamente gerarchico: al vertice stava una sorta di re-pastore che assommava nelle proprie mani i massimi poteri religiosi, politici e militari. Ogni re-pastore viveva nel nuraghe, esercitando il suo potere sui sudditi, che dimoravano nelle capanne poste intorno al nuraghe. Una forma di governo, quindi, che oggi chiameremmo monarchico-teocratica.

Anche la religiosità, il culto dei morti e l’architettura funeraria tendono a mutare in età nuragica, anche se permangono molti elementi della società prenuragica. Le tombe dei giganti, monumentali sepolcri collettivi in pietra che compaiono tra il 1500 e il 1200, sostituiscono i dolmens preistorici. La religiosità delle popolazioni nuragiche era di tipo naturalistico, fondata cioè sull’adorazione degli elementi della natura considerati come contenenti lo spirito divino: erano oggetto di culto le pietre e gli alberi, ma particolarmente diffuso e importante era il culto dell’acqua, piovana o di sorgente, considerata come fattore insostituibile di vita in una terra arida come la Sardegna.

Non è un caso che molti templi nuragici sorgessero in prossimità dei corsi d’acqua o delle sorgenti. Alcuni, ancor oggi esistenti, hanno la forma del tempio a pozzo, la cui tromba, ricavata da grossi blocchi in pietra, fa pensare ad un nuraghe scavato sotto terra. Al culto dell’acqua erano anche collegate, come simbolo della fecondità, le due figure della coppia donna-toro, cioè del Dio-Toro e della Dea-Madre, la potente coppia divina della religione dei protosardi, già oggetto di adorazione in età prenuragica.

Una scalinata di blocchi di pietra squadrati che scende sottoterra, dentro un recinto di pietre
Il pozzo sacro nuragico di Santa Cristina, a Paulilatino: una scala di pietra scende alla camera dove sgorga l’acqua. Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0, foto di Aga Khan (IT).

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