Soglia
Perché questa lezione merita attenzione
Le torri di pietra a tronco di cono sono il simbolo della Sardegna: ne restano circa settemila. Nate come fortezze e dimore dei capi, si allargano in castelli con più torri e villaggi intorno, come a Barumini.
A che cosa servivano i nuraghi?
Lezione
La più importante testimonianza della civiltà sarda che si è sviluppata a partire dal secondo millennio a.C. è rappresentata dai nuraghi. Anche il visitatore più frettoloso non può fare a meno di notare questi monumenti che adornano le pianure o le sommità delle colline in tutta l’isola e costituiscono quasi il simbolo stesso della Sardegna.
I nuraghi sono torri di pietra a pianta circolare, che si restringono verso l’alto, a tronco di cono, costruite, con abile tecnica, sovrapponendo grandi massi di trachite o di lava basaltica uniti tra loro senza alcun cemento, secondo un sistema costruttivo che ricorda la cupola micenea e che è detto, dal greco antico, tholos. Il nome stesso di “nuraghe” (da un’antica radice nur) vuol dire “mucchio cavo” o “torre cava”, «dal vocabolo nurra, che, nel dialetto sardo montano (del Nuorese), significa “mucchio”, “cavità”» (Giovanni Lilliu).
Tra i circa settemila nuraghi di cui l’isola è costellata, prevalgono quelli semplici, costituiti soltanto da una torre, con un ingresso alla base e una grande stanza interna; ma ci sono anche nuraghi più complessi, formati da più torri aggiunte ad una costruzione centrale, con molte stanze, corridoi, scale interne e circondati dai resti di abitazioni. In questi casi, il nuraghe assume la fisionomia di una vera e propria fortezza, posta al centro e a protezione di un villaggio.
L’esempio più noto è quello della “fortezza nuragica” di Barumini, uno splendido complesso monumentale, situato su una collina che domina la pianura circostante. È formato da una grande torre centrale, che raggiunge un’altezza di circa 18 metri e costituisce la costruzione originale, a cui si appoggiano altre torri, costruite in periodi diversi: il tutto circondato dai resti delle abitazioni di un villaggio. Tra le pietre di questa fortezza è stata ritrovata una trave in legno di olivastro che, esaminata dagli scienziati col metodo del carbonio 14, ha permesso di stabilire la data di costruzione del complesso centrale, collocata tra il 1670 e il 1270 a.C. Si tratta quindi di uno dei più antichi nuraghi, poiché la maggior parte degli altri risale probabilmente al periodo tra il 1000 e il 500 a.C. Altri esempi di complessi nuragici, altrettanto monumentali, sono la “reggia nuragica” di Torralba, detta di Sant’Antine, il nuraghe Losa, presso Abbasanta, quello di Dorgali, in località Serra-Orrios e quello di Palmavera, presso Alghero.
La funzione dei nuraghi è ancor oggi oggetto di discussione tra gli archeologi: l’ipotesi più diffusa è, comunque, che si trattasse di abitazioni dei capi delle tribù — quindi di piccole o grandi “regge” — che servivano però anche come rifugio per gli abitanti dei villaggi circostanti in caso di attacco da parte dei nemici.
La loro disposizione ci porta anche a pensare che costituissero un complesso e coordinato sistema difensivo. Ecco cosa ha scritto in proposito il maggiore archeologo sardo, Giovanni Lilliu: «I nuraghi, nella massima parte, sono da ritenersi delle costruzioni di carattere e di uso militare fisso. Le torri semplici costituiscono una specie di “limes” a batterie di fortini ospitanti una cellula di soldati con funzioni di aggiramento o di copertura durante gli assedi dei nuraghi plurimi o castelli. Questi ultimi formavano il nucleo della resistenza a oltranza e vi si spiegava tutta la forza di difesa attiva contro i nemici assedianti, per mezzo della milizia reale comandata dal principe nuragico che aveva sede e dimora entro il munito forte. A Barumini operava una guarnigione di 200-300 uomini, variamente armati di archi, lance, spade, fionde, ecc. I nuraghi proteggevano il borgo all’intorno ed in essi, durante l’assalto, si mettevano al sicuro, come nei castelli medievali, donne, vecchi, bambini, e si poneva in salvo il bestiame che serviva ad alimentare soldati e popolazione civile. L’acqua potabile la si attingeva da pozzi scavati dentro i cortili dei bastioni o nelle camere degli antemurali (v. Barumini, Losa, S. Antine)».
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