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Testo commentato

La civiltà sardo-punica

P. De Gioannis, G. Serri, La Sardegna. Un'isola, una storia, una cultura. Antologia storico-letteraria, La Nuova Italia, Scandicci (Firenze) 2000

Rocce ricoperte di licheni con piccole stele di pietra e vasetti di terracotta deposti fra le fessure
Il tophet dell'antica Sulcis, a Sant'Antioco: il recinto sacro dove si deponevano le urne con le ceneri dei bambini, insieme a piccole stele votive. Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0, foto di Iolebi.

Ferruccio Barreca, archeologo, a lungo soprintendente alle antichità di Cagliari, ha dedicato la vita allo studio della Sardegna fenicia e punica. In questo passo spiega perché per il III secolo a.C. si può parlare di una civiltà «sardo-punica».

Testo

L’archeologia ci mostra la Sardegna del III secolo a.C. caratterizzata dalla larga diffusione di una forma di civiltà punica ricca di aspetti locali, tanto da potersi definire sardo-punica, prova evidente di un graduale avvicinamento fra le due stirpi e della profonda penetrazione della cultura semitica in mezzo alle genti isolane che, in quel secolo, dovevano essere ormai in gran parte punicizzate. Indubbiamente un primo fattore che favorì la diffusione della civiltà punica fra i Sardi fu l’ingaggio di molti di loro nelle armate di Cartagine. Tale uso, accertato già per i primi decenni del V secolo a.C., mise infatti molti indigeni a contatto con l’evoluta organizzazione militare cartaginese, ma nello stesso tempo si conobbero anche più da vicino i sistemi di scambio ed i prodotti della tecnica edilizia e dell’artigianato in uso nel mondo punico. Non solo, ma nell’isola stessa i Sardi ebbero modo di conoscere ed apprezzare la validità e la superiorità dell’organizzazione politica, sociale ed economica delle città fenicio-puniche sorte sul loro territorio.
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