Soglia
Perché questa lezione merita attenzione
Il letterato borghese e la doppia professione, l'opinione pubblica, l'editoria e le edizioni pirata, le riviste dalla «Biblioteca Italiana» al «Politecnico», la questione della lingua.
Come si diffondono le idee in un'Italia senza unità politica e senza un vero mercato del libro?
Lezione
Il letterato borghese
Dopo la Rivoluzione francese si diffonde in Europa la figura del letterato borghese, che vuole vivere della professione delle lettere. Nell'antico regime il letterato dipendeva dall'aristocrazia o dalla Chiesa: era un cortigiano o un ecclesiastico. Ora viene per lo più dalla borghesia e si considera un produttore, che vende sul mercato i frutti del proprio ingegno e si rivolge non più a pochi ma a un vasto pubblico.
In Italia, dove l'economia è più arretrata, lo scrittore non riesce ancora a vivere del proprio lavoro ed è costretto per lo più alla doppia professione; può rinunciare a un secondo mestiere solo se è nobile e ha una rendita, come Manzoni. L'editoria, ancora artigianale e familiare, offre pochi sbocchi. Gli intellettuali borghesi che in età napoleonica erano entrati negli uffici dello Stato ne vengono cacciati dai governi della Restaurazione, o rifiutano di servire regimi che combattono. Restano l'esilio, come per Foscolo in Inghilterra, o un difficile inserimento nell'editoria.
Sul piano delle idee, però, l'intellettuale conserva e anzi amplia, soprattutto in Italia e in Francia, il ruolo di guida che aveva avuto nell'Illuminismo: elabora e diffonde valori e visioni del mondo.
L'opinione pubblica e i luoghi della cultura
L'Illuminismo aveva visto nascere l'opinione pubblica, una società civile attenta ai problemi politici e culturali. In età romantica si definisce anche in Italia un nuovo destinatario, diverso dalla plebe analfabeta e dai letterati di professione: la borghesia, il «popolo» di cui parla Berchet. Conquistarlo significa svolgere un compito educativo e patriottico, e contribuire al Risorgimento.
Il canale privilegiato per raggiungerlo è la stampa. L'università è soprattutto un luogo di formazione professionale e scientifica; ma il numero degli studenti cresce con la borghesia, e fra loro si diffondono le idee patriottiche, tanto che molti partiranno volontari nelle guerre d'indipendenza. Le idee circolano anche nei teatri, soprattutto attraverso l'opera in musica, e nei salotti. Infine i Congressi degli scienziati italiani, che si tengono ogni anno in una città diversa dal 1839 al 1847, contribuiscono a creare una cultura scientifica nazionale e a diffondere l'idea di nazione.
L'editoria
Rispetto all'Inghilterra, dove l'editoria è da tempo un'industria capitalistica e gli scrittori vivono dei proventi delle vendite, la situazione italiana è arretrata. Alla fine del Settecento Vittorio Alfieri sosteneva che solo i letterati aristocratici, che vivevano di rendita, potevano essere liberi: un libro circolava sicuramente solo se era commissionato da un editore; altrimenti l'autore doveva pagare la stampa o trovare dei sottoscrittori che si impegnassero a comprarlo.
Il diritto d'autore, riconosciuto in Francia durante la Rivoluzione ed esteso all'Italia in età napoleonica, nella Restaurazione vale dagli anni Venti solo all'interno dei singoli Stati. Un libro pubblicato nel Lombardo-Veneto poteva quindi essere ristampato senza permesso nel Regno di Sardegna o in Toscana, a danno dell'editore e dell'autore: la maggior parte delle edizioni dei Promessi sposi del 1827 furono edizioni pirata. La divisione politica imponeva poi dazi che facevano salire i costi; l'analfabetismo era altissimo (al primo censimento, nel 1861, il 78% degli italiani non sapeva leggere e scrivere); pesava infine la censura, politica soprattutto nel Lombardo-Veneto, religiosa soprattutto nello Stato della Chiesa.
Nonostante questi limiti la produzione libraria cresce, soprattutto a Milano, che supera Venezia, la capitale tradizionale dell'editoria italiana; poi a Torino (Paravia, Pomba, Loescher) e a Firenze (Passigli, Le Monnier). E scrittori e critici cominciano a riflettere sugli aspetti economici del lavoro letterario: l'autore come produttore, la circolazione del libro, il ruolo dei lettori.
Le riviste: dal «Conciliatore» al «Politecnico»
Il giornale e la rivista avevano già un ruolo decisivo nell'Illuminismo; in età romantica lo ampliano. In Germania l'«Athenäum» dei fratelli Schlegel (1798-1800) è decisivo per la diffusione delle nuove teorie. In Italia le riviste nascono soprattutto a Milano e a Firenze, dove la censura è più tollerante e la società più ricca. Le tirature sono piccole: «L'Antologia», la più diffusa, non superò i 530 abbonati, «Il Conciliatore» arrivò a 230. Ma l'opinione pubblica nazionale era fatta, allora, di poche centinaia di intellettuali.
- «Biblioteca Italiana» (Milano, dal 1816). Il governo austriaco vuole conquistare il consenso degli intellettuali, come aveva fatto il regime napoleonico, e finanzia una rivista culturale che registri il dibattito in modo neutrale, incoraggi l'erudizione e distolga dall'impegno patriottico. Fallito il tentativo di affidarla a Foscolo, la dirige Giuseppe Acerbi, con l'appoggio iniziale di Giordani e di Monti. Quando gli scopi del governo diventano chiari, i collaboratori liberali se ne vanno e anche Giordani prende le distanze: la rivista finisce per identificarsi con posizioni filoaustriache e classicistiche.
- «Il Conciliatore. Foglio scientifico-letterario» (Milano, 1818-1819), bisettimanale diretto da Silvio Pellico con di Breme, Borsieri, Berchet e Visconti; era detto «foglio azzurro» per il colore della carta. Il programma è nel titolo: conciliare, come aveva già fatto «Il Caffè», ricerca scientifica e letteratura, cattolicesimo e pensiero laico, illuministi e romantici, Lombardia ed Europa. È l'organo del primo Romanticismo italiano, liberale, moderato, prevalentemente cattolico. Il suo spirito patriottico spinge l'Austria a chiuderlo nell'autunno del 1819.
- «L'Antologia» (Firenze, 1821-1833), diretta dal ginevrino Giampietro Vieusseux con il contributo di Gino Capponi. Nata per tradurre i saggi delle riviste europee, pubblica poi soprattutto articoli originali di statistica, economia e storia, oltre che di letteratura. Contribuisce in modo decisivo a formare una classe dirigente moderata, cattolica e liberale, a partire dai proprietari terrieri toscani, e offre un modello a tutta l'Italia. Viene chiusa nel 1833 su pressione dell'Austria.
- «Il Politecnico» (Milano, 1839-1844, con una seconda serie dopo il 1860), diretto dal democratico e federalista Carlo Cattaneo, più vicino al razionalismo illuminista che allo spiritualismo romantico. Unisce in una prospettiva militante cultura scientifica e cultura letteraria, offrendo un modello che avrà fortuna anche nel Novecento.
Prevale, alla fine, la linea liberale dell'«Antologia». I moderati conquistano così l'egemonia culturale: affrontano le questioni pratiche della «borghesizzazione» degli intellettuali, dal diritto d'autore al libro come merce, e con le riviste attirano intorno a sé la maggior parte degli uomini di cultura, che guidano l'opinione pubblica e si preparano a diventare la classe dirigente dell'Italia unita.
La questione della lingua
L'età romantica guarda alla lingua in modo nuovo. Empiristi e sensisti la consideravano soprattutto uno strumento di comunicazione, fatto di segni arbitrari; ora la lingua è vista come espressione dello spirito di un popolo, un organismo vivente legato alla storia della civiltà. Nasce così la linguistica come scienza autonoma, storica e comparata. Ma nasce anche una concezione mitica del linguaggio, legata alle poetiche simboliste: l'idea di una lingua pura originaria, comune a tutti i popoli, identificata con l'antico sanscrito, la lingua letteraria e religiosa dell'India antica, del gruppo indoeuropeo.
In Italia il dibattito teorico è meno ricco che in Germania; ma è vivissima la discussione su un'esigenza pratica e politica: creare una lingua letteraria e una lingua d'uso comune nazionali. Come spiegava Manzoni nelle lettere all'amico francese Claude Fauriel, scritte prima dei Promessi sposi, la stessa conversazione fra italiani di regioni diverse non poteva essere spontanea. Fuori dalla Toscana tutti, intellettuali compresi, parlavano il dialetto; le alternative erano una lingua letteraria astratta e lontanissima dal parlato, oppure il francese, usato nei salotti. Fare l'Italia significava anche fare la sua unità linguistica.
I romantici erano divisi:
- il modello unico: fare del toscano vivo, parlato dalla borghesia colta di Firenze, la base della lingua di conversazione e della lingua scritta. È la posizione degli intellettuali dell'«Antologia», a cui aderisce Manzoni nella revisione dei Promessi sposi; dopo l'Unità la fa propria il governo, che cerca di imporla attraverso la scuola;
- il modello aperto: accettare tutti i vocaboli rispondenti alle esigenze sociali e all'uso delle persone colte di ogni regione. È la posizione del «Conciliatore», di Berchet e di di Breme, e del primo Manzoni, quello delle tragedie e del Fermo e Lucia. Dopo l'Unità la sostiene il grande linguista Graziadio Isaia Ascoli: l'unità linguistica deve nascere spontaneamente, dall'evoluzione civile del paese, non da un modello imposto dall'alto. È la soluzione che, nei fatti, ha finito per prevalere.
I romantici erano invece uniti contro i puristi, che volevano una lingua letteraria fedele alla tradizione e chiusa all'invasione dei francesismi, dilagata in età napoleonica. Il loro capofila è padre Antonio Cesari, che pubblica a Verona (1806-1811) una nuova edizione del Vocabolario della Crusca e indica come modello solo gli scrittori del Trecento, non solo Dante, Petrarca e Boccaccio ma anche i minori; il napoletano Basilio Puoti (1782-1847) allarga il modello ai prosatori del Cinquecento e a qualche autore del Seicento. Diversa è la posizione dei classicisti di formazione illuminista, come Vincenzo Monti e Giulio Perticari, che riconoscono l'importanza dell'uso e propongono di allargare il vocabolario della Crusca: è il senso della loro Proposta di alcune correzioni ed aggiunte al Vocabolario della Crusca (1817-1824). Fra i classicisti Pietro Giordani conduce infine una polemica contro il dialetto, che giudica una lingua inferiore, incapace di comunicazione intellettuale; gli risponde Carlo Porta, poeta in dialetto milanese, con i romantici, che vedono nel dialetto una forma di espressione popolare, adatta alle loro poetiche realistiche.
Per orientarsi
Per orientarsi
- Quali caratteristiche ha la condizione sociale dell'intellettuale romantico? Perché in Italia è diversa?
- Quali ostacoli incontrava in Italia la diffusione del libro?
- A partire dal titolo, spiega l'orientamento del «Conciliatore», dell'«Antologia» e del «Politecnico».
- Che cosa significa che i moderati conquistarono l'egemonia culturale?
- Perché la questione della lingua ha anche una valenza politica?
- Quale fu la posizione di Manzoni e quale quella di Ascoli? Quale soluzione fu adottata ufficialmente e quale si impose nei fatti?
