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Lezione

1.

La Sardegna, un’isola antichissima

Come vivevano i primi abitanti della Sardegna, prima dei nuraghi?

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Una lunga rampa di pietre che sale a una grande piattaforma a gradoni, in un campo d’erba secca
L'altare prenuragico di Monte d'Accoddi, presso Sassari, visto dal lato ovest: una grande piattaforma a gradoni con una lunga rampa d'accesso. Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0, foto di Basilicofresco.

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Perché questa lezione merita attenzione

La Sardegna, seconda isola del Mediterraneo e la terra più antica d’Italia, è abitata fin dal Paleolitico. Nell’età prenuragica i suoi abitanti passano dalle grotte ai villaggi, lavorano l’ossidiana, venerano la Dea Madre e costruiscono tombe e santuari come l’altare di Monte d’Accoddi.

Come vivevano i primi abitanti della Sardegna, prima dei nuraghi?

Lezione

Con i suoi 24.090 km² di superficie e uno sviluppo lineare delle coste di 1.869,8 km, la Sardegna è la seconda isola del Mediterraneo, dopo la Sicilia.

Essa è posta quasi al centro del bacino occidentale del Mediterraneo ed è bagnata dal Mare Tirreno a oriente e dal Mare di Sardegna a occidente.

Ha una forma rettangolare, simile all’impronta di un piede o di un sandalo e per questo fu definita, nell’antichità classica, Ichnusa o Sandaliotis.

La Sardegna è una terra antichissima, la più antica tra le regioni italiane: infatti i geologi hanno individuato, sui monti dell’Iglesiente, alcune rocce che risalgono a circa 570 milioni di anni fa.

Questa lunga storia geologica, gli eventi climatici e gli interventi dell’uomo hanno dato al paesaggio dell’isola un’impronta tutta particolare. «Chi ama la natura — ha scritto il geografo Felice Di Gregorio — qui si trova di fronte un libro aperto che è un vero campionario dei paesaggi e degli ambienti mediterranei. Un libro che è un invito all’osservazione, alla esplorazione e alla conoscenza di un mondo rude e selvaggio, ma anche affascinante e, a tratti, arcano e avvincente. Chiunque, nell’isola, potrà coltivare un vasto ventaglio di interessi nel campo della geologia, della paleontologia, della mineralogia, della botanica, della zoologia, dell’archeologia, degli usi e costumi e dei modi di vivere della gente. Potrà osservare paesaggi inconsueti, scoprire baie nascoste e recessi solitari, visitare cavità sotterranee o lagune brulicanti di straordinari uccelli acquatici, stupirsi di fronte a fioriture che si stendono a perdita d’occhio o a sconfinati cieli luminosi, frequentare luoghi dove il tempo si è fermato e scoprire sempre nuovi segni di una antica civiltà».

Nel corso della nostra narrazione storica, tenteremo proprio di descrivere le tappe fondamentali dello sviluppo di questa antica civiltà per arrivare sino ai nostri giorni, a partire, naturalmente, dai primi segni della comparsa dell’uomo nell’isola.

Dalla preistoria alla storia

Sino a qualche tempo fa gli studiosi erano d’accordo nel ritenere che l’arrivo dell’uomo in Sardegna fosse avvenuto circa seimila anni prima di Cristo, nell’età del Neolitico antico, quel periodo della storia dell’umanità caratterizzato dall’uso della pietra levigata. Di recente però alcune scoperte archeologiche, avvenute nei pressi di Oliena e di Perfugas, hanno portato taluni scienziati a pensare che il primo uomo possa essere arrivato in Sardegna già durante il Paleolitico, e cioè nell’età della pietra scheggiata. Di questi tempi così remoti, tuttavia, poco può essere detto con sicurezza, mentre della presenza dell’uomo nell’età neolitica possediamo segni più chiari. È allora, infatti, che l’uomo prende più stabile possesso dell’isola, si appropria delle risorse dell’ambiente e lascia tracce ancora oggi visibili.

Non sappiamo con precisione da dove quest’uomo sia venuto, ma si ritiene probabile che sia originario di una delle terre che si affacciano sul Mediterraneo. In questo senso, le leggende che si riferiscono al primo popolamento sono tante: il re Sardus, figlio di Ercole, sarebbe approdato sull’isola dalla Libia; lo spagnolo Norace, figlio di Mercurio, avrebbe fondato Nora, la più antica città sarda; Jolao, re di Tebe, sarebbe arrivato in Sardegna partendo dalla Grecia. Ma la fantasia è cosa diversa dalla storia, che richiede invece un’indagine e una ricostruzione scrupolosa dei fatti attraverso l’uso corretto e insostituibile di prove documentarie.

Sulla base di queste prove, prodotte dagli studi sino ad oggi compiuti, la storia delle prime popolazioni sarde (i Protosardi) viene pertanto suddivisa in due grandi età: l’età prenuragica, compresa tra il IV millennio e il 1800 a.C., e l’età nuragica, compresa tra il 1800 e il 238 a.C., anno della conquista romana dell’isola. La cronologia di questi diversi periodi è stata delineata attraverso l’analisi dei reperti ricavati dagli scavi archeologici. Questa analisi può essere di due tipi: quella archeologica tradizionale, basata sulla presenza di oggetti dei quali si conosce il periodo di fabbricazione o di uso, anche attraverso il confronto con i reperti provenienti da altre aree culturali (egiziana, cretese, etrusca, ecc.); oppure quella più recente e sperimentale, fondata sull’uso della radioattività del carbonio 14, che permette di stabilire il periodo di origine dei manufatti o dei residui organici rinvenuti nei luoghi dello scavo archeologico.

L’età prenuragica

Nei primi secoli dell’età prenuragica, appartenenti al Neolitico antico, gli uomini si stanziarono vicino al mare o poco più all’interno. Abitavano nelle grotte e praticavano la caccia, la pesca e primordiali forme di agricoltura. La loro attrezzatura materiale era elementare, come si ricava dai ritrovamenti fatti nella Grotta Verde di Alghero e nel riparo di Su Carroppu di Sirri, presso Carbonia, dove sono emersi numerosi oggetti rudimentali di pietra e di terracotta rozzamente decorata, con motivi impressi con punteruoli e con la valva di mollusco, i Cardium. Questa ceramica tipica del Neolitico antico è stata ritrovata in tutto il Mediterraneo. La pietra di ossidiana, usata per fabbricare armi e utensili, proveniva dal monte Arci, presso Oristano.

Nel Neolitico medio, intorno al 3700 a.C., si ha invece traccia di gruppi umani più evoluti, che conoscono la coltivazione del grano e l’allevamento di buoi, pecore, capre. Le ceramiche, più raffinate, spesso decorate e colorate di nero e di grigio, e le collane di pietre colorate, di conchiglie o di zanne di animali sono la manifestazione di un sistema di vita che conosce già il gusto dell’ornamento.

Abbiamo quindi i segni di un nuovo tipo di cultura materiale, che viene chiamata di Bonu Ighinu, dalla località presso Mara, nel Logudoro, dove gli scavi hanno restituito una grande quantità di materiale archeologico.

Intorno al 3000 a.C. si sviluppa invece la cultura di Ozieri, così chiamata dalla grotta, vicina all’omonima cittadina del Logudoro, che ne ha conservato tracce precise. Dall’abitazione in grotta si passa alla capanna in paglia e tronchi, con la base in pietra. Si organizzano i primi villaggi e inizia la divisione del lavoro. L’agricoltura, più perfezionata, consente un’alimentazione più ricca e variata. In questo periodo, inoltre, nasce o si evolve il senso del divino, si edificano i primi templi e i morti vengono sepolti in tombe decorate e sistemate architettonicamente come le abitazioni.

Intorno al 2000, forse per l’arrivo di nuove popolazioni — probabilmente provenienti dall’Europa — la pacifica cultura di Ozieri assume forme nuove e più guerresche. I metalli — rame e argento — che cominciano a circolare, assumono forma di coltello e di freccia. Si intravedono le prime costruzioni di chiara struttura difensiva (la Korona di Villagreca), anticipatrici dei nuraghi che caratterizzeranno l’età successiva.

Religiosità e architettura funeraria

Le tombe delle popolazioni prenuragiche hanno in prevalenza una struttura sotterranea e si sono in parte conservate sino ad oggi: sono le domus de janas, in cui, a vegliare sul sonno dei defunti, appaiono talvolta i simboli delle due divinità, il Dio-Padre (il Dio-Toro) e la Dea-Madre, scolpiti o dipinti sulla roccia. Ma della Dea-Madre sono state rinvenute anche numerose statuine in marmo o in terracotta.

Statuetta femminile in pietra molto stilizzata, a forma di croce, con il seno appena accennato
Statuetta della Dea Madre da Selegas, età prenuragica. Wikimedia Commons, CC BY 2.5, foto di Shardan.

Espressione della cultura di Ozieri è invece la sepoltura in grandi monumenti megalitici (i dolmens), costituiti da alcune grosse pietre infisse verticalmente sul terreno e sormontate da una lastra orizzontale. Nei pressi di Mores, stagliato nell’inconfondibile paesaggio del Logudoro, il dolmen di Sa Coveccada è uno dei monumenti megalitici più notevoli dell’intera area mediterranea.

In prossimità dei dolmens e delle domus de janas si trovano quasi sempre le pietre fitte, in sardo perdas fittas: grossi lastroni di pietra di forma allungata, conficcati nel terreno, che simboleggiano forse gli antenati o gli eroi guerrieri posti davanti al sepolcro a custodia dei defunti. Queste pietre corrispondono alle pietre monumentali che nel resto d’Europa vengono definite menhirs.

Tra i monumenti di architettura megalitica, di grande importanza poiché costituisce un esempio unico nel mondo occidentale, è il tempio a terrazze di Monte d’Accoddi, presso Sassari, in cui, tra le altre cose, sono state ritrovate una tavola di offerta in pietra ed una grossa pietra rotonda, simbolo del sole. La caratteristica principale di questo complesso monumentale è la sua forma, che ricorda certe costruzioni orientali come lo ziggurat (torre a piani) babilonese.

Per andare oltre

Approfondimenti

  • Arte e cinema
    Le «domus de janas»

    Le piccole grotte scavate nella roccia che la tradizione popolare chiama «case delle fate» sono in realtà tombe collettive del Neolitico: circa 2500 in tutta l’isola, spesso decorate come vere abitazioni.