I termini di metrica, retorica, linguistica e narratologia che incontri nei testi e nelle analisi, in ordine alfabetico. Le parole in grassetto collegate rimandano ad altre voci del glossario.
A
adynaton (gr. = cosa impossibile) figura retorica che consiste nel rimarcare l’impossibilità di un fatto tramite una perifrasi a carattere iperbolico e paradossale. P. es., «Lo mar potresti arompere, a venti asemenare, / l’abere d’esto secolo tut[t]o quanto asembrare: / avere me non pòteri a esto monno» (CIELO D’ALCAMO).
afèresi fenomeno linguistico per cui si ha la caduta di uno o più suoni all’inizio di una parola. P. es.: “state” per ‘estate’ e “verno” per ‘inverno’.
aforisma (o aforismo) breve testo o frase dal carattere sentenzioso, spesso paradossale e antifrastico. L’a. enuncia una verità assoluta che di solito non coincide con l’opinione comune.
allegoria figura retorica per cui un concetto astratto (ideale, morale, religioso, politico) viene espresso attraverso una serie di immagini concrete alle quali l’autore ha attribuito un significato metaforico. L’a. per antonomasia della letteratura italiana è la Commedia dantesca (cfr. figura), ma un buon es. è anche in Petrarca (Canz. CLXXXIX): la nave che solca il mare in tempesta rappresenta la vita umana che si muove tra difficoltà e pericoli; il naufragio è la morte, e il porto la salvezza e la pace (anche in senso religioso).
allitterazione figura retorica che consiste nella ripetizione degli stessi suoni all’inizio di due o più parole contigue o anche all’interno di esse. Può essere impiegata per rafforzare legami semantici tra parole o per crearne di nuovi. P. es.: «a mezza via come nemico armato» (PETRARCA).
anacoluto costruzione (che la grammatica normativa giudica scorretta) consistente nel cominciare una frase senza terminarla in modo sintatticamente adeguato, di solito variandone il soggetto dopo un inciso. Fenomeno comune nel parlato (p. es. “Io, ieri, mi capitò una brutta avventura”), può essere impiegato in letteratura a fini mimetici o espressionistici.
anàfora figura retorica consistente nella ripetizione di una stessa parola (o di più parole) all’inizio di versi o enunciati successivi. P. es.: «Figlio, l’alma t’è ’scita, / figlio de la smarrita, / figlio de la sparita, / figlio attossecato!» (JACOPONE).
analessi in linguistica, ripresa di una stessa parola. In narratologia, l’a. (o flashback) è la rievocazione di un evento passato rispetto al momento in cui si svolge l’azione principale (p. es., nell’Odissea, il racconto retrospettivo di Ulisse ai Feaci, che risale fino alla caduta di Troia). È il fenomeno opposto alla prolessi.
analogia procedimento compositivo per cui si sostituiscono ai consueti rapporti logici, sintattici e semantici delle parole altri rapporti basati su somiglianze (anche remote ma percepibili intuitivamente) tanto sul piano del significato quanto su quello del significante (cfr. anche simbolismo e fonosimbolismo). Un’a. può esplicitarsi in una metafora oppure rimanere implicita nel testo.
anàstrofe figura retorica consistente nell’inversione dell’ordine abituale degli elementi del periodo. Riguarda di solito il compl. di specificazione e l’agg. («fue / di cherubica luce uno splendore»: Dante) oppure il compl. ogg. e il verbo. Può essere considerata come una sottospecie dell’iperbato.
anticlimax o climax discendente consiste in una progressiva discesa di registro linguistico o di stile, talvolta (ma non necessariamente) con effetti parodici e satirici. Un es. di a. “seria” è «O mia stella, o Fortuna, o Fato, o Morte» (PETRARCA).
antìfrasi è la forma più esplicita di ironia e consiste nel dire qualcosa intendendo l’esatto contrario di ciò che si dice. L’eliminazione di eventuali ambiguità è sempre garantita dal contesto. Un es. di a. ricorrente nella lingua parlata è la frase “Che bella giornata!” per intendere che il tempo è brutto.
antinomìa in filosofia, termine indicante la contraddizione tra due proposizioni (tesi e antitesi) entrambe dimostrabili come vere.
antìtesi figura retorica consistente nell’accostamento di due parole o frasi di significato opposto. P. es. «Pace non trovo, et non ò da far guerra; / e temo et spero; et ardo et son un ghiaccio» (PETRARCA).
antonomàsia figura retorica che consiste nella sostituzione a) di un nome comune con un nome proprio (p. es. “imperatore” con «Cesare»: DANTE); b) di un nome proprio con una perifrasi che lo caratterizza in termini universalmente noti (p. es. ‘Italia’ con «il bel paese / ch’Appennin parte, e ’l mar circonda et l’Alpe»: PETRARCA); c) di un nome proprio con un appellativo che lo identifica in modo inequivocabile (p. es. ‘Afrodite’ con «Citerea» [cioè ‘di Citera’, l’isola che accolse Venere dopo la sua nascita]: DANTE).
apocope (o troncamento) caduta della vocale o della sillaba finale di una parola. P. es. “amor” (= amore), “van” (= vanno).
apòdosi nel periodo ipotetico, è la proposizione principale da cui dipende logicamente una subordinata condizionale (detta protasi). P. es.: “se oggi non piove, uscirò a fare quattro passi”.
apòlogo (dal gr. “apólogos” = racconto) narrazione di tipo allegorico con espliciti fini pedagogici, morali o filosofici.
apòstrofe figura retorica che consiste nel rivolgere bruscamente il discorso a un destinatario reale o immaginario (presente o assente), in tono sdegnato o commosso. Può essere associato con la personificazione. P. es.: «Ahi Pisa, vituperio de le genti / del bel paese là dove ’l sì suona, / poi che i vicini a te punir son lenti, / muovasi la Capraia e la Gorgona, / e faccian siepe ad Arno in su la foce, / sì ch’elli annieghi in te ogne persona» (DANTE).
asìndeto figura retorica consistente nella soppressione delle congiunzioni coordinanti (p. es.: “e”, “o”, “ma”) all’interno della frase. L’uso reiterato di queste congiunzioni dà luogo invece al polisindeto. Un es. di a. è «Fresco ombroso fiorito e verde colle» (PETRARCA).
assimilazione fenomeno linguistico che si ha quando un suono (vocalico o consonantico) si adatta (diventa simile) al suono che lo precede o lo segue nel corpo della parola. Nel caso dell’ital. “fatto”, dal lat. “factum”, si parla di a. consonantica regressiva, tipica del toscano. Nel romanesco “monno”, dal lat. “mundum”, l’a. consonantica si dice invece progressiva e si ritrova solo nei dialetti centro-meridionali.
assonanza identità delle sole vocali nella parte finale di due parole, a cominciare dalla vocale tonica. P. es.: sole: ponte.
àtona, sillaba sillaba non accentata (contrario di tonica). Nella parola “sillaba”, p. es., “la” e “ba” sono atone.
B
ballata (o canzone da ballo) forma strofica elaborata nel Duecento, originariamente con accompagnamento musicale e destinata alla danza. La struttura della b. prevede una ripresa (o ritornello) e una (o più) stanze, ognuna delle quali si divide in almeno due piedi e una volta (che ha schema identico alla ripresa). Il primo verso della volta rima con l’ultimo verso del secondo piede, e l’ultimo con l’ultimo verso della ripresa. La b. si può chiudere con una replicazione di forma uguale alla volta o alla ripresa. Tra i diversi tipi di b. ricordiamo: a) la ballata mezzana, con ripresa di tre versi endecasillabi (oppure due endecasillabi più uno o due settenari), usata tre volte dal Petrarca nel Canzoniere (LV, LIX, CCCXXIV); b) la ballata minore, con ripresa di tre versi (p. es. «In un boschetto trova’ pasturella» di Cavalcanti).
bisillabo verso di due sillabe, assai raro nella metrica italiana.
bucolico (o pastorale), genere il g.b. ha come modello le Bucoliche di Virgilio e l’idillio greco ed è ambientato nel mondo felice e idealizzato dei pastori (l’Arcadia, simbolo della poesia). In Italia il genere viene coltivato soprattutto nel Quattrocento, tanto in poesia (cfr. egloga) quanto nel romanzo e successivamente, anche come forma drammatica. Gli ultimi esempi di g.b. si hanno ai primi del Settecento con gli arcadi.
C
canzone forma metrica derivata dalla canso, in origine con accompagnamento musicale. La c. classica (o antica o petrarchesca) è formata da un numero variabile di stanze (in genere tra cinque e sette) uguali tra loro per numero di versi, per disposizione dei tipi di verso (che sono, a partire da Petrarca, solo endecasillabi e settenari) e per schema di rime. Le stanze sono formate dalla fronte (che può essere divisa o meno in piedi) e dalla sirma, collegate tra loro dalla chiave. La canzone conclude di solito con un congedo. Dal Seicento in poi si ha anche la c. libera (o leopardiana) in cui le stanze sono di lunghezza irregolare ed endecasillabi e settenari si alternano secondo uno schema libero e privo di rime obbligatorie.
canzone da ballo cfr. ballata.
canzonetta genere poetico-musicale spesso di argomento amoroso e tono popolare. Metricamente, può assumere varie forme, tra cui quelle della canzone (ma con struttura semplificata e con versi più brevi dell’endecasillabo), del madrigale e della ballata (soprattutto nel Quattrocento). Un es. di c. è «Meravigliosamente» di Giacomo da Lentini.
capitolo forma metrica composta da terzine di endecasillabi a rima incatenata e conclusa da un verso isolato (ABA BCB CDC … YZY Z). Sono c. i canti della Commedia di Dante e i Trionfi del Petrarca.
catàcresi metafora istituzionalizzata ed entrata nell’uso comune: p. es. “il collo della bottiglia”.
catarsi nella Poetica di Aristotele designa la purificazione delle passioni degli spettatori a opera della tragedia.
cesura è la pausa di intonazione (coincidente con un limite di parola) che divide il verso; nell’endecasillabo, individua due emistichi.
chiasmo figura retorica consistente nel disporre in modo incrociato, rompendo il normale parallelismo sintattico, i membri corrispondenti di due sintagmi o di due proposizioni. P. es.: «Siena mi fé, disfecemi Maremma» (DANTE).
chiave (o concatenàtio) nella stanza è la rima che unisce il primo verso della sirma con l’ultimo della fronte.
climax (o gradàtio) figura retorica che può designare un’anadìplosi continuata oppure, nell’accezione moderna, una progressione crescente e graduale di parole o sintagmi con generale effetto di amplificazione. Si parla in questo caso più precisamente di c. ascendente (per il c. discendente cfr. anticlimax). P. es.: «e videmi e conobbemi e chiamava» (DANTE). Per analogia il concetto di c. può essere esteso anche alla metrica e al ritmo.
còmico, stile nella teoria degli stili medievali, lo s.c. o medio (contrapposto al tragico) privilegia un registro medio-basso, contenuti quotidiani e terreni e metri come il sonetto. È rivolto a un pubblico vasto che comprende, oltre alle élites nobiliari e alto-borghesi, anche i ceti intermedi e gli artigiani. È anche lo stile usato da Dante in molte parti della Commedia.
commèdia genere teatrale nato in Grecia intorno al VI sec. a.C. Strutturalmente, al contrario della tragedia, è caratterizzato dalla presenza di un inizio triste (o da una situazione incerta per il protagonista) e di finale lieto. Lo stile adottato è quello comico. Dante definisce il proprio poema «comedia» proprio perché vi dominerebbe lo stile comico o medio.
comparazione a) figura retorica consistente in un paragone tra due termini (“la mia camera è grande quanto la tua”) b) similitudine più articolata espressa mediante forme correlative del tipo “come…così”, “quale…tale”. P. es.: «E come quei che con lena affannata / uscito fuor del pelago a la riva / si volge a l’acqua perigliosa e guata, / così l’animo mio, ch’ancor fuggiva, / si volse a retro a rimirar lo passo / che non lasciò già mai persona viva» (DANTE).
concatenazione cfr. chiave.
congedo (o commiato; in prov. tornada) strofa che di solito chiude la canzone. Riproduce in genere la forma della sirma o della parte finale della stanza, ma può anche avere uno schema proprio.
consonanza identità delle sole consonanti della parte finale di due parole, dopo la vocale tonica. P. es.: seme:ramo.
contrasto genere poetico di vario metro e contenuto (amoroso, politico o storico) ma sempre strutturato in forma di dialogo. Famoso è il Contrasto di Cielo d’Alcamo.
coro nella tragedia greca era la parte declamata da un gruppo di attori-danzatori (coreuti) che esprimevano il punto di vista della collettività. Nella tragedia moderna (p. es. in quella manzoniana) e nel dramma musicale, il c. è invece un brano lirico in cui l’autore esprime il proprio personale stato d’animo nei confronti degli eventi narrati.
D
decasillabo verso di dieci sillabe (se l’uscita è piana) con accenti di 3ª, 6ª e 9ª nella forma canonica (dal Settecento in poi, p. es. in Manzoni). È usato raramente nella poesia antica, talvolta come variante anisosillabica del novenario e dell’endecasillabo (p. es. in Jacopone).
dialefe fenomeno metrico per cui, all’interno del verso, la vocale di una parola e quella iniziale della parola successiva vengono pronunciate separatamente (cioè con uno iato) e devono essere considerate come parti di due differenti sillabe. La d. è assai diffusa nel Duecento e in Dante, ma cade in disuso con Petrarca (che in genere preferisce la sinalefe). P. es. «O anima cortese mantoana» (DANTE).
diàlogo come genere umanistico, il d. è per lo più scritto in latino sul modello ciceroniano (anche se non mancano d. in volgare). La sua struttura esprime una nuova concezione della verità intesa come processo al quale compartecipano voci e opinioni diverse. I temi del d. spaziano dalla filosofia e dalle arti sino all’economia domestica e all’educazione dei figli (p. es. nei Libri della famiglia di L.B. Alberti).
didascàlica (o didàttica), poesia genere letterario medievale praticato anche in Grecia, in forma di poemetto o capitolo, a carattere enciclopedico (e in molti casi allegorico) e con intenti educativi. Sono es. di p.d. il Tesoretto di Brunetto Latini e il Fiore attribuito a Dante.
diegèsi termine aristotelico (gr. “diégesis” = racconto) con cui la moderna narratologia designa la narrazione come fenomeno distinto dalla mimesi. Ha carattere diegetico, p. es., l’epica, dove il narratore generalmente descrive fatti e situazioni anziché rappresentarli in forma diretta (ripetendo p. es. gesti e discorsi dei vari personaggi).
dièresi nella lettura metrica è il fenomeno opposto alla sineresi. Si ha all’interno di parola e consiste nella pronuncia separata di due vocali consecutive che normalmente formerebbero un dittongo. P. es.: «faceva tutto rider l’orïente» (DANTE).
dìstico coppia di versi, di solito a rima baciata. Il d. elegiaco nella metrica latina, è invece la coppia esametro+pentametro, usata soprattutto nell’elegia. P. es.: «Dívitiás aliús fulvó sibi cóngerat áuro / ét teneát cultí iúgera múlta solí» [Un altro ammassi per sé ricchezze di fulvo oro e si tenga molti iugeri di terreno coltivato] (TIBULLO).
E
ègloga (o ècloga) genere poetico, modellato sulle Bucoliche di Virgilio (le cui singole parti erano chiamate eclogae, cioè ‘estratti’), appartenente al più vasto genere pastorale. Le forme metriche principali dell’e. in italiano sono la terza rima e l’endecasillabo sciolto.
elegìa genere poetico di origine greco-latina in distici elegiaci caratterizzato da toni nostalgici e malinconici e di contenuto amoroso.
elegìaco, stile nella teoria degli stili medievale è lo «stile degli sfoghi dolorosi» (DANTE) e richiede l’utilizzo del volgare umile. Corrisponde al genus humilis della retorica antica.
ellissi figura retorica per cui si sottintendono uno o più elementi della frase che il contesto permette di ricostruire facilmente. P. es., nell’espressione dantesca «Questo io a lui; ed elli a me» è sottinteso per due volte il verbo “dire”.
emistìchio metà di un verso diviso dalla cesura in due versi di misura minore.
endecasillabo verso composto da 11 sillabe (nella forma a uscita piana), con accento principale sulla 10ª. Deriva dal décasyllabe francese e provenzale ed è il verso più importante della tradizione italiana. L’e. canonico è di due tipi: a maiore (p. es. «Nel mezzo del cammín | di nostra víta»: DANTE) con accenti di 6ª e 10ª; a minore («Per me si vá | ne la città dolénte»: DANTE) se l’accento è di 4ª oltre che di 10ª. Quando è possibile dividere il verso in un settenario seguito da un quinario, si parla di cesura a maiore; di cesura a minore quando, viceversa, è possibile dividerlo in un quinario seguito da un settenario. Gli altri accenti sono liberi. Prima della codificazione operata da Dante e soprattutto da Petrarca, però, anche le forme non canoniche erano ammesse, entro una certa misura, in poesia. Si parla di endecasillabo sciolto nel caso di composizioni in e. senza rime regolari.
endìadi figura retorica consistente nella sostituzione di una singola espressione composta da due membri con due espressioni separate dalla congiunz. (di solito due nomi). P. es.: «O eletti di Dio, li cui soffriri / e giustizia e speranza [= ‘speranza di giustizia’] fa men duri, / drizzate noi verso gli alti saliri» (DANTE).
ènfasi procedimento retorico consistente nel porre in rilievo una o più parole mediante il tono della voce o un gesto, oppure, nello scritto, con il punto esclamativo, il corsivo ecc., per evidenziare un’accezione particolare o un significato metaforico. P. es.: “lui sì che è un uomo!”.
enjambement in poesia si ha e. (termine fr. traducibile con ‘accavallamento’) quando la fine di verso separa un nesso sintattico forte, p. es. del tipo agg.+sost.: «ad immortale / secolo andò, e fu sensibilmente» (DANTE).
enumerazione (o elenco) procedimento retorico comune a vari generi del discorso consistente nell’elencazione di parole o sintagmi per via asindetica oppure mediante congiunzioni coordinanti. P. es. «Benedetto sia ’l giorno, e ’l mese, et l’anno, / et la stagione, e ’l tempo, et l’ora, e ’l punto, / e ’l bel paese, e ’l loco ov’io fui giunto / da’ duo begli occhi che legato m’ànno» (PETRARCA).
epìgrafe in senso moderno, iscrizione in lingua latina o in latino letterario e aulico a carattere funebre o commemorativo. È chiamata e. anche la citazione da un autore posta all’inizio di un testo.
epigramma genere poetico di origine greca, inizialmente impiegato nelle iscrizioni funebri o votive e caratterizzato dall’estrema brevità. Con il poeta latino Marziale (I sec. d.C.) l’e. si codifica come genere satirico.
epìstola genere letterario di origine classica, sia in prosa che in versi. L’e. medievale in latino, praticata anche da Dante e Petrarca, è rigidamente codificata secondo le regole dell’ars dictandi.
epìtesi aggiunta non giustificata etimologicamente di una vocale o di un nesso cons.+voc. alla fine della parola. Molto frequente è l’e. di “-e” in monosillabi tonici (p. es. «udìe» per “udì” in Dante) e di “-ne”, in certe parlate centro-meridionali ma anche, a scopi metrici ed eufonici, in poesia. P. es.: «sì pòne» [sì può] in rima con «persone» e «ragione» (DANTE).
esàmetro verso greco-latino di sei piedi proprio dell’epica e della poesia didascalica. Unito al pentametro forma il distico elegiaco. Un es. di e. latino (con l’indicazione degli accenti per la lettura metrica) è: «Árma virúmque canó | Troiaé qui prímus ab óris» (VIRGILIO).
exemplum (lat. = esempio) breve narrazione inserita nelle agiografie, nelle prediche o nella poesia didascalica allo scopo di fornire un modello di comportamento e un esempio morale a un destinatario di ceto e cultura medio-bassa. Nella sua forma originaria l’e. risponde ad alcuni requisiti particolari: deve essere tratto da una fonte autorevole; deve avere estensione breve; deve essere presentato come veridico; il suo significato deve essere inequivocabile; deve essere piacevole.
èxplicit conclusione; e. è abbreviazione di “explicitum est” (lat. = è stato srotolato), che nei papiri indicava che il rotolo era stato svolto sino alla fine. In filologia, indica le parole finali di un testo. Cfr. incipit.
F
fàbula (lat. = favola) nella terminologia dei formalisti russi, la f. è l’insieme dei fatti che costituiscono la narrazione considerati secondo l’ordine cronologico, che il lettore può ricostruire a posteriori, p. es. tenendo conto di flashbacks, agnizioni, ecc. La nozione di f. è complementare a quella di intreccio: la distinzione è utile per descrivere forme narrative complesse (come il romanzo moderno), dove esiste una notevole sfasatura tra lo svolgersi logico-temporale degli eventi e l’ordine in cui essi compaiono nel testo.
farsa genere teatrale a carattere comico e popolaresco nato nel Medioevo come intermezzo da recitarsi durante le sacre rappresentazioni. I temi trattati sono il vino, l’amore carnale, i piaceri della vita.
figura nella concezione cristiana medievale un fatto storico è f. di un altro (successivo e più importante) quando lo preannuncia, quando cioè può essere interpretato (spesso secondo un procedimento di tipo allegorico) come la prefigurazione di un evento che è destinato ad adempiersi nel futuro. La liberazione del popolo ebraico, p. es., è f. della Redenzione. Il filologo tedesco E. Auerbach ha messo in luce l’importanza della “concezione figurale” nella Commedia dantesca.
figura etimològica (o gioco etimològico) ripetizione di una stessa radice etimologica (più o meno scientificamente accertata) in parole vicine con effetto di sottolineatura semantica. P. es.: «sfiorata Fiore» [sfiorita Firenze] (GUITTONE D’AREZZO).
focalizzazione in narratologia indica la prospettiva o il punto di vista dal quale il narratore considera i fatti narrati e i personaggi. Se il narratore è in grado di vedere fin dentro l’animo dei personaggi (i loro sentimenti, le loro sensazioni, ecc.), allora si parla di racconto a focalizzazione zero (o senza focalizzazione): per es., I promessi sposi di Manzoni (cfr. anche narratore onnisciente). Se il narratore riporta e conosce solo quello che sa il personaggio (e nulla di più), allora si parla di focalizzazione interna (che può essere fissa se orientata su di un solo personaggio; variabile se si sposta di volta in volta su un personaggio diverso, per es. in Con gli occhi chiusi di Tozzi; multipla, nel caso per es. del romanzo epistolare a più mani). Se il narratore sa meno dei personaggi, non ha la facoltà di vedere dentro di essi e può solo descriverne il comportamento, si parla infine di focalizzazione esterna (spesso usata nel romanzo giallo, perché il lettore non scopra subito chi è il colpevole).
fonosimbolismo procedimento compositivo (soprattutto poetico) che consiste nel produrre, attraverso una successione di suoni, un significato aggiuntivo rispetto a quello comunicato dal testo. P. es.: «graffia li spirti ed iscoia ed isquarta» (DANTE, Inf., VI, 18): il senso generale di ‘cosa tagliente, affilata’ è suggerito dalle fricative ([f]), dalle sibilanti ([s]) e dalle vibranti ([r]). Tra Otto e Novecento il f. si distanzia dall’onomatopea (cui è spesso assimilabile) e dal mimetismo e viene inteso dai poeti (p. es. da Pascoli) sempre più spesso come una forma di suggestione sonora di tipo astratto e musicale.
fronte è la prima parte della stanza della canzone. Per analogia, anche la prima parte (le due quartine) del sonetto.
G
gènere letteràrio insieme di opere che condividono determinati elementi espressivi (stile, lessico, metrica, ecc.) e di contenuto (temi, motivi, ideologia), aventi una funzione e un destinatario particolari. Le regole compositive di un g.l. si trovano spesso codificate nei trattati di poetica, ma possono anche essere ricostruite a posteriori dagli storici della letteratura.
glossa nota esplicativa, in senso generico. Nella prassi interpretativa medievale, annotazione a margine o in interlinea del copista, di un lettore o dello stesso autore a testi biblici, letterari e giuridici.
grottesco in senso generale è sinonimo di ‘bizzarro’ e ‘deforme’ e, perciò, ‘ridicolo’. In accezione più tecnica, designa una forma teatrale nata in Italia negli anni Dieci del Novecento, caratterizzata da situazioni paradossali ed enigmatiche in cui sono denunciate, con sarcasmo e ironia, l’assurdità della condizione umana e le contraddizioni della società.
I
idillio (gr. “eidyllion” = piccola immagine) genere poetico greco dal contenuto prevalentemente pastorale. Il suo equivalente latino è l’egloga.
ìncipit (lat. = inizio) le parole iniziali del testo. Cfr. explicit.
inno genere poetico a carattere religioso. Nel Medioevo l’i. cristiano in strofe metriche e ritmiche destinate al canto celebra Dio e i santi. Dal Settecento, il termine passa a designare anche componimenti a carattere profano (politico, sociale, patriottico). Cfr. ode.
intermezzo scena a carattere giocoso, accompagnata da musica e danze, che tra Cinquecento e Seicento veniva rappresentata durante gli intervalli di un’opera seria o di una commedia per svagare gli spettatori. Nel Settecento, benché finalizzato a riempire l’intervallo tra un atto e l’altro dell’opera seria, l’i. divenne un genere autonomo, ovvero un’opera comica breve a due sole voci (soprano e basso), con accompagnamento di archi e clavicembalo. L’i. costituisce le origini dell’opera buffa italiana e francese. Nell’Ottocento il termine i. indica anche brevi pezzi pianistici in forma libera.
intrèccio l’insieme degli eventi narrati secondo l’ordine in cui sono presentati nell’opera, a prescindere dai loro rapporti causali e temporali. Cfr. fabula.
invettiva in latino tardo oratio invectiva è chiamato il discorso aggressivo e violento con cui ci si rivolge a qualcuno per denunciarne il pensiero o la condotta morale. È un procedimento frequente anche nella Commedia dantesca (cfr. apostrofe). Nell’antichità, l’i. era un genere oratorio vero e proprio, spesso anonimo.
ipàllage figura retorica che consiste nel riferire un aggettivo non al sostantivo cui semanticamente è legato ma a un altro sostantivo vicino. P. es.: «io vedea di là da Gade il varco / folle d’Ulisse» (DANTE).
ipèrbato figura retorica di tipo sintattico per cui gli elementi della frase che normalmente sarebbero uniti in un sintagma sono invece separati. P. es.: «che l’anima col corpo morta fanno» (DANTE).
ipèrbole figura retorica che consiste nell’esagerare la portata di quanto si dice amplificando o riducendo in modo eccessivo il significato dei termini impiegati per rappresentare una data cosa. Due es. dal parlato: “Mi piace da morire”, “è questione di un secondo”.
ipèrmetro si dice di un verso che eccede di una o più sillabe la sua misura regolare. P. es.: «en questo loco lassato» (JACOPONE) è un settenario i. (la sillaba eccedente è la prima: “en”).
ipòmetro verso che ha una o più sillabe in meno rispetto alla sua misura regolare. P. es.: «Vale, vale, vale» (JACOPONE) è un settenario i. perché manca della prima sillaba.
ipotassi (o subordinazione) costruzione tipica della lingua scritta caratterizzata dalla successione di proposizioni subordinate disposte in modo gerarchico. L’i. è il costrutto della complessità concettuale e dell’argomentazione logica; esprime di solito una presa di posizione esplicita e dichiara un punto di vista preciso. Si contrappone alla paratassi.
iterazione (o ripetizione) procedimento formale riscontrabile in varie figure retoriche (come l’anadiplosi, l’anafora, l’epanalessi, ecc.) e nel linguaggio poetico in genere (p. es. nella rima).
K
koinè (gr. “koinè diàlektos” = lingua comune) in senso tecnico, dialetto condiviso da un territorio relativamente ampio; il dialetto di k. è un dialetto fortemente contaminato dalla lingua nazionale e in cui sono ridotti al minimo gli idiotismi. In senso esteso, k. può significare ‘comunità linguistica e culturale’, e anche ‘linguaggio comune o dominante’.
L
lessema la minima unità linguistica con significato autonomo.
lirica in Grecia, la l. è la poesia cantata con l’accompagnamento della “lira”, uno strumento a corde. In generale il termine designa una particolare modalità enunciativa (l’uso della prima pers. sing.) e una particolare tonalità affettiva (l’espressione soggettiva dei sentimenti del poeta). Come genere in particolare, nelle lett. romanze, e in primo luogo con i provenzali la l. si definisce per alcune caratteristiche costanti come l’adozione di certe forme metriche (canzone, ballata, ecc.) e temi specifici (l’amor cortese, l’idealizzazione della donna) peculiari, oltre che per una suddivisione in diversi sottogeneri (canso, sirventese, planh, joc partit, alba, ecc.). Nella letteratura italiana il modello del genere l. è per almeno tre secoli (dal XIV al XVI) il Canzoniere di Petrarca e le sue caratteristiche sono il monolinguismo, l’autoreferenzialità, l’assenza di narratività, ecc.
litote figura consistente, nella sua forma più semplice, nell’esprimere un concetto negando il suo contrario. P. es. “non sto male” per ‘sto bene’. L’effetto della l. può essere quello di attenuare la forza di un’espressione che, enunciata in modo diretto, risulterebbe offensiva per qualcuno (cfr. eufemismo) oppure presuntuosa. In altri casi può colorarsi di ironia più o meno benevola, come nella frase “non è un genio” per ‘è uno stupido’.
M
madrigale genere poetico-musicale polifonico del Trecento, a carattere lirico e di argomento per lo più amoroso. Come forma strettamente metrica, il m. antico (o trecentesco) è formato da endecasillabi (p. es. Petrarca, Canz. LII) o endecasillabi e settenari divisi in terzine (da due a cinque), più uno o due distici conclusivi (o, più raramente, un verso isolato). Lo schema delle rime è variabile. Il m. cinquecentesco ha forma ancora più libera e, in genere, non supera i 12 versi.
melodramma genere teatrale in musica nel quale i personaggi si esprimono mediante il canto. Può avere sia carattere serio che comico (p. es. l’opera buffa settecentesca). Il m. nasce sul finire del XVI sec. a Firenze dagli intermedi [intermezzi] musicali rappresentati tra un atto e l’altro del dramma vero e proprio (che era recitato e non cantato) per alleggerirne la tensione. Il primo m. è la Dafne di J. Peri su testo di O. Rinuccini (1598). Nell’Ottocento, in Italia, il genere raggiunge la sua massima fioritura con Rossini, Bellini, Donizetti e Verdi.
memorialistica genere letterario in prosa di tipo autobiografico. Differisce dalla autobiografia in senso stretto per la mancanza di un’attenzione esclusiva alla storia della personalità di chi scrive e per una maggiore importanza concessa agli eventi esterni.
metàfora figura retorica che consiste nella sostituzione di una parola (o di un’espressione) con un’altra il cui significato presenta una somiglianza (più o meno evidente) con il significato della prima. Può essere considerata come una similitudine abbreviata e priva dell’avverbio di paragone (“come”). La m. è usata tanto nel linguaggio quotidiano (p. es. sotto forma di catacresi) quanto in quello poetico. Nel secondo caso, in particolare, è possibile avere sia metafore altamente codificate (come «capelli d’oro» per ‘capelli biondi come l’oro’) il cui riconoscimento è ormai meccanico, sia m. d’invenzione, nelle quali la distanza tra espressione letterale ed espressione figurata è tale da rendere più difficile e più stimolante il ritrovamento delle somiglianze. P. es.: in Dante «fonte ond’ogne ver deriva» è m. per ‘Dio’.
metàtesi fenomeno linguistico per cui due suoni interni ad una parola si scambiano di posto senza mutare il significato della parola stessa. In antico italiano si ha spesso con le semivocali (p. es. “aira” per ‘aria’) e con [r] preceduta da consonante (“drento” per ‘dentro’).
metonìmia (o metonimìa) figura retorica consistente nella sostituzione di una parola con un’altra che appartiene a un campo concettuale vicino e interdipendente. In particolare: la causa per l’effetto: «Ora sento ’l coltello [la ferita] / che fo profitizzato» (JACOPONE); l’effetto per la causa: “guadagnarsi da vivere col sudore della fronte” (= con fatica); l’astratto per il concreto: «quello amor paterno» = ‘quel padre amoroso’ (DANTE); il contenente per il contenuto: “bere un bicchiere” (= bere il liquido contenuto nel bicchiere), l’autore per l’opera: “un Picasso” (= un quadro di Picasso); il materiale per l’oggetto: in poesia, “il ferro” (= la spada).
mètrica quantitativa la metrica classica (greca e latina) si basa, diversamente da quella italiana e romanza, sull’opposizione tra sillabe lunghe e brevi. L’unione di due o più sillabe forma il piede.
mimèsi (gr. “mímesis” = imitazione) termine opposto e complementare a diegesi. Si ha m. quando l’autore rappresenta i discorsi di un personaggio riproducendoli in modo diretto, a volte anche secondo caratteristiche stilistiche peculiari.
N
narratore voce narrante del racconto, non necessariamente identificabile con la persona biograficamente intesa che ha scritto il testo (autore-scrittore). In quanto finzione letteraria, il n. può essere assente dal racconto (p. es. Omero) o presente come personaggio della vicenda (p. es. Dante nella Commedia). Può d’altra parte essere esterno al racconto, e perciò in grado di giudicare eventi e personaggi, o interno a esso, cioè nascosto in un narrazione guidata dai personaggi: nel primo caso si parla di narratore onnisciente, cioè di un n. che come un burattinaio guida dall’alto l’azione conoscendone perfettamente lo sviluppo (è il caso dei Promessi sposi di A. Manzoni); nel secondo si parla di impersonalità della narrazione, cioè di una narrazione in cui il n. subisce gli eventi dell’azione come i personaggi, poiché ne sa quanto loro e a volte meno di loro (è il caso p. es. dei Malavoglia di G. Verga).
nominale forma stilistica (o sintattica) in cui i nomi (sostantivi, aggettivi, ecc.) prevalgono sui verbi o questi sono del tutto assenti; essa si basa spesso sull’enumerazione, ovvero sul raggruppamento di parole o sintagmi coordinati tramite asindeto o polisindeto.
novella componimento narrativo per lo più in prosa (esiste anche la n. in versi), di tono realistico ma a carattere avventuroso o fantastico, spesso con intenti morali o didascalici. Mescolando elementi storico-realistici a spunti favolosi o leggendari, la n. anticipa il romanzo moderno. La novellistica è sia il genere letterario della n. o lo studio sistematico di tale genere, sia l’insieme di n. relative a un determinato ambito letterario.
novella in versi tra i principali generi narrativi del Romanticismo italiano (vi si dedicarono tra gli altri Grossi, Tommaseo, Giusti, Padula, Cantù e Prati), la n. può avere un metro abbastanza libero, ma spesso assume lo schema dell’ottava. Il Medioevo (culla del passato della Nazione) fa spesso da sfondo a vicende d’amore contrastato o tradito.
novenàrio verso di nove sillabe metriche con accento principale sull’ottava. P. es.: «le parolétte mie novèlle / che di fiori fatto han ballàta» (DANTE).
O
ode componimento poetico in stile elevato, diffuso a partire dal Cinquecento. Simile alla canzone nella struttura strofica, l’o. si distingue in canzone-ode (con stanze ridotte rispetto alla canzone petrarchesca), canzone pindarica (a imitazione della tripartizione di Pindaro – V sec. a.C. – in strofe, antistrofe ed epodo) e ode-canzonetta (destinata spesso alla musica).
omofonìa identità fonica tra parole di significato diverso. P. es.: «o camerettta che già fosti un porto / […] / fonte se’ or di lagrime nocturne, / che ’l dì celate per vergogna porto» (PETRARCA).
omotelèuto identità fonica della terminazione di parole soprattutto se ricorrenti nei luoghi ritmicamente significativi di un testo. Nell’o., a differenza della rima (che ne è un tipo), l’identità fonica prescinde dalla vocale tonica.
onomatopèa imitazione acustica di un oggetto o di un’azione attraverso il significante (p. es.: “cin-cin” = ‘brindisi’, dal rumore che fanno i calici nell’incontrarsi in segno di augurio).
ossìmoro accostamento di due termini di significato opposto che sembrano escludersi a vicenda. P. es.: «vera mortal Dea» o «cara nemica» (PETRARCA).
ottava rima strofa composta da otto endecasillabi disposti secondo lo schema ABABABCC (nel caso dell’o. toscana; l’o. siciliana segue invece lo schema ABABABAB), in uso nella poesia discorsiva (epica narrativa, religiosa). È detta anche semplicemente ottava.
ottonàrio verso di otto sillabe metriche con accento principale sulla settima. P. es.: «o Signor, per cortesia» (JACOPONE DA TODI).
ottosìllabo verso francese e provenzale (“octosyllabe”) composto da otto sillabe, con accento principale sull’ultima. Usato sia nella poesia lirica che in quella didattico-narrativa, l’o. viene ripreso nella metrica italiana antica dal novenario.
P
parallelismo procedimento stilistico in cui alcuni elementi del discorso (da fonetici a sintattici) vengono disposti parallelamente all’interno di una frase o di un periodo (cfr. p. es. anafora, polisindeto).
paratassi rapporto di coordinazione tra proposizioni principali e secondarie, che vengono poste l’una accanto all’altra, all’interno del periodo, senza una relazione di subordinazione. P. es.: «Orlando sente che il suo tempo è finito. / Sta sopra un poggio scosceso, verso Spagna; / con una mano s’è battuto il petto» (dalla Chanson de Roland).
parodìa imitazione intenzionale di qualcosa (un personaggio, un testo, uno stile, ecc.) in forma ironica, per evidenziare la distanza critica dal modello e attuarne il rovesciamento. Un esempio di p. di un exemplum medievale è la novella boccaccesca Nastagio degli Onesti.
paronomàsia (o adnominatio) accostamento di due parole che hanno un suono simile. P. es.: «e son un ghiaccio / […] e giaccio in terra» (PETRARCA).
pastiche (fr. = pasticcio; imitazione letteraria, rielaborazione di modelli diversi) giustapposizione di parole appartenenti a registri o codici diversi, perlopiù a fini stranianti e ironico-parodistici.
pastorale in letteratura è un genere (prevalentemente in versi) che si ispira alla vita idealizzata dei pastori, traendo spesso spunto da una vicenda d’amore tra un pastore e una pastorella. Vivo già nel mondo classico greco e latino (p. es. con Teocrito e Virgilio), il genere p. viene ripreso in Italia intorno al XV sec. e, attraverso un ampio sviluppo in Europa tra XVI e XVII sec. (soprattutto nella forma del dramma p., ma anche in quella parodistica della farsa rusticale), culmina – e si estingue – nella poesia settecentesca dell’Arcadia.
personificazione allegòrica (o prosopopèa) introduzione nella narrazione di cose inanimate o astratte (p. es. la patria, la gloria, ecc.), o anche di animali o persone morte, come se fossero animate o vive. P. es.: la p. di Firenze nella canzone «Ahi lasso, or è stagion de doler tanto» di GUITTONE D’AREZZO.
piana parola accentata sulla penultima sillaba (p. es.: “casàle”, “ritórno”). Un verso si dice p. quando termina con una parola accentata sulla penultima sillaba, e così un testo poetico composto da tali versi.
piede unità di misura della metrica quantitativa greco-latina. I p. più importanti sono il giambo, il trocheo, l’anapesto, il dattilo e lo spondeo. Nella metrica italiana indica ciascuna delle due parti nelle quali può essere strutturata la fronte della canzone.
pleonasmo espressione sovrabbondante; consiste nell’uso di una o più parole grammaticalmente o concettualmente superflue alla comprensione dell’enunciato. P. es.: «con meco» (PETRARCA), dove «meco» significa ‘con me’ (dal lat. “mecum”).
poema composizione narrativa in versi, di ampia estensione e di stile elevato, generalmente divisa in canti o libri. A seconda dell’argomento, il p. si divide nei seguenti generi: p. allegorico-didattico, che vuole impartire precetti morali e religiosi (p. es.: la Commedia di Dante); p. didascalico, che vuole divulgare, secondo le regole dell’enciclopedismo, teorie filosofiche, scientifiche o estetiche (p. es.: il Roman de la Rose di G. de Lorris e J. de Meung, il Tesoretto di B. Latini o il Fiore attribuito a Dante); p. cavalleresco, che tratta le gesta eroiche e amorose dei cavalieri, alternando toni epici e non di rado burleschi (il p.c., nato in Francia in epoca medievale, conosce tre cicli diversi: quello carolingio, a carattere epico – Chanson de Roland –; quello bretone, a carattere romanzesco e amoroso – Roman de Brut, di Wace, Lais di Maria di Francia, ecc. –; e quello classico, in cui vengono rielaborate leggende classiche adattandole ai gusti cortesi e cavallereschi – Roman de Thèbes, Roman de Troie, ecc. –. Una originale ripresa del p.c. si ha nel Rinascimento italiano con l’Orlando innamorato di Boiardo, il Morgante di Pulci, l’Orlando furioso di Ariosto e la Gerusalemme liberata di Tasso; p. eroicomico, che è una parodia del p. cavalleresco, del quale riprende alcuni topoi (eroi, valori cavallereschi, ecc.) degradandoli, oltre che nell’uso di un linguaggio basso, attraverso il loro inserimento in un contesto comico e grottesco. Cfr., p. es., La secchia rapita di A. Tassoni.
poemetto componimento in versi simile al poema, per contenuto e tono, ma più breve. P. es.: il p. l’Intelligenza attribuito a Dante.
poètica complesso delle idee di un artista, di una tendenza o di una scuola intorno al fare artistico; le forme, i modi, le finalità tenuti esplicitamente o implicitamente presenti come modello.
polifonìa in campo musicale è l’unione di più voci o strumenti che svolgono contemporaneamente, su base contrappuntistica, il proprio disegno melodico. In narratologia è la pluralità delle voci, cioè la molteplicità dei punti di vista dei personaggi, assunta dal narratore in molti romanzi moderni.
poliptoto figura sintattica per cui una parola, in genere la prima di una frase, viene ripetuta a breve distanza cambiando funzione (ovvero caso, genere, numero, ecc.). P. es.: «e alcuna volta gli era paruto migliore il mangiare che non pareva a lui che dovesse parere a chi digiuna per divozione» (BOCCACCIO).
polisenso come agg.: che ha o assume significati diversi e che è quindi suscettibile di interpretazioni differenti; come sost.: caratteristica del linguaggio poetico in cui una parola o un’espressione possono assumere molteplici significati a seconda del contesto. Parlando di un testo letterario, s’intende per polisemia la proprietà di un significante di avere più significati, non solo propri ma anche metaforici.
polisìllabo parola composta da più sillabe, generalmente da quattro o più.
polisìndeto ripetizione frequente della congiunzione copulativa e, a fini espressivi, tra le parole che formano una serie o tra varie proposizioni che formano un periodo. P. es.: «e videmi e conobbemi e chiamava» (DANTE).
preterizione figura retorica per la quale fingendo di tacere una cosa la si dice, attribuendole in questo modo maggiore rilievo. P. es.: «Cesare taccio che per ogni piaggia / fece l’erbe sanguigne / di lor vene» (PETRARCA).
proèmio parte introduttiva di un’opera e, in particolare, del poema (soprattutto epico); si divide in due parti: la protasi e l’invocazione, in cui il poeta si rivolge agli dèi (in età classica) o ai santi (in età medievale) per ottenere le forze necessarie a scrivere il poema. A volte il p. comprende anche la dedica al mecenate dell’opera o comunque al suo destinatario.
prolessi anticipazione nella proposizione principale dell’enunciato di una secondaria (p. es.: “di questo ti prego, di fare silenzio”). In narratologia la p. è l’evocazione di un evento futuro rispetto al momento della narrazione.
pròlogo scena iniziale di un’opera, sia epica che teatrale, nella quale vengono esposti gli antefatti dell’azione e se ne illustrano le linee fondamentali.
prosa scrittura che procede diritta, utilizzando cioè l’“a capo” per ragioni non metriche (come nel caso della scrittura in versi) ma concettuali. Legata all’oratoria latina, la p. medievale ne ricalca l’andamento ritmico, ovvero la struttura cadenzata, attraverso il cursus (prosa ritmica); l’andamento ritmico della p. è dato anche dal far rimare tra loro le parole finali di due o più frasi (prosa rimata). Quando la scrittura in p. si concentra piuttosto sulla qualità stilistica che sugli aspetti concettuali e narrativi, si parla di prosa d’arte.
prosimetro componimento in cui si alternano versi e prosa (p. es.: la Vita nuova di Dante).
pròtasi parte introduttiva di un poema in cui viene dichiarato l’argomento.
Q
quadrisìllabo verso di quattro sillabe metriche con accento principale sulla terza; è detto anche quaternario. Per q. s’intende tuttavia anche una parola formata da quattro sillabe.
quartina strofa di quattro versi, rimati per lo più secondo gli schemi ABBA, ABAB, AABB o AAAA (q. monorima); la q. può essere sia costituita da quattro versi omogenei all’interno di una strofa più ampia, sia costituire un’unità all’interno di uno schema metrico più complesso (p. es. il sonetto).
quinàrio verso di cinque sillabe metriche con accento principale sulla quarta. P. es.: «– in quel cespùglio –» (SACCHETTI).
R
recitativo tipo di canto che mira a riprodurre la naturalezza del parlato attraverso la riduzione (o l’assenza) della melodia vocale. Si distingue in r. secco (voce accompagnata da basso continuo) e r. accompagnato (voce accompagnata da più strumenti o dall’orchestra).
registro specifico livello della lingua dato dall’insieme omogeneo di elementi lessicali, sintattici, stilistici ecc.; la lingua letteraria, per esempio, utilizza un r. fortemente formalizzato, lessicalmente ricco e stilisticamente elaborato, mentre quella familiare ne utilizza uno più povero, sia dal punto di vista lessicale che da quello stilistico. Le singole opere letterarie sono spesso caratterizzate da un unico r. linguistico (comico-realistico, lirico, tragico, ecc.), ma non poche sono quelle in cui vengono utilizzati contemporaneamente r. diversi (p. es. la Commedia di Dante).
reticenza interruzione intenzionale di una frase che lascia al lettore (o all’ascoltatore) il compito di completarne il senso ricostruendo gli elementi sottintesi; può servire a insinuare dubbi, ad attenuare espressioni troppo forti, ad alludere a qualcosa, ecc. P. es.: «Io cominciai: “Frati, i vostri mali…”; / ma più non dissi…» (DANTE).
retòrica arte del parlare e dello scrivere in modo efficace al fine di persuadere un uditorio e ottenerne il consenso; basata su regole codificate nel tempo, la r. affonda le radici nell’età classica, quando costituiva la normativa dei discorsi pubblici, e giunge fino alla contemporaneità come eloquenza, cioè tecnica della perfetta espressione.
rima identità di suono tra la parte finale di due (o più) parole a partire dalla vocale tonica compresa. R. al mezzo: tra la parola finale di un verso e una parola posta nel mezzo di un altro verso (per lo più il successivo), generalmente in chiusura del primo emistichio; r. alternata: tra parole finali di due versi separati fra loro da un altro (ABABAB); r. baciata: tra parole finali di due versi consecutivi (AA BB ecc.); r. equivoca: tra due parole di uguale suono ma di diverso significato; r. guittoniana (o aretina): tra i ed e sia aperta che chiusa e di u con o sia aperta che chiusa; r. identica: di una parola con se stessa; r. imperfetta: con identità parziale, come p. es. nelle assonanze e consonanze, ma anche nella r. aretina; r. incrociata: tra le parole finali dei due versi estremi e tra quelle dei versi centrali di una quartina (ABBA); r. interna: che cade non in punta di verso ma al suo interno (vedi p. es. la r. al mezzo); r. per l’occhio: identità grafica e non fonetica tra le parti finali di due versi; quasi r.: identità non completa tra le parti finali di due versi (p. es.: laude: cade); r. ricca: identità anche di alcuni suoni precedenti la vocale tonica; r. siciliana: tra le vocali toniche e chiusa ed i e o chiusa con u.
ripresa nome del ritornello nella ballata.
ritornello breve strofa introduttiva della ballata che si ripete prima di ogni strofa.
romanza (o ballata romantica) genere letterario tipico dell’età romantica, a metà tra lirica e narrativa, nato sull’esempio di testi tedeschi e inglesi. Metricamente libera, la r. è perlopiù composta da versi lunghi e ritmati (novenari, decasillabi) e caratterizzata da rime tronche.
romanzo (sost.) genere narrativo in prosa, diverso per la maggior estensione dalla novella, basato su una trama più o meno avventurosa relativa alle vicende realistiche o fantastiche di alcuni personaggi, e classificabile, a seconda dell’argomento, in storico, fantastico, d’amore, poliziesco, psicologico, ecc. L’origine del r. è ascrivibile addirittura alle antiche letterature orientali (assiro-babilonese, araba, ecc.), e conosce una prima fioritura europea in epoca ellenistico-romana (primi secoli d.C.: p. es. Longo Sofista e Petronio). Nel Medioevo il r., che è scritto anche in versi, si sviluppa inizialmente in Francia, dove affronta narrazioni legate alla storia classica (Roman de Troie), o al mondo cortese e cavalleresco (Lancelot). Per r. cavalleresco si intende la narrazione delle avventure e degli amori dei cavalieri che dall’epoca francese medievale giunge fino al XVI sec. (p. es. il Don Chisciotte di Cervantes); per r. cortese si intende un genere nato in Francia intorno al XII sec., legato ai valori e agli ideali della società cortese e rivolto al pubblico aristocratico portatore di quei valori e di quegli ideali; per r. esotico si intende un tipo di narrativa, diffusa tra Settecento e Ottocento, in cui viene accolto il recente interesse per il primitivo e per le forme di vita e di civiltà di paesi extra-europei, soprattutto orientali o tropicali; il r. di formazione (ted. bildungsroman) è un racconto incentrato sulla vicenda biografica ed esistenziale del protagonista, sulla sua formazione intellettuale, morale e sentimentale attraverso le diverse fasi della vita; per r. gotico si intende un genere letterario nato in Inghilterra nel XVIII secolo, ambientato nel Medioevo e ispirato agli aspetti misteriosi e lugubri della realtà; per r. pastorale si intende un genere narrativo misto di prosa e versi, di ambientazione rustica e d’argomento bucolico (ma di stile alto), che ha nell’Arcadia di Sannazzaro il proprio modello (e nell’Ameto di Boccaccio un importante precedente) e che si diffonderà soprattutto nel XVI sec. Uno sviluppo eccezionale il r. ha poi a partire dal Settecento, soprattutto in Inghilterra e in Francia, al punto da diventare il genere caratteristico della modernità; per r. picaresco s’intende un genere narrativo diffusosi in Spagna a partire dalla seconda metà del Cinquecento (con il romanzo, di anonimo, Lazarillo de Tormes), avente per oggetto le avventure spesso comiche e crude di personaggi popolareschi perlopiù astuti e imbroglioni (dallo spagnolo “picaro” = furfante). Uno sviluppo eccezionale il r. ha poi a partire dal Settecento, soprattutto in Inghilterra e in Francia, al punto da diventare il genere caratteristico della modernità.
S
sàtira composizione poetica derivata dalla lat. “satura” (= composizione piena, mista di vari elementi), che, con un tono a metà tra il comico e il serio, rappresenta a fini moraleggianti o critici, e con modi ora benevoli ora ironicamente polemici o violentemente aggressivi, personaggi e ambienti della realtà sociale, denunciandone debolezze, vizi, ecc. Nel Medioevo, in particolare, la s. ha carattere soprattutto morale, prediligendo il discorso allegorico (gli animali come simbolo delle virtù e dei vizi umani), sociale (come nei canti dei goliardi) e politico (oltre che antimonastico o misogina). In età umanistica e rinascimentale, la s. ha invece interessi prevalentemente letterari (come le Satire di L. Ariosto). Per satira menippea si intende un testo composto di prosa e versi, di argomento filosofico e morale, inventato dal filosofo greco Menippo di Gadara (IV-III sec. a.C.) e diffuso anche nella latinità del I sec. d.C. (Seneca e Petronio).
sdrùcciola parola accentata sull’ultima terzultima sillaba (p. es.: “màrtire”, “càmera”). Un verso si dice s. quando termina con una parola accentata sulla penultima sillaba e così un testo poetico composto da tali versi.
senàrio verso di sei sillabe metriche con accento principale sulla quinta.
sestina strofa di sei endecasillabi rimati secondo lo schema ABABCC, detta anche sesta rima. S. è detta pure un tipo di canzone costituita da sei s. più una terzina, nelle quali non si ha però lo schema di rime proprio della s. ma sei parole-rima che si ripetono in tutte le strofe nel seguente modo: ABCDEF FAEBDC CFDABE ECBFAD DEACFB BDFECA (p. es.: la s. «Al poco giorno e al gran cerchio d’ombra» di DANTE).
settenàrio verso di sette sillabe metriche con accento principale sulla sesta (spesso alternato all’endecasillabo, ne può costituire un emistichio). P. es.: «per una ghirlandetta ch’io vidi, mi farà / sospirare ogni fiore» (DANTE).
significato/significante un segno linguistico (p. es. la parola “pane”) è costituito dall’associazione di un significato e di un significante, ovvero di un elemento concettuale (il significato, cioè il concetto di “pane”) e uno formale, fonico e grafico (il significante, cioè l’insieme dei fonemi e dei segni grafici che formano la parola “pane”).
sillogismo argomentazione logica definita per la prima volta dal filosofo greco Aristotele (IV sec. a.C.) nei seguenti elementi: A) presentazione (di ciò che si deve dimostrare), B1) premessa maggiore e B2) premessa minore (rispetto a ciò che si deve dimostrare), C) conclusione (che deve essere uguale alla presentazione). P. es.: A) = “i greci sono mortali”; se “tutti gli uomini sono mortali” (B1) e “i greci sono uomini” (B2), ne consegue che “i greci sono mortali” (C). Per sillogistico si intende un ragionamento basato sul s., ma anche un discorso sottile e complesso.
simbolo attribuzione immediata e intuitiva di un significato a un’immagine; il s. stabilisce tra universale e particolare (l’uno colto nell’altro) un rapporto necessario e organico, istantaneo e alogico, implicando perciò la soggettività individuale ed esistenziale piuttosto che, come avviene nell’allegoria, quella di una razionalità collettiva.
similitùdine rapporto di somiglianza tra persone o cose diverse, introdotto da come, da altri avverbi di paragone (“tale”, “simile a”, ecc.) o da forme analoghe (“sembra”, “pare”, ecc.). P. es.: “un uomo forte come un leone”.
sinalefe fusione all’interno di un verso, per ragioni metriche, tra la vocale finale di una parola e quella iniziale della successiva, per cui nella lettura viene eliminata la prima delle due vocali. È detta anche elisione metrica. P. es.: «voi ch’ascoltate in rime sparse il suono» (PETRARCA).
sìncope caduta di uno o più fonemi all’interno di una parola con conseguente fusione di due sillabe in una (p. es.: “vienimi” = “vienmi”).
sinèddoche come la metonimia e la metafora, riguarda uno spostamento di significato da un termine a un altro posti in rapporto di contiguità. La s. consiste nell’estendere o nel restringere il significato di una parola, e si ottiene indicando la parte per il tutto (p. es.: “il mare è pieno di vele” = il mare è pieno di barche a vela) o il tutto per la parte (p. es.: “non ci è mai mancato il pane” = abbiamo sempre avuto da mangiare), il sing. per il plur. (p. es.: “lo spagnolo è più passionale dell’inglese” = gli spagnoli sono più passionali degli inglesi) o il plur. per il sing. (p. es.: “occuparsi dei figli” = occuparsi del proprio figlio), la materia di cui è fatto un oggetto per l’oggetto stesso (p. es.: “legno” = barca).
sinèresi contrazione, all’interno di una parola, di due sillabe in una (p. es.: «quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono», PETRARCA); nella lettura metrica si oppone alla dieresi.
sinestesìa forma particolare di metafora in cui si associano, nella stessa espressione, voci che si riferiscono ad àmbiti sensoriali diversi (tatto, gusto, vista, olfatto, udito; p. es.: “dolce rumore” – rapporto gusto/udito –; “bel sapore” – rapporto vista/gusto, ecc.).
sirma nella canzone indica la seconda parte di ciascuna stanza (la prima è la fronte), normalmente indivisa da Petrarca in poi (s. indivisa); fino a Dante la s. poteva invece essere strutturata in due volte. Nella ballata è sinonimo di volta e nel sonetto di sestina o terzina. È detta anche coda.
sonetto forma poetica molto antica probabilmente inventata da Jacopo da Lentini (1210-60) nell’àmbito della Scuola siciliana. Il s. è composto da quattordici endecasillabi divisi in quattro strofe, due quartine e due terzine. La disposizione delle rime segue per lo più lo schema lentiniano ABAB ABAB CDE CDE (o CDC DCD) e quello stilnovistico ABBA ABBA CDC CDC. Per s. caudato si intende un s. al quale è stata aggiunta una coda di tre versi (un settenario – che rima con l’ultimo verso della seconda terzina – e due endecasillabi in rima baciata), o anche solo un distico di endecasillabi in rima baciata.
Spannung (ted. = tensione) in narratologia, il momento culminante di una narrazione.
stanza le strofe di una canzone o un componimento poetico di un’unica strofa.
stili (teoria degli) elaborazione teorica in base alla quale a ogni argomento corrisponde uno stile appropriato: quello umile (per temi banali e realistici), quello medio (per temi pastorali e agresti) e quello sublime (per temi filosofici, amorosi ed eroici).
stilìstica (critica) studio storico-critico dell’opera di un autore attraverso l’analisi dello stile, alla luce di una visione sostanzialmente linguistica del prodotto letterario.
strofa (o strofe) unità metrica della poesia costituita da uno schema fisso per numero e misura dei versi e per disposizione delle rime (vedi anche stanza). Da Leopardi in poi (XIX sec.) tale schema diventa libero e la s. diventa, più in generale, un gruppo di versi evidenziato come tale anche da semplici segni grafici (lo spazio tipografico).
T
tautologìa proposizione in cui il sogg. e il predicato sono identici nella sostanza ma espressi in termini formalmente diversi; definizione che asserisce ciò che invece dovrebbe spiegare (p. es.: “il triangolo ha tre angoli”).
tempo del racconto è il tempo seguito dalla scrittura, che non ricalca necessariamente con precisione l’ordine cronologico della narrazione (tempo della storia) ma procede o lentamente, dilungandosi nella rappresentazione di episodi o nella descrizione di personaggi e paesaggi, o velocemente, riassumendo in poco spazio giorni e addirittura anni.
tenzone disputa poetica; il termine, derivato dal provenz. tenso, indica un dibattito tra poeti in cui, con vivaci botta e risposta, un poeta propone il tema (la proposta, in genere d’argomento amoroso, morale, o letterario) e gli altri (ma anche uno solo) rispondono secondo le proprie convinzioni, utilizzando per lo più lo stesso schema metrico e di rime della proposta (risposta a rime obbligate o per le rime).
ternàrio cfr. trisillabo.
terzina strofa composta di tre versi (vedi anche sonetto). La t. incatenata (o dantesca), formata da tre endecasillabi legati da rime secondo lo schema ABA BCB CDC ecc., è diventata uno dei modelli della poesia italiana, soprattutto didascalica e allegorica.
tipo personaggio del quale viene messo in particolare risalto un singolo attributo caratteriale, rendendolo una sorta di stereotipo, di maschera fissa (p. es.: lo snob, il geloso, il burbero, ecc.). Per tipizzazione s’intende quindi la riduzione delle caratteristiche individuali di un personaggio a una fondamentale, così da farne un t.
tònico dotato di accento. Le vocali o le sillabe su cui cade l’accento all’interno di una parola (o di un verso) sono perciò dette toniche.
tópos (plur. “tópoi”; gr. = luogo) termine che indica genericamente un luogo comune, ovvero un motivo (un’immagine, un concetto, un sentimento) ripreso con una certa frequenza dagli scrittori al punto da diventare una enunciazione convenzionale (p. es.: le ninfe che si lavano a una fonte, la purificazione dell’anima attraverso la discesa agli inferi, l’amore per la donna lontana, la corrispondenza tra amore e primavera ecc.). Nella retorica, i t. erano degli argomenti prestabiliti utili alla comprensione e all’efficacia persuasiva di un discorso.
tragèdia genere teatrale nato nella Grecia classica avente per argomento grandi problematiche interiori dell’uomo, espresse con uno stile elevato e con ricchezza di pathos. A carattere inizialmente religioso, con la rappresentazione di un’umanità idealizzata, la t. si è poi sviluppata in senso realistico fino ad affrontare – in epoca moderna – i drammi della società borghese. Nelle poetiche medievali e in Dante, il termine t. si contrappone a commedia e indica un componimento in stile alto e d’argomento elevato.
tràgico nelle poetiche medievali si intende per stile o genere t. quello di tono elevato e sublime avente per modello l’Eneide del poeta latino Virgilio (I sec. a.C.); la sua applicazione nel sistema dei generi è da riferirsi, secondo Dante, alla canzone.
trisìllabo parola composta di tre sillabe; verso di tre sillabe metriche con accento principale sulla seconda.
tronca parola accentata sull’ultima sillaba in quanto troncata dell’ultima sillaba nel passaggio dal lat. all’ital.: “virtùtem” = “virtù”, “pietàtem” = “pietà”). Un verso si dice t. quando termina con una parola accentata sull’ultima sillaba e così un testo poetico composto da tali versi.
troncamento cfr. apocope.
U
unità aristotèliche si tratta delle unità di luogo, di tempo, d’azione che, nella descrizione di Aristotele, caratterizzavano la tragedia classica greca. Esse furono interpretate come norma rigorosa da alcuni teorici cinquecenteschi e messe in pratica da molti scrittori teatrali. Le u. a. implicano che l’azione teatrale si svolga in un unico luogo, nell’arco di ventiquattr’ore, senza divagazioni dalla trama principale.
uscita di verso parte finale del verso, con riferimento in genere all’ultima parola.
V
variante in filologia indica ogni diversa lezione, ovvero ogni diversa soluzione espressiva tramandata dai vari testimoni rispetto all’originale, generata da errori di trascrizione dei copisti, da loro eventuali fraintendimenti, da ipotesi diverse di ricostruzione del testo in caso di luoghi lacunosi, ecc.
verso libero verso che rompe i tradizionali schemi metrici aprendo la struttura chiusa della strofa e variando liberamente il numero delle sillabe. Teorizzato e usato inizialmente dai simbolisti francesi nel XIX sec., il v. l. è usato in Italia a partire dagli scapigliati e dalla metrica barbara di Carducci: presente poi in tutta la poesia del Novecento (soprattutto sperimentale), esso ha il suo più lucido teorico in G. P. Lucini (1867-1914) e la sua sistematica utilizzazione nei futuristi.
volgarizzamento traduzione in volgare di un’opera latina (o greca) con alcune modifiche rispetto al testo originale per adattarlo al nuovo contesto culturale; il termine si riferisce anche a traduzioni da lingue moderne (p. es. l’antico francese).
volta ciascuna delle due parti in cui può essere strutturata la sirma. Cfr. anche ballata e canzone.
vulgata termine latino (‘divulgata’) che indica la versione della Bibbia accettata dalla Chiesa cattolica (cioè quella di san Girolamo) o, più in genere, la versione più diffusa di un testo letterario.
Z
zeppa parola inserita in un verso non per esigenze di contenuto o di espressione ma per ragioni puramente metriche, ovvero per far tornare la misura di un verso o per ottenere una rima.
zèugma figura retorica in cui due o più termini dipendono da uno stesso verbo, mentre dovrebbero dipendere da due verbi differenti. P. es.: «parlare e lagrimar vedrai insieme» (DANTE).